Skip to main content

Primo Maggio

| Enzo O. Verzeletti


Il primo maggio si avvicina.
Mi sono ricordato di una filastrocca per bambini

In principio la terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c'erano ponti.
Non c'erano sentieri per salire sui monti.
Ti volevi sedere? Neanche l'ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno? Non esisteva il letto.
Per non pungersi i piedi, né scarpe, né stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c'erano palloni:
mancava la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni,
anzi a guardare bene mancava anche la pasta.
Non c'era nulla di niente. Zero via zero e basta.
C'erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi si poté rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti,
rimboccatevi le maniche, c'è lavoro per tutti quanti.
Storia universale, Gianni Rodari

Proprio una storia universale e universalmente nota:
Maniche rimboccate e lavoro per rendere abitabile il mondo.
Si costruiscono vie di comunicazione, mezzi di trasporto, case, si provvede all’alimentazione, all’abbigliamento, allo svago.
Nascono le industrie e i mercati: luoghi del lavoro.
Già, il lavoro.
Quella cosa che si diceva entrasse in un rapporto di forza con il capitale, tra lavoratori e proprietari dei mezzi di produzione, e che massimizzava il profitto a scapito dei salari.
Oggi è cambiata la narrazione: il lavoro è invocato come toccasana per «contrastare la povertà e rilanciare l’economia».
Rilanciare l’economia significa rilanciare i consumi, che non sono influenzati dalla disponibilità delle merci, ma dalla disponibilità di reddito.
Quindi rilanciare l’economia, per chi?
Il numero delle persone che vivono al di sotto della soglia della povertà è in costante aumento.
In questo caso rilanciare l’economia non contrasta la povertà, ma semmai accresce la frustrazione.
Contrastare la povertà e rilanciare l’economia sono due espressioni incongruenti se osservate anche solo per un attimo dal punto di vista di chi vive nell’indigenza o con un salario medio basso.
E ci siamo già persi la filastrocca! E con essa l’uomo.
Sostituito da un lavoratore usa e getta, a tempo indeterminato, determinato, full-time, part-time, precario, con contratto di otto ore settimanali, di venti più venti, a compenso variabile, con condizioni formalizzate o informali, assunto da ditte interinali o da caporali, lavoro flessibile o a chiamata. Lavoro nero, bianco, pulito e sporco.
Insomma lavoro declinabile all’infinito, fino alla morte sul lavoro.
Il lavoro è soggetto a una deregolamentazione de facto e purtroppo lo sta diventando anche de jure.
Come chiamare il primo maggio «festa dei lavoratori» se il lavoro diventa un laboratorio dello sfruttamento o della precarietà?
Dovrebbe essere considerato e vissuto come la «festa dell’uomo, della donna, che rendono il mondo abitabile».
Parafrasando Rodari potremmo dire:
Ci sono solo uomini, con due braccia per lavorare,
che agli errori più grossi vogliono rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti,
rimbocchiamoci le maniche, c'è lavoro per tutti quanti.

La terra insieme è da abitare,
ogni singola persona da rispettare.
L’uomo, un mistero da capire,
l’ingiustizia, una sofferenza da guarire.