
Prima era meglio
Il negazionismo non dorme, anzi è sveglio.
Con preoccupazione leggo i risultati del Rapporto Eurispes
2020. [1]
Ma anche ascolto e leggo ciò che viene detto qua e là da molti cristiani, su questioni meno gravi.
Mi rendo conto che esiste un modo di ragionare diffuso, che certamente non si può qualificare come negazionista, ma che tuttavia non è estraneo a una qualche forma di diniego della realtà:
“Oggi non ci sono più i valori di una volta, la famiglia non esiste più, non sappiamo più cosa sia un uomo o una donna, non c’è più la vera religione…Prima era meglio.”
Questo tipo di lamento frequente suggerisce molto più di quello che vorrebbe dire: insinua l’idea che in circa cinquant’anni – per essere chiari dal 1960 in poi - tutto si è perduto, ma che “prima” tutto andava bene, o almeno che niente era poi così male come ora. Oscuramente la “colpa” viene attribuita ad una sola generazione specifica.
Questo tipo di lamento rivela l’attuale debolezza nella gestione delle responsabilità collettive e un permanere del sentimento di colpa nei confronti dell’umanità offesa.
“Prima” - Cosa intendiamo con questo?
Ecco il punto: “prima” del 1960, nei primi sei decenni del XX secolo furono: la guerra fredda, le guerre di decolonizzazione, la prima e la seconda guerra mondiale; una parte non trascurabile del mondo, Italia compresa, fu sotto regimi totalitari.
Le due guerre mondiali fecero milioni di vittime, distrussero paesi, spazzarono via generazioni intere.
Il secondo conflitto mondiale, il peggiore che l’umanità abbia mai conosciuto in termini di perdite umane e devastazioni, non fu causato solo da questioni di confini, da questioni economiche o da risvegli nazionalisti; nacque da una concezione turpe, secondo la quale il grande uomo bianco -il guerriero ariano - sarebbe il vertice dell’umanità e come tale avrebbe il diritto/dovere di schiacciare altri popoli considerati inferiori, di saccheggiare interi territori, di devastare le terre sulle quali estende il suo potere.
Questo era l’ideale d’uomo che soggiogò molti, moltissimi, troppi cervelli nella prima metà del Novecento. Se questo era l’uomo, sua moglie chi era? Semplice: una produttrice di bambini vigorosi, destinati a dilatare la supremazia del guerriero ariano sulla faccia della terra.
I cristiani delle nazioni dove tali idee si diffusero non furono abbastanza forti, non ebbero abbastanza da dire o sufficiente coraggio (ne occorreva molto sotto la dittatura), per impedire che un simile delirio si propagasse.
Quindi “prima”, quando tutto andava bene, o almeno non andava così male, quando la Chiesa era ancora l’asse attorno a cui la vita girava e i valori erano saldi, l’Europa veniva consegnata, o si consegnava, alla distruzione di massa, alle persecuzioni, alle carneficine.
Se è vero che i contraccolpi di un conflitto si fanno sentire almeno cinquant’anni dopo tra i discendenti di coloro che furono a suo tempo coinvolti in quel conflitto, allora noi, in Italia, stiamo appena iniziando a manifestare, nelle nostre vite personali e nelle nostre comunità, le reazioni di angoscia che si sono accumulate, inespresse, per decenni.
Una di queste reazioni è la negazione: “No, ma quando mai! Non è vero, non è così; tutto andava benissimo “prima”, sì forse qualcosetta…; ma è ora che tutto va male! Non lo vedi?”
E così che piano piano, inavvertitamente, ci si ritrova a negare la realtà per sentirsi integri, per trovare la cosiddetta integrità perduta: quella di “prima”.
In sintesi, bisognerebbe contar meno balle, dire che nulla è così terribile oggi, rispetto ad appena una settantina di anni fa, quando l’Europa usciva decimata dalla seconda guerra mondiale.
Davvero? La nostra situazione non è troppo catastrofica?
E allora questo che vuol dire? Che bisogna accettare tutto con il pretesto che il peggio è già stato commesso?
Certo che no: non si tratta di giocare al gioco di chi sta peggio, delle comparazioni delle sventure mondiali.
Sarebbe solo ora di accorgersi che la complessità delle cose, che ci scoraggia e ci fa dire che “prima” era meglio, nasce dal terrore di sentirsi troppo deboli e privi di soluzioni e da una possibilità troppo ridotta di gestione delle responsabilità personali e di gruppo.
Esistono dinieghi della storia abbastanza ben acclimatati in vari strati della società e anche all’interno della Chiesa.
Gli anni ‘60 hanno per natura spalle larghe per assorbire tutte le accuse: il maggio 1968 sarebbe stato la causa del crollo dei valori sociali e culturali, e il Vaticano II, allo stesso tempo, avrebbe fuorviato la Chiesa cattolica.
Coloro che sostengono questo tipo di visioni, almeno quelli che sono abitati da queste rappresentazioni nebbiose, mi appaiono come prodotti puri della nostra generazione: fanno zapping a ritroso, nel tempo della loro fanciullezza materiale e spirituale, per guardare solo ciò che fa loro comodo. Ottengono così una tanto rassicurante quanto falsa rappresentazione del “prima”, di quando veramente c’era una morale sana, e la ottengono passando rapidamente da un canale all’altro della storia, guardando senza vedere, senza prendersi la briga di capire, dimentichi di ogni responsabilità.
Molto è stato scritto sulla storia del XX secolo, un secolo di orrori e massacri; ma questa conoscenza libresca, che possiamo facilmente acquisire, non viene da sola: stiamo iniziando ad essere conquistati anche dai sintomi del terrore, accumulati dalle generazioni che ci hanno preceduto, da quelle generazioni che non hanno potuto o non hanno voluto prendere il tempo per vedere le impensabili atrocità che le nostre società illuminate, di antica tradizione cristiana, stavano producendo.
C’è anche chi si scusa per i propri dinieghi inconsistenti, per le proprie osservazioni anacronistiche, come se fossero solo uno sbaglio o uno scivolone su un “dettaglio della storia”...
Non sono sbagli, sono invece argini di cartone che ciascuno pone sulla propria sponda davanti al fiume degli orrori della storia recente; sono una difesa e allo stesso tempo un sintomo di follia, il risultato di un’angoscia collettiva, che lavora dentro di noi, mentre noi stessi ancora non siamo stati in grado di darle un nome.
Dovremmo ricordare che nulla è perduto, che non è mai troppo tardi per riconoscere le proprie ferite e che non esiste nulla che non possiamo contribuire a rendere migliore.
“Siete voi il sale del mondo. Ma se il sale perde il suo sapore, come si potrà ridarglielo? Ormai non serve più a nulla; non resta che buttarlo via, e la gente lo calpesta. Siete voi la luce del mondo. Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta. Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così deve risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano il bene che voi fate e ringrazino il Padre vostro che è in cielo.”[2]
[1] https://eurispes.eu/news/eurispes-risultati-del-rapporto-italia-2020/
[2] Cfr. Mt 5,13-16.
