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Cristiani "come se"

| Enzo O. Verzeletti


...alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino...
Marco 13, 33-37. - Domenica, 29 novembre 2020, Prima di Avvento.

È come uno che è partito per un viaggio.
Alcune volte si ha come l’impressione che Gesù dimentichi, da un momento all'altro, di essere il Cristo. Da lui a noi, le sue parole vengono come catturate dall'aria che circola, formattate secondo standard umani e ridotte ad un minimo comune denominatore.
Il padrone di casa è partito per un viaggio: quindi Gesù se ne è andato lontano da noi, lo troveremo nell'ora della nostra morte pronto a fare i conti. Questo sarebbe il minimo comune denominatore. Saremmo dunque soli sulla terra, forse ripresi da telecamere divine a infrarossi, e un certo disgraziato giorno del calendario - non sappiamo quale - dovremo rispondere al Cristo dei nostri fatti e malefatte.
Non può essere.
Il Cristo che seguo o tento di seguire non è un idolo terribile, nascosto, subdolo, lontano, che spia le umane azioni per punirle furiosamente o premiarle prodigiosamente.

Il Cristo è partito per un viaggio.
Per dove?
All’inizio della sua missione dice ai discepoli "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!" (Mc 1,38).
Quindi è chiarito fin dall’inizio: Gesù si manifesta come un viaggiatore che si reca altrove rispetto al luogo dove tutti lo cercano: è un paradosso, se non lo fosse non sarebbe una parabola, ma una banalità. L’altrove segna un allontanamento, una distanza, caratterizzata dall’assenza di ciò che cerco proprio nel modo in cui cerco. La distanza si sperimenta.
Il viaggio di Cristo è invece un avvicinamento continuo, un cercare ospitalità nel villaggio vicino;
il padrone di casa predica nel villaggio vicino.
Ora ritengo sia esperienza comune sapere abbastanza bene come stanno i fatti nostri, a meno di serie malattie del corpo e/o della psiche. Come mai? Forse c’è un’istanza che “ce lo predica” continuamente e, se siamo svegli, anche riusciamo a capire meglio quel che ci capita.
Se la prima reazione a questa buona notizia è di spavento, ci possono essere, secondo me, solo due motivi: o siamo addormentati, o abbiamo effettivamente diverse malefatte nella nostra cronologia personale, a causa delle quali ci giudichiamo meritevoli di punizione. Questo sentirsi meritevoli di punizione, anche fondato, è il minimo comune denominatore al quale gli umani di quasi tutte le dottrine religiose - i cattolici riescono meglio di tutti - con sfumature diverse, riducono l’istanza divina che ci abita.

Perfino nelle dottrine buddiste, prive del concetto di esistenza di un dio, ma caratterizzate dalla credenza nella reincarnazione, le rinascite possibili sono spiegate come conseguenza di azioni compiute durante la vita, sia buone che cattive, causa di ulteriori vite più o meno dolorose o gioiose, ma sempre conseguenti e coerenti con il tipo di azioni già compiute in precedenza.
Qui la vera liberazione consisterebbe nel non essere più vincolati al ciclo delle rinascite e accedere al nirvana, avendo estinto ogni desiderio di ottenere ciò che comunemente è valutato sia positivamente, che negativamente.
È un problema degli uomini, infatti, non di un dio.
Siamo così abituati ad avere un’idea di dio o una qualche ancor più misteriosa questione filosofica davanti, di fronte a noi, come un oggetto del paesaggio quotidiano, che ci si può addormentare in questa abitudine di pensiero. Così ci accomodiamo il senso della divinità o della spiritualità - tutti - nel migliore dei modi secondo il nostro personale giudizio.

Così, nel nostro vangelo di questa domenica, Gesù è come partito per un viaggio. Scompare.
È scomparso? Se ne andato? Era un’illusione? È morto? Non esiste?
No: è altrove, ma vicino: questa è una buona notizia!
Parla, dice delle cose e non perché io sia matto e “senta voci”; Gesù sta “predicando” attraverso tutto e tutti, cercando sempre di farsi ascoltare.
Spesso ci chiediamo con quale autorità faccia tacere la tempesta, calmi il mare, risvegli i morti, dica le parole che dice.
Questo stesso termine “autorità” è ridotto in genere ad un minimo comune denominatore comprensibile al genere umano: è diventato sinonimo di "potere", e al solo sentirlo pronunciare diventiamo intolleranti, se non francamente isterici.
Il Signore ha dato ai suoi servi proprio l’autorità di decidere su se stessi, di andare e venire, di camminare, di agire o non agire, di parlare, di rispondere, di tacere, di amare senza condizioni e senza intenzione di ricevere alcunché: autorità, non autarchia.
Il termine “autorità”, nel caso del Cristo, designa la perfetta libertà di coincidere con ciò che lo Spirito fa conoscere.
Gesù Cristo, il servitore fedele, dona a tutti coloro in cui si è stabilito di entrare in possesso della sua autorità di Figlio: fissa per ciascuno il “da compiersi”, la possibilità di operare come egli stesso "opera sempre" (Giovanni 5,17).
È esattamente ciò che il Conforti intendeva dire con le parole: “Amatevi come fratelli, rispettatevi come principi”.
Gesù esce all'alba, come ricordavo in precedenza, durante uno dei primi giorni della sua missione, per andare nei villaggi, per predicare, per curare i malati, per combattere le menzogne, per aprire la porta a persone con le quali gli apostoli non avrebbero mai pensato di avere a che fare.
In breve, Gesù Cristo in questa parabola parla di se stesso: venuto a noi, ci conforma a sé.
Servi o guardiani, noi siamo ciò che egli è, figli di Re, figli del Padre.
Ma allora cosa significa che il Maestro viene e non sappiamo quando aspettarlo?
Il testo dice esattamente: non sapete quando il padrone di casa viene: non c'è l’idea di un "ritorno" (come tradotto) e non c'è neppure l’idea di futuro (vista la traduzione).
Il Maestro arriva, viene. Sempre.
È un’immensa sorpresa, anche per quelli che si definiscono cristiani e che hanno esplicitamente accettato di seguire il Cristo: è un grande stupore rendersi conto che viene.
“Viene”: non come un essere esterno che alla fine ci avvicinerebbe dopo anni di assenza, ma come ospite interiore, con l’autorità di trasformare le nostre vite.
Giacobbe descrive la sorpresa quando dice: “Era lì e non lo sapevo.” (Genesi 28, 16-22).

 A volte ho l'impressione che essere cristiani sia giocare a fingere come se Gesù non fosse mai lì e s’intenda aspettarlo come le mogli dei marinai aspettano al molo i loro mariti, eterni assenti, forse un po’ traditori. Questo atteggiamento è simile alla blasfemia, perché il “vieni” che la Sposa dice allo Sposo alla fine dell'Apocalisse, non è la supplica di una Chiesa abbandonata dal suo Salvatore che gli chiede di dare segni di vita (Apocalisse 22, 17); è la certezza che è il Vivente, presente nell'intimo, dal quale ci aspettiamo che sia "tutto in tutti", appaia definitivamente in tutta ed ogni carne in cui risiede.come se Anche nella più perfetta pietà, anche con le prove di un'appartenenza autentica alla Chiesa, molte persone non credono che Cristo sia lì, in loro, che veglia.
Vivono "come se" il Cristo fosse, e debba essere chiamato al modo di una divinità capricciosa.
Questo è proprio lo stato dell’essere addormentati, di una fede dormiente; forse il rischio più grande che corriamo, perché il Maestro potrebbe giungere e trovarci addormentati … 


Il risveglio di cui parlano i Vangeli, la vigilanza, designa invece la disposizione di coloro che acconsentono ogni giorno a conformarsi al Cristo che ospitano in se stessi.
Uscire da uno stato di fede infantile, lanciarsi per pronunciare una parola di vita, resistere a una parola d’ordine vincolante: ecco, è lo stato di veglia durante il quale il servo fedele si conforma a colui che lo abita.
Quando ha luogo?
Ogni giorno, sempre: la sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino.

L'Avvento è un momento di gestazione: il Bambino non cresce altrove, ma in noi solo se siamo svegli.


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