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Credibilità

| Enzo O. Verzeletti


«Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna.»
Matteo 21, 28-32. - Domenica, 27 settembre 2020.

Questa parabola esemplifica ancora una volta la relazione tra il divino e l'umano attraverso l’immagine di un padre e dei suoi due figli, uno che agisce secondo la volontà del genitore e l’altro no.
Sono due fratelli, cresciuti insieme, potremmo dire alla stessa maniera del grano e della zizzania; si assomigliano e sono connessi da un legame molto più profondo di quanto ordinariamente si sia disposti a riconoscere: sono cresciuti sulla stessa terra, vengono dallo stesso ambiente.
Questi due fratelli differiscono molto l’uno dall’altro nell'esercizio della loro libertà personale.
Ad entrambi il padre indirizza la stessa richiesta: “Va' oggi a lavorare nella vigna”; il primo dice sì e poi non ci va, il secondo dice no e poi ci va.
Questi figli hanno due elementi in comune: non fanno quello che dicono e non sono quello che sembrano. Somigliano a molti altri: siamo spesso in grado di distinguere nella vita quotidiana alcuni, che sembrano lontani da Dio e in realtà gli sono vicini, e altri, che per le loro funzioni sono attaccati alla legge e al tempio e si credono amici di Dio, ma rifiutano di servirlo; possiamo ricordare a questo proposito il versetto 3 del capitolo 23, sempre nello stesso vangelo di Matteo: “Quanto vi dicono (sottinteso gli scribi e i farisei) fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.”
Solo uno dei figli ha realizzato la volontà del padre, l’ultimo: quello che ha detto prima no, e poi ha cambiato idea; “Pubblicani e prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” - dice Gesù, per sottolineare questo fatto.
Passano avanti a chi?
Evidentemente i primi, i figli maggiori, pretendono o immaginano di coltivare la vigna paterna, anche se, appunto, lo dicono e non lo fanno.
I figli minori, il “secondo” della nostra parabola, invece, dicono di non voler fare, poi però cambiano idea, si “pentono”, e iniziano a lavorare nella vigna; si badi: quello stesso giorno, cioè “oggi”, in questa vita.

In realtà sembra non esistere un terzo figlio ideale, che viva la perfetta coerenza tra il dire e il fare. Nella parabola ci sono solo due figli diversi, con la stessa idea di Padre: un’autorità che comanda, di fronte alla quale o si fa finta di essere sottomessi o si tenta una franca ribellione.
In realtà sono solo due modi diversi di ribellarsi.
C’è una differenza tra servire il Padre e voler apparire servizievoli: è il caso del primo figlio, “non fa”, ma è pronto a mostrarsi come perfettamente coerente con la volontà del Padre: maschera così la sua paura a dire di no.
Il secondo non ha alcun interesse ad apparire servizievole, vuol essere libero e per istinto, in prima battuta, essere libero significa per lui non fare quello che, per qualsiasi motivo, non ha voglia di fare; poi, si “pente” e in lui cambia il modo di vedere sia il padre che la vigna: non più padrone e fatica, ma nutrimento e profezia: pane e vino; così diventa figlio libero e non servo sottomesso.
Allora, sorgono alcune domande: siamo uomini di facciata o uomini di sostanza?
Vogliamo apparire credenti o essere credibili?
Dio è “dovere” o anche “stupore e libertà”?

Forse l’attività creativa dell’uomo libero si manifesta nel suo modo di essere e di agire nel mondo, partendo da “quello che c’è”,  dal dato di realtà, da come le cose stanno e non da come ci piacerebbe che fossero. Questo è solo il primo passo per poter cominciare ad essere credibili.
Il verbo essere, sempre coniugato al futuro quando si tratta di indicare chi si ritroverà per primo nel regno dei cieli, indica che nel regno ci si ritroverà per adesione, per “conversione”, durante l'oggi, proprio perché esiste un passato sul quale possiamo ritornare per osservare  gli errori fatti, per distanziarcene, per intraprendere un cammino diverso.
Essere credenti credibili significa non solo misurarsi con la realtà concretamente, ma accettare la parola, ascoltarla, poi prenderla “sul serio” per essere e agire in modo coerente.
Allora forse si comprende meglio perché il Cristo dica ai “primi”: “Voi, anche dopo aver visto questo, non avete creduto”.
Anziani e sacerdoti avevano visto pubblicani, esattori delle tasse e prostitute prendere “sul serio” la Parola del Cristo, ma non era passato loro neanche per l’anticamera del cervello di rinunciare all’immobilismo sprezzante, che li caratterizzava.
Questi stessi figli maggiori, li ritroveremo domenica prossima, pronti a bastonare, a uccidere e a lapidare, per impossessarsi della vigna. (Mt 21,38).

Ci sono quelli sempre pronti a muoversi, che ascoltano, cambiano, cercano di vivere nella giustizia e nella lealtà, cercano di non essere prevaricatori, né sfruttatori.
Poi ci sono “gli invariabili nel tempo”, sordi e ciechi a tutto - tranne che alla loro immagine - immoti, con lo sguardo fisso nel loro riflesso e in tutte le notevolissime e importantissime cose che vi scorgono: comunque, sempre morti.