
Chiaroscuri
Tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
Giovanni 1,1-18 - Domenica, 3 gennaio 2021 - Anno B.
Percepisco contraddizioni in queste festività che stanno trascorrendo diversamente dal consuetuo.
Un Natale vissuto tra divieti, confinamenti, zone rosse, arancioni e autocertificazioni; in molti aspettavamo l’arrivo di questi giorni per poter vivere l'atmosfera della festa, dell’incontro con amici e parenti, magari lontani, e anche per avere spazi liberi e anche di tempo libero, con gli altri.
Più di uno ha incontrato invece la paura, il timore o il dolore di momenti di solitudine drammatica; sono riemersi - l’ho visto, l’ho sentito - ricordi che hanno il potere di crocifiggere la mente e il cuore; ricordi di bambini che non ci sono più o che non verranno mai, di famiglie che non avevano potuto far parte della festa nel passato ... e oggi ne sentono oscuramente la mancanza; qualcuno, un uomo, incontrato su un treno nel viaggio di ritorno dal lavoro, non ricordo se separato o divorziato da sua moglie, mi parlava e le sue parole riaprivano davanti ai miei occhi la ferita spalancata di una famiglia che non esiste più.
“Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.”
Davvero?
E poi: desideriamo veramente la vita alla luce? Le tenebre non l'accolgono...
Che vuol dire?
Forse il Natale, per noi, è "solo" l’inizio di questo percorso: celebriamo l'allungamento del giorno e l’accorciamento della notte. Perché non riconoscerlo? Perché non accogliere la luce che viene? Perchè non la scorgiamo?
Proprio noi che saremmo intessuti della stessa fibra.
Chi dice “Natale” sta parlando di un evento senza precedenti: realizzatosi una volta nella storia, attuale sempre, per noi può ripetersi ogni giorno. Che cosa significa che il mondo non ha riconosciuta questa luce, questa verità, questa via maestra spalancata davanti a tutti?
C'è qui qualcosa di molto tragico da cercare di comprendere, o forse riuscire a sentire: sto dicendo, in poche parole, che l'estraneamento dal nostro personale vero essere fa parte del nostro mondo e quindi, con questo termine, descrivo un aspetto intrinseco alla nostra esperienza: da qui la contraddizione percepita.
Chiedo: qual è una delle più grandi difficoltà dell'esistenza terrena, quella in cui molti inciampano? Ovviamente c’è la gioia di vivere, ma c'è anche l'invecchiamento e la morte.
C'è il piacere della scoperta, ma c’è l’angustia del limite, sul quale ogni piccola risposta si ottiene penosamente e col contagocce.
C'è il piacere del corpo che può correre, ballare e godere, ma c'è la malattia, la disabilità, le conseguenze di un corpo troppo grosso o troppo piccolo.
C'è la meraviglia dell'amore, ma ci sono il rancore, il livore, l'odio e la violenza.
Poi, c'è la libertà. Pare lasci spazio a innumerevoli scelte catastrofiche, al punto che la prima cosa che sarebbe eliminata se l'uomo potesse ricreare l'uomo, sarebbe - probabilmente - proprio la libertà.
Va di moda dire questo, lo sento spesso. Ci sono tante persone che esibiscono convinzioni simili, come fossero una coda di pavone della quale sentirsi fieri; se fossero stati loro Dio, l’unica cosa che non avrebbero concesso all’uomo sarebbe tutta questa così grande libertà … magari facendolo un tantino meglio: immortale, eternamente giovane e in buona salute.
Pare che, peraltro, proprio così fossero stati creati Adamo ed Eva.
Il bello è che tali detrattori della libertà esprimono questo convincimento apertamente...,ma..., ma con l’atteggiamento di chi non vuole farsi sentire: casomai ..., per carità ,... venissero scambiati come apologeti di regimi totalitari!
Accettare di celebrare il Natale vuol dire entrare in questo mondo di ombra e di luce, è accettare nuovamente questa lunga nascita di se stessi e di questo mondo che abitiamo, non solo come lo vediamo quando siamo felici o in vacanza, illuminati dal sole di mezzogiorno dritto sulla testa, ma tale e quale è realmente anche nel resto dei giorni e a tutte le ore.
Il nostro atteggiamento verso il corpo, al contempo amato e odiato, fonte di tante gioie e pene, condensa il senso della nostra relazione con l'universo. Ognuno ci troverà un movimento di va e vieni tra la piena accettazione e il rifiuto, tra l’impegno consapevole e la totale passività.
Tuttavia, la terra promessa verso la quale il Natale ci fa camminare non è - al momento - altrove che lì, e se la Pasqua può avverarsi, dobbiamo prima accorgercene, o come si dice “nascere a noi stessi e al nostro mondo”, là dove, se ci crediamo, la Parola ha posto la sua tenda.
È consuetudine nei circoli religiosi condannare il volto mercantile del Natale.
Perché non andare oltre le ombre e vedere nei molteplici momenti di festa anche questo aspetto di noi stessi?
Siamo esseri che, al di là del lavoro, hanno bisogno degli altri per imparare a vivere; nonostante gli eccessi del “bambino re”, la nostra persona non è definita prima di tutto dal suo lavoro, dal suo status sociale, dalle sue entrate, da tutto ciò che può permettersi di comprare, ma dal suo lato unico, che è in costante crescita.
Possa il Natale essere questo momento di riconciliazione con ciò che siamo, con questo nostro mondo, perché non c'è altro posto dove camminare verso Pasqua.


