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1887.??.??.Dissertazione su Papa Gregorio VII

Esercitazione scolastica condotta nell'ambito della Scuola di Storia Ecclesiastica, ispirata all' Appello ai Giovani Studiosi Italiani lanciato da Mons. Andrea Miotti nel Luglio 1886, in occasione del Giubileo Sacerdotale di Leone XIII.
"Guido Conforti, alunno del IV Corso Teologico, si era prodotto a scuola e in Accademia per il Giubileo di Leone XIII con una Dissertazione sul Papa Gregorio VII. Quando il Vescovo Mons. Miotti lanciò l’appello alla Gioventù studiosa d’Italia per onorare il Papa Leone XIII, Mecenate delle lettere e delle arti, anche Conforti fu invitato a collaborare, e ci si attendeva che egli offrisse al Papa anche questa sua composizione storica. Se non che, di Conforti furono scelti altri 2 lavori («Leone X» e «Il Papato e l’Italia) : questa su Gregorio VII no, forse perché tra le risposte venute dalle diverse parti d’Italia, l’argomento era già stato trattato da vari altri, anche se il suggerimento iniziale, contenuto nel «programma» annesso all’Appello [...] pare avesse di mira proprio il lavoro del Chierico Conforti.
Lo pubblichiamo qui nella sua integrità come esempio del suo ardore per la santa causa, anche se stile e contenuto risentono della cultura e delle informazioni del secolo scorso, ed egli si limita alla esaltazione del grande Pontefice nella sua azione religioso-politica per il risanamento dei costumi, per la libertà della Chiesa e il trionfo della giustizia, così da giustificare l’attribuzione che egli fa del titolo di «Ildebrandino» al secolo XI."

Teodori, FCT 6°, 1983, 420, trascrizione del testo alle pp. 420 - 429.

  • ID
    6185
  • Cartella
  • Data
  • Editore
    CDSR
  • Luogo
    Parma
  • Collocazione
    CSCS
  • Pagine
    28
  • Viste
    724 volte

CDSR
Centro Documentazione Saveriani - Roma

Transcrizione

Introduzione: il secolo XI e l'azione di S. Gregorio VII
Meritatamente dà il nome al suo secolo colui dal quale il medesimo secolo trovasi in debito di grandi ed innumerevoli beni; così il secolo di Pericle, di Augusto, di Leone X i posteri riconoscenti quelli chiameranno che ci appaiono rischiarati dai monumenti di gloria e di munificenza da' quei sommi innalzati.
Ma chi più di Gregorio s'adoprò a benefizio de' popoli e delle nazioni? Chi meglio di lui iniziò un'era novella di vita, di prosperità, di grandezza verace? Giustizia dunque si renda a cui è dovuta giustizia. Si raffermi al secolo XI il nome d'Ildebrandino a gloria dell'invitto Pontefice che niuno più gli conviene, niuno più l'onora e stretto debito di riconoscenza il domanda.
Uno sguardo allo stato misero di quell'età infelice, uno sguardo a quanto ha operato Gregorio, perché l'ammirazione che spontanea erompe dall'animo sia a pieno giustificata.
Resa schiava del potere secolare, la S. Chiesa, avvinta da ferree catene, mirava lagrimosa ogni dì più manomessi i suoi diritti, conculcate le sue leggi. Il demone dell'incontinenza clericale e della simonia ovunque imperversava. Non più il nobile desio del martirio e l'aureola fulgidissima della virtù e del sapere distingueva i ministri dell'altare, ché il pubblico vitupero copriva la fronte di coloro che avrebber dovuto emulare la purezza Angelica.
Reso scarso ed infatuato il sale della terra, questa ogni dì più veniva in balìa di tutte le corruzioni. Da un lato io miro l'eresia di Berengario e de' Nicolaiti levarsi a strage delle anime, dall'altro il Saraceno sguainar il brando a sterminio della civiltà e della religione. Un campo di battaglia insanguinato: ecco l'aspetto che ne presenta l'Europa; in continue lotte i popoli si cacciano e ricacciano lacerandosi, rovinandosi inferociti dalle abitudini del campo.
Or bene, di mezzo a tanti mali, qual gigante di prima fila si eleva Gregorio: d'un guardo misura gli estremi bisogni della società, concepisce la sublime idea d'una universal riforma. Calpesta gli ostacoli, agita nel caos la campana della fede e della virtù, sfolgora colla potenza morale e vince. Convoca ogni anno nell'eterna città sinodi circondati da quanti sono prelati fedeli alla causa cattolica, rinnova gli antichi canoni contro la simonia e l'incontinenza clericale.
Intanto i suoi legati, forti della sua autorità, fanno il giro dell'Europa recandone per ogni dove gl'inappellabili comandi. I Vescovi simoniaci e concubinarii sono deposti ed il lor posto occupano i degni eredi delle virtù del Vangelo. Non più vedransi i principi del secolo conferire a' sacri ministri l'anello e la verga pastorale, senza che l'anatema pontificale cada tremendo sul loro capo. Non più l'eresia di Berengario e de' Nicolaiti serpeggerà vigorosa e gl'incauti avvolgere fra le sue ingorde spire che del marchio della condanna segnata, o coperta in tutta la sua bruttezza sarà negli abissi ricacciata d'onde era partita: e gl'immutabili dogmi della religione rimarranno luminosamente intatti.
Christi Ecclesia non habeatur ancilla: ecco la parola d'ordine dell'invitto Pontefice spezzar per sempre i vincoli che la tenevano miseramente avvinta richiamare i popoli corrotti alla purezza del Vangelo, ecco la meta di sue fervide aspirazioni, il palpito più ardente del suo cuore.
A conseguir sì nobili intendimenti si oppone intrepido all'audacia de' principi, molti di numero e per potenza formidabili. Filippo di Francia, no non proseguirà a lungo ne' suoi sacrileghi arbitrati a danno della Chiesa, ché Gregorio faragli balenare allo sguardo la spada terribile dell'Apostolo. Ferdinando di Castiglia, no non vivrà a lungo nelle sue dissolutezze senza sentirsi rintuonar sul capo i fulmini tremendi dell'ira celeste in nome della religione rinfacciargli i suoi disordini. Roberto Guiscardo in mezzo al corso di sue vittorie ascolterà proclamati i diritti della Chiesa contro le sue usurpazioni e da replicati anatemi colpito piegherà alfine la fronte al Pontefice, ed a lui renderà il dovuto omaggio.
La tirannide assisa sul primo seggio della cristianità sarà fra breve fiaccata, il diadema reale non varrà a sottrarre alla giusta ira del gran sacerdote, il protettore dei chierici dissoluti e dei Vescovi simoniaci il perfido Arrigo IV.
Alla meravigliosa penetrazione del suo sguardo nulla può sfuggire che torni al vantaggio della Chiesa ed alla prosperità degli stati.

Da Monaco a Cardinale - 11 Consigliere e Legato di Papi
Mi taccio delle virtù da Ildebrando praticate nell'oscurità del Chiostro, nel silenzio del proprio nulla, che a Dio solo sono conte, solo ci basti contemplarlo sul candelabro del Santuario tramandare sino ai più tardi secoli i lampi salutari del suo genio creatore.
Chiamato dal Pontefice Leone IX a richiamare in Roma la disciplina ed a ritornar l'ordine dalle monastiche istituzioni volute, annoverato fra i principi porporati di S. Chiesa, ben tosto prese a rifulgere d'ognor crescente luce. Già gli occhi di tutti i buoni sono a lui rivolti, la confidenza de' saggi è in lui riposta, ed alla morte di Leone clero e popolo in un sol pensiero concordi a lui affidano l'arduo ufficio di scegliere il successor dell'Apostolo.
Il sole della gran Roma de' Papi dovea sfolgorare dall'uno all'altro polo illuminar gli spiriti de' mortali, e ponendo la degenere schiatta degli uomini sul retto sentiero della verità e della giustizia, la società salvare dall'estremo eccidio in cui stava per precipitarla la corruzione più spaventosa, l'ignoranza più tetra. Questa idea in cima ai pensieri del grande Ildebrando, dovea un giorno essere la meta più fervida di sue aspirazioni. Ma ahi che la potenza imperiale, scoglio a prima vista insormontabile, si oppone al sublime progetto costringendolo quasi son per dire a rimanersi un sogno dorato, un nobile desìo sì ma impossibile ad effettuarsi. Il Papato dovea per sempre liberarsi dal servaggio e dalle ingerenze imperiali.
Impotente da principio Ildebrando ad affrontare la potenza di monarchi che riguardavano l'usurpato arbitrio quale inalienabile diritto di lor corona tutto che nella sua debolezza gli è possibile di fare lo fa e rende legittima l'elezione del Pontefice fatta dal principe, sottoponendolo alla rielezione del clero e del popolo Romano dal quale potea essere sanzionata. Reso questa volta dall'unanime consenso arbitro dell'elezione al sublime soglio di Pietro, egli è ormai risoluto di mostrare apertamente la totale indipendenza dell'Apostolica Sede dalle secolaresche pretensioni.
Ma in quella che l'energia inflessibile dell'animo suo si appalesa, la prudenza più avveduta accompagna gli atti suoi. Ad incontrare il genio imperiale, sceglie uno di sua nazione, ed al principe carissimo, ma sol quando dopo il clero e il popolo Romano ne confermò la sapiente elezione, si rivolse egli al principe per ottenere la confermazione, secondo l'invalsa consuetudine.
Qui a Roma riprendeva dopo lungo volger d'anni il suo vero posto e bisognava agire con tutta l'energia perché più non lo perdesse. Legato del novello Pontefice Vittore II, discorre la Francia e con inesorabile Apostolica fermezza caccia dalle lor sedi i simoniaci ed i dissoluti ridonando il lor lustro alle chiese col riporvi i degni eredi delle virtù del Vangelo. Tours lo vide trionfare dell'antica pravità di Berengario che scosso all'eloquenza ineluttabile dell'uomo di Dio ritrattò i suoi errori, e della cattolica dottrina fece per allora aperta professione. Lione da sacro terror compresa lo mirò presiedere ad un concilio e con mano di ferro fiaccare l'orgoglio della simonia imperversante, e ben 47 Vescovi e buon numero d'Abbati convinti di lor reità, spezzare ai piedi del messo Pontificio (S. Ugo di Cluny) quella verga pastorale, che a danno della Chiesa impegnarono dopo averla vituperata co' più turpi vizii.
Il cielo intanto concorre con prodigi ad approvare l'operato da Ildebrando, gli uomini più grandi di quel secolo ne ambiscono l'amicizia, ed in lui salutano il futuro liberatore della Chiesa di Cristo. Sì, Egli s'era dedicato alla Chiesa e la sua grandezza fu di mantenersi costante in modo eroico a questa devozione per essa adoperandosi coll'intrepidezza di un Apostolo e colla fedeltà di un Santo. No, ei non si rimane ozioso sui riportati allori, ma prudente vigilante coraggioso nel prevedere sormontare vincere ogni ostacolo ed ogni resistenza, atto a trascegliere gli uomini più acconci alla esecuzione del suo progetto per lui son collocati sulla cattedra di Pietro i più degni fra i ministri del santuario. Nicolò ed Alessandro Pontefici virtuosi ed illuminati che seper la nequizia dei tempi non compirono la grande riforma l'accalorarono l'iniziarono ne appianarono la via, ad Ildebrando son debitori della loro dignità. Invano il demone dell'incontinenza e della simonia si leva furibondo e stanco di vedere sul soglio pontificale l'austerezza e la purità del Vangelo reggere le sorti, oppone a Nicolò l'antipapa Benedetto (X), ed al secondo il subdolo Cadolao, che stante l'energica attività del nostro eroe qual nebbia al sole si dileguarono accompagnati dal pubblico disprezzo e dall'ira del cielo sorti comuni ai nemici della Chiesa, mentre il Vicario di Cristo s'assideva glorioso sovra il suo soglio immortale.
Intanto ogni dì più le nobili mire del grande Ildebrando sono incoronate di sempre nuovi successi, l'orizzonte si rischiara, un avvenire men funesto si appresenta. Già Nicolò II alle istanze di sì sapiente e fedel consigliere ha pubblicato un decreto pel quale l'elezione del Pontefice vien per sempre sottratta al popolo ed al sovrano, e da quel punto la S. Sede vien posta sulla via di scuotersi e liberarsi dal giogo ignominioso del secolo e dei profani. Già sotto Alessandro II di mezzo all'infuriar de' mali vede risollevarsi l'autorità papale ed ergersi tribunale benedetto di ordine e di pace su i popoli e sui re, mentre la dissolutezza e la simonia per le sapienti disposizioni del Pontefice era stata se non depressa almeno stigmatizzata dalla meritata vergogna.

L'elezione a Sommo Pontefice - Per il trionfo della verità e giustizia
Invano la politica interessata dovea sollevarsi contro questi incipienti trionfi della verità e della giustizia, invano dovea l'impero cozzare contro queste salutari rivendicazioni ché pochi istanti ancora e la stola sarebbe collocata al di sopra della spada, il pastorale reso debole ed inerme piegherebbe lo scettro creduto ormai unica forza insuperabile. Qual gigante di prima fila ci si solleva di mezzo a mille avversari assalti, e tutto deve piegare sotto la forza irresistibile del suo braccio dal sublime suo genio guidato. Convocato in Roma un Concilio vi chiama quanti più può prelati fedeli alla sua causa, e rinnova gli antichi canoni contro la simonia e l'incontinenza de' sacerdoti. Fatto questo si occupa a ridestarne l'antico vigore, ed è appunto nel farli eseguire che egli diventa sommo ammirabile e pressoché sovraumano. Si divide si moltiplica per mezzo de' suoi legati che dal suo spirito animati forti della sua autorità fanno il giro dell'Europa recandone per ogni dove gl'inappellabili comandi temuti dal grande non meno che dal poverello. Alla meravigliosa penetrazione del suo sguardo nulla può sfuggire, l'occhio di lui sembra l'occhio della Vigilanza collocato sul tabernacolo dell'Eterno. Dal palazzo dei principi e degli imperatori alla secreta cella del povero cenobita tutto diventa oggetto di sue cure vigilanti. Ogni sua operazione è improntata dal segno della grandezza perché tutto collima all'incoronamento di quel disegno che è il più sublime che possa compiersi in sulla terra. Grande egli è quando a sublime mestizia dipinto contempla i mali da cui è afflitta la misera chiesa d'oriente, che ormai (ha) compiuto lo scisma fatale cagion d'ogni sua sciagura, ma non meno grande (quando) ad essa fa pervenire i patetici suoi lamenti di Padre e di Pastore per invitarla all'ovil comune. Grande quando medita una crociata a liberar il luogo dall'uomo Dio santificato, si compiace del sublime progetto, pregusta i vantaggi della vittoria e del trionfo. Grande quando minaccioso fa balenare la spada dell'Apostolo dinanzi ai re di Francia e d'Inghilterra protestando contro le arbitrarieloro usurpazioni ovvero proclama la purezza Cristiana e l'indissolubilità matrimoniale al dissoluto Ferdinando di Castiglia che ne pareva dimentico.
Alla vista di un uomo che di mezzo al disordine ed alla confusione universale, s'innalza sovra tutto e tutti ad imprimere una direzione morale e religiosa alla società; il cui diritto è l'unico che sia riconosciuto e rispettato, ed i popoli non hanno guarentigia che nella sua parola, la religione non ha altra speranza contro la corruzione che nella energia del suo carattere; al contemplare un uomo che nel vortice delle passioni umane non vede che alcune leggi immutabili: la santità pel clero, la giustizia pei principi a riformare la società e secondo questa agisce colla sicurezza di vincere superando ogni ostacolo, la mente rimane oppressa sotto l'impressione di tanta grandezza.

Gregorio VII nella lotta e Arrigo IV
Eppure ancor non abbiamo ammirato Gregorio sostenere la più fiera lotta che mai siasi combattuta, riportare il più splendido de' trionfi che possa un mortale conseguire. Qualora egli avesse trovato sui troni della terra quei sovrani che vuole il Signore, avrebbe senz'altro fatto emergere la società da quell'abisso che l'aveva inghiottita, e vedendosi in pronto tutto ciò che era duopo per operare una completa rivoluzione nelle idee e nell'andamento del secolo, avrebbe fatta salva e rigenerata la terra. Ma quali principi, quali leggi quali diritti moderavano i popoli e tenevano il dominio dell'universo! Mi taccio delle inaudite infamie di Filippo I re di Francia, de' sacrileghi arbitrii di Guglielmo d'Inghilterra, delle dissolutezze di Ferdinando di Castiglia, che piegarono la proterva fronte sotto la destra aggravata del Pontefice.
Restiamoci paghi di osservare le persecuzioni mosse a Gregorio da colui che dovendo stringer la corona imperiale, dovea formare il destro braccio del Pontefice, ed in quella ne fu il più accanito nemico. Enrico IV sovrano ancor novello nell'arte del governare, fresco dell'età giovanile, dedito per natura ai sollazzi, sedeva in cima alla piramide sociale, sul trono di Ottone I e di Enrico II. Pieghevole qual debol canna ad ogni più lieve mutar d'aura incapace di avere una volontà e formare una risoluzione, da mali consiglieri attorniato, si abbandonò troppo giovane in braccio alla dissolutezza, e per inevitabile conseguenza de' suoi traviamenti divenne in breve malvagio perfido crudele. Avendo la balìa di tutto intraprendere ed osare, nessun delitto più gli costa che' un semplice desiderio, il suo soggiorno il suo passaggio la sua presenza erano temuti come una sciagura che sovrapendesse alle persone probe d'ogni condizione. Nulla vi ha per lui di sacro e d'inviolabile, ché privati e popoli nobili e plebei non sono esenti dalle sue perniciosissime violenze(...)
Chi in tal guisa conculcava i sacri diritti dell'umanità avrebbe egli potuto rispettare quelli della Chiesa? A quanto ne riferiscono gli storici di quel tempo Enrico conferiva i vescovadi e le abbazie a chi più sborsava di oro, o a chi meglio sapeva adularne i vizii ed assecondarne le passioni. Spesse volte il delitto più turpe, l'accondiscenze più abbominevoli, aprivano ai dissoluti la via ai più eminenti posti della Chiesa. Guai a chi avesse fatto pervenire al principe voci di biasimo e disapprovazione, credevasi alla cima dell'onnipotenza: pensava che le leggi della morale i canoni della Chiesa piegherebbonsi a' suoi capricci ed al suo oro.
All'aspetto di cotesta deplorevole condizione dell'impero, Gregorio VII gemeva dal profondo dell'afflitto suo cuore, e logorandosi nell'amarezza del suo rammarico, chiama il suo secolo secolo di ferro. Ciò non pertanto ei non si lascia sgomentare da tanti ostacoli, in vano ei tenterà compiere la progettata riforma, se prima la potenza imperiale non sarà fiaccata, se il principe non desisterà dal servaggio in cui tiene la chiesa, onde senza dipartirsi un istante dal sublime dovere della sua missione, esclama: voglio combattere sino all'ultimo sangue, piuttostoché arrendermi ai frenetici capricci del principe, e gittarmi con lui nell'abisso. Due sono le vie per giungere alla meta gloriosa: la pace e la guerra. Giudice inappellabile de' popoli e de' re ma anche padre e pastore la prima sceglie di preferenza. Lo zelo del Pontefice di trarre Enrico dalla via dell'abisso non cede all'importanza di guadagnare alla grand'opera della rigenerazione il più potente monarca di tutta Europa. Ché fatto egli suo scudo, avrebbe potuto di leggieri proseguire e compiere l'incominciato edifizio. Ei si studia dapprima affezionarsi l'animo del principe, gli scrive le lettere più dolci ed affettuose, inspirandogli tutta la confidenza di un amico d'un fratello d'un padre. Ma il cuore di Cesare è reso dalle male abitudini delle pietre più insensibile, di diamanti più duro. Ricorre ad altro espediente il perseverante Pontefice, suoi intermediarii sono le persone più dilette e più vicine al cuore del principe. Agnese sua madre, Goffredo di Lorena, Rodolfo di Svevia; i generali i confidenti i ministri tutti insieme pregarono scongiurarono Enrico a ravvedersi. Ma vano ogni sforzo, inutile ogni esortazione.
Il Pontefice, che alla dolcezza e mansuetudine accoppia risolutezza e coraggio indomabile, ricorre a rimedio più efficace, ed in un secondo sinodo tenuto nell'eterna città scomunica i Vescovi simoniaci che aveano compro da Cesare le sedi loro, li depone dall'usurpato seggio, ed abolisce senza restrizione l'inveterato abuso delle investiture. Ma nulla ne approfitta Enrico (...)
Esauriti gli argomenti della dolcezza e della persuasione Gregorio pon mano a quelli della severità, e sguainata la spada dell'Apostolo, colpisce d'anatema 5 de' più influenti sull'animo del principe, autori d'ogni perverso consiglio.

La scomunica ad Arrigo e la vicenda di Canossa
Ma intanto una violenta tempesta si addensa sul capo di Arrigo: i Sassoni ed i Turingi eransi sottratti alla sua autorità, ed impugnate le armi minacciavano eleggersi un'altro sovrano, se egli discacciati i mali consiglieri e le cattive pratiche non divideva egualmente il suo tempo fra tutte le parti dell'impero, e non cessava dalle tirannidi. Smunti lacerati oppressi con peggior tirannide che non gli altri popoli della monarchia, i beni la donna i figli e la stessa vita più non erano la sacra ed inviolabile loro proprietà; ma procaccio di latroneggi di stupri di omicidii per parte di Cesare e de' crudeli suoi complici.
Atterrito Cesare dall'improvvisa sommossa e temendo l'ira tremenda del Pontefice, a questi si rivolge coll'accento del pentimento e della compunzione, perché interponesse la propria mediazione a ritornare la pace e la concordia. I Legati Pontificii ottengono il bramato intento e tutto pareva procedere a seconda dei disegni di Gregorio. Ma Cesare è sovra ogni credere perfido e simulatore. Libero ormai d'ogni sospetto di nuova ribellione per parte dei Sassoni, non conosce più modo o riserbo alcuno nell'empito della sua sacrilega fellonia, conculca nuovamente tutti i diritti dell'umanità e gli ordini della Chiesa. Non v'ha giorno che la S. Sede non soffra nuovi oltraggi dagli empi suoifurori: lo stesso pontefice, orrendo a dirsi, vien maltrattato e svelto dall'altare del sacrifizio: è per essere, sì per essere condotto prigioniero al suo nemico.
Intanto dal fondo delle lor carceri fan pervenire al Pontefice le loro grida strazianti i traditi principi della Sassonia, ed a nome della giustizia, e di lor popoli oppressi invocano il suo braccio a dispersione del despota usurpatore.Gregorio non si discosta dagli avvisi della prudenza ma agisce con vigore ed eroica fermezza. Per` bocca de' suoi legati gl'intima di comparire al suo tribunale per render ragione di sue opere malvagie e ciò sotto forma di scomunica.
Enrico nega udienza a' legati, convoca in Vorms un conciliabolo, deponeil pontefice e glielo annunzia in termini ignobili ed oltraggiosi. Gregorio si fa più grande col crescere delle avversità e comprendendo col suo genio tutta la grandezza del male, si leva al di sopra del secolo e delle circostanze. Appoggiandosi sul suffragio e sulle assidue sollecitazioni di tanti popoli, comprende che solo la sua autorità può vendicare la verità e la giustizia, concentra perciò tutti i suoi poteri e scaglia il fulmine dell'anatema pontificale contro il ribelle Enrico. Impallidirono, tremarono sul loro soglio al suono del tremendo folgore i monarchi tutti d'Europa, dinanzi allo sdegno del Vicario di Dio la terra si tace, ché la grande sentenza è dal dito dell'eterno confermata in cielo.
Questa giusta e straordinaria impressione fu salutare ed origine d'innumerevoli vantaggi. Molti prelati brutti di simonia e d'altri, atterriti piansero lor falli ai piedi del Pontefice, e ne fecero la condegna penitenza. I principi di Germania ricusano ad Arrigo la debita obbedienza e lo citano a comparire alla dieta d'Augusta per giustificarsi dinanzi al Pontefice. Ama meglio umiliarsi dinanzi a quest'ultimo lungi dal teatro de' suoi misfatti sperando più facile il perdono.
Ecco colui che credendosi ormai giunto all'apice della gloria e del potere cancellava ogni diritto, trasgrediva ogni legge, vestito di ruvido sajo implorare la clemenza di colui cui pretendeva nel suo cieco furore annientare. Allorché studiasi lo spettacolo di Canossa convien far cedere l'interesse nazionale all'intellettuale. Quest'avvenimento è un trionfo ottenuto da quella sovrana potenza dell'anima che crea le forze esteriori quand'esse non ancora esistono sopra un tiranno effeminato che sapeva però ritenere la forza materiale di cui era armato .

La seconda scomunica e la ribellione
Arrigo fu assolto, ma un pentimento suggerito dal timor d'imminente sciagura non potea a lungo durare. Appena uscito il principe da Canossa, ruppe le fatte promesse e ritornò ai premieri eccessi. Allora s'accese una feroce guerra. I principi di Germania lo sentenziarono deposto e chiamarono al soglio reale Rodolfo di Svevia. Sostenuto dalla parte scismatica abbastanza forte, Enrico accozza poderoso esercito, e varcate le Alpi spirante vendetta e furore, contrasta colle armi il trono al suo rivale Rodolfo. Invano il Pontefice nemico del sangue e delle stragi cerca calmare gli animi interponendo al ferro la sua paterna (parola), invano speranzoso del ravvedimento del perfidioso Arrigo biasima altamente la precipitosa deliberazione de' Tedeschi baroni e l'infedeltà de' pontificii legati. Prega scongiura minaccia, ma nel trambusto delle cose, nella malignità del cuore umano trova un ostacolo potente e la sua voce non è ascoltata. Il trionfo della verità e della giustizia è la meta d'ogni sua aspirazione; benché altra via più favorevole ai suoi personali interessi possa scegliere di preferenza, tiene ancor ferma la volontà di trasferirsi sul teatro medesimo della gran lite testimonio e giudice delle cose e così in faccia all'universo sia fatta manifesta la rettitidine di sue operazioni la santità di suoi intendimenti. Ma ogni dì più vede impossibilitati i suoi progetti, rese inutili a questo le sue premure.
Intanto la guerra condotta da Arrigo con slealtà contro ogni diritto delle genti e del tempo gli veniva man mano guadagnando vittorie, e colle vittorie novello ajuto di chi si volge al sol rinascente. La simonia e l'incontinenza alzavano superba la fronte e parea volessero oscurare l'aurora fulgida del trionfo a Canossa spuntata. Ammirabile sempre il Pontefice nella intrepida sua giustizia e nella longanime misericordia: trascorsi tre anni di prove colla grandezza di un eroe sofferta perché deluse le sue speranze, scaglia per la 2a volta sul capo di Arrigo l'anatema pontificale, lo depone dal trono, e sul capo di Rodolfo rafferma il reale diadema.
Questa volta (Balan) la grandezza e la maestà del Romano pontificato chiaro rifulse di tutto il suo splendore. Ora il Papa non iscomunica più un principe debole, abbandonato dai più, odiato da tanti popoli quale era Enrico nel 1076, bensì un principe potente ed orgoglioso per recenti vittorie, avversato sì dai Sassoni, ma sostenuto da potente fazione, mentre il Pontefice che pronunciava l'anatema si vedeva da ogni parte circondato da formidabili nemici. Ma l'abbandono d'ogni ajuto terreno rende più grande l'augusta figura di Gregorio, si fa più augusta la sua parola la quale, forte del diritto e della giustizia, fulmina un armato monarca e strappa dal suo capo la corona di cui si mostrò indegno.
Accecato dall'ira, superbo per la forza che ora credeva essersi assicurata per sempre, non altro brama Enrico che lo sterminio e la morte del Pontefice e dell'eletto Monarca. Convocati in Bressannone quanti erano prelati simoniaci e concubinarii e pronti ad ogni evento a piegarsi sotto il regio bastone, dopo furiose declamazioni vi fa deporre follemente Gregorio ed eleggere in sua vece fra orgie infernali il disonor di Ravenna l'infame Guiberto. Compiuto il sacrilego atto, assalta furiosamente le genti di Rodolfo, e mentre la vittoria parea a quest'ultimo sorridere, cadde trafitto da valorosa mano, e con lui la forza la speranza il coraggio dei fautori del Papa e della buona causa.

L'esilio e la morte a Salerno
Ora si presentava ad Enrico una prospettiva di grandi vittorie, la sua mente meditava vendetta, ed il suo cuore si apriva ad un'empia speranza di umiliare in Gregorio l'autorità pontificia e la potenza della religione. Oppressa la contessa Matilde, quasi unico sostegno che rimanesse al Pontefice, i suoi castelli son presi d'assalto e distrutti, i suoi presidii periscono sotto la lancia Alemanna; atterrita dà avviso a Gregorio.
Chi riguardava le cose con occhio umano, o si lasciava da vani timori dominare, consigliava Gregorio a perdonare ad Enrico, a rimettere del suo rigore ed a sagrificare al bene della Chiesa i proprii progetti, sublimi sì ma impossibili ad effettuarsi. No, rispondeva, non posso mutare ciò che è stato fatto in nome della giustizia eterna. Sperate, non è inaridita la mano di colui che depone dalla sede i superbi e gli umili esalta al trono degli Angioli. Per nulla intimidito convoca a Roma con il sinodo solito a tenersi ogni anno, e per mostrare che non teme l'ire dell'empio, rinnova la sentenza di scomunica contro d'Enrico e de' suoi fautori, rianima gli elettori di Germania a crearsi un successore al defunto Rodolfo, mentre ovunque son spedite lettere e messi a mettere sull'avviso i popoli ad inculcare l'obbedienza alla Sede Romana ad infervorare i Vescovi fedeli alla sospirata riforma dei costumi nel clero e nel popolo.
Così adoperava Gregorio derelitto da tutti, voluto morto dai Lombardi ribelli, minacciato da mezza Europa. Ma Roma indebolita da lunghi assedii agitata da interne fazioni, profanato di già il sepolcro degli Apostoli colla sacrilega di una ridevole incoronazione, più non offriva al Vicario di Cristo un sicuro Asilo.
Salvato dalle mani nemiche da quel Guiscardo la cui rapace animosità avea più volte chiamato sul suo capo i fulmini del cielo, abbandona Roma che altro ormai non presentava che un campo sanguinoso di battaglia, in cui la discordia come in suo regno vi dominava sovrana, e va a ricercare nell'esiglio di Salerno quella sicurezza e quella pace che mai non avrebbe conseguito nella capitale del Cattolico mondo.
Ma ivi la morte lo attendeva. Dal letto delle sue estreme agonie quasi a contemplazione rapito, gli fu dato in quell'ora vedere con certezza che i suoi disegni posavano realmente sopra la verità e la giustizia, contempla i mali in cui lascia la Chiesa immersa, un freddo brivido gli corre per l'ossa, una stretta al cuore gli ammezzò per un'istante il respiro, e fu allora che proruppe nel grido compendiatore della sua vita: Dilexi justitiam odivi iniquitatem propterea morior in exilio.
Ei muore. La morte di Rodolfo ucciso sull'Elster non è per anco riparata Enrico trionfa di mezzo alle sue fellonie ed ogni dì più mena strage e rovine, Roma è un cumulo di macerie, la desolazione ovunque vi domina; Guiberto invasore della suprema cattedra ad onta dei replicati anatemi seguita a riscuotere applauso ed approvazione; l'opera forse da Gregorio sudata per tanti anni cade rovinosamente, ed i trionfi cessati sì presto cessarono?

La vittoria di Gregorio VII
Gli uomini grandi i quali sorgono all'istante della crisi come mandatarii della provvidenza (così de Maistre) non operano per l'epoca in cui compajono ma sibbene pei secoli avvenire. Sì essi lasciano dei torbidi sul loro passaggio, torbidi senza dubbio spaventosissimi, ma che sono un nulla nella storia generale dell'umanità. I posteri gioiranno degli sforzi di quei genii straordinarii che hanno violentemente mutato i destini dell'universo. L'ordine che rinasce dalle sue ceneri, l'anarchia che ricade nel primiero suo nulla, le solide istituzioni che si stabiliscono sono questi i vantaggi dei secoli futuri. Gregorio fu l'uomo fatale del medio evo; ad onta di tutti gli sforzi della potenza imperiale Gregorio morì vincitore; ma non poté godere della sua vittoria.
Intanto l'antipapa Guiberto non si ornerà la fronte della tiara, Enrico non morrà imperatore ma derelitto da tutti, accompagnato da pubblico disprezzo, le investiture saranno abolite, saranno degni i ministri del santuario, un'era novella sorgerà dal secolo delle corruzioni e del combattimento.
Si confrontino tra di loro i secoli X e XI coi due che vennero appresso, qual tramutamento di uomini e di cose, di principii, di fatti, d'istituzioni; un genio certamente è passato per mezzo ad operare questa portentosa trasformazione, egli è desso il Genio di Gregorio. Senza l'operato da Gregorio probabilmente non avremmo avuto né Bernardo di Chiaravalle né Alberto Magno né Tommaso d'Aquino splendore delle università, né Domenico coi padri Predicatori, né Francesco d'Assisi co' suoi tre ordini. Frutto leggittimo della vittoria fu quindi la generosa epopea sulla traccia dell'impavido antecessore avvinta da Urbano II. Quindi l'epoca dei Comuni Italiani epoca di gloria e di risorgimento condotta all'apogeo dalla mente e dal braccio di un grandissimo Papa Alessandro III a Legnano, quindi il fortunato governo del III Innocenzo e le intrepide resistenze di successori dal nono Gregorio a Bonifacio VIII Insomma non avremmo avuto nulla di quella rifioritura di scienza, di pietà e di eroismo onde i secoli XII e XIII rimangono nella storia son per dire i più bei secoli del Cristianesimo, la corona fulgidissima del medio Evo, la gloria imperitura del Papato e dell'Italia.
A dir breve, grande adunque ci sia lecito chiamare un uomo che, fatto interprete del destino, scosse i cardini del mondo, sperò una rivoluzione universale, nuovo equilibrio nuovo impulso nuova carriera diede alle cose. grande perché al suono di sua voce i troni dei potenti vacillano, tremano le superbe nazioni, ed i popoli, abbandonate le dinastie dei dominatori, lui riconoscono vicario dell'Eterno e gli ordini suoi riverenti accolgono. Grande perché dalle vette del monte santo di Dio promulgò sino a' più lontani lidi la legge della verità e della giustizia, prescrisse una norma alle credenze, soggiogò la forza colla religione. Grande infine perché, escito dalla polvere, concepì la sublime idea di abolir la tirannide, di rigenerare per mezzo della fede la corrotta schiatta degli uomini, di radicar viepiù il regno di Dio ponendo la cattedra di Pietro sovra tutti i troni della terra, né l'opera sua senza incoronamento.
Sì, grande lo chiamarono i secoli trascorsi che gli rizzarono altari e gli offersero voti; grande lo chiama l'età presente che ancor ne benedice la memoria; grande finché duri nella mente de' mortali il concetto di vera grandezza lo chiameranno i secoli futuri.

Guido Maria Conforti, Seminarista