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Identità fraterne

| Enzo O. Verzeletti - 10/08/2017


Qualcuno sostiene che la mia identità sarebbe padana, perché i miei antenati sarebbero padani, cioè abitanti di una parte dell’Italia, che secondo loro dovrebbe chiamarsi Padania. 

Ora questi antenati padani avrebbero la strana particolarità di avere altri antenati molto speciali, che in qualche modo si distinguerebbero da tutti gli altri antenati dei non-padani. Qualcuno sostiene che la mia identità sarebbe padana, perché i miei antenati sarebbero padani, cioè abitanti di una parte dell’Italia, che secondo loro dovrebbe chiamarsi Padania.
Ora questi antenati padani avrebbero la strana particolarità di avere altri antenati molto speciali, che in qualche modo si distinguerebbero da tutti gli altri antenati dei non-padani.
Le argomentazioni a sostegno di questa tesi, lette un po’ in giro, in verità, mi suonano piuttosto deboli.
Mi viene il dubbio che s’ipotizzi un “Padano” originario, capostipite di una stirpe specialissima e comunque non perfettamente sovrapponibile all’homo sapiens sapiens, confinata, per qualche insondabile e/o sublime ragione, sulle rive del Po’.
Ad ogni modo io sono nato a Brescia e non mi sento appartenente a questo curioso e immaginario popolo padano.

Altri sostengono che la mia identità cosiddetta padana non avrebbe un’origine biologico-scientifico-geografica precisa, ma mi qualificherebbe, a scelta, all’interno di una di due categorie di opposti, storicamente determinatisi: 1 - “appartenente a popolo miserabile, minacciato, fragile” o, al contrario, 2 - “appartenente a popolo felice, radioso, potente.”

La nozione d’identità padana come si vede non è univoca, ma piuttosto complessa. Figuriamoci se poi un Padano soffrisse di un disturbo dell’identità, come quelli elencati nei manuali psicodiagnostici; per lui, poverino, sarebbe molto più difficile saltarne fuori, rispetto ad un non-padano con lo stesso disturbo...

A scuola m’avevano insegnato che l’identità, il principio d’identità, consisteva nella scoperta che due o tre cose che si chiamavano diversamente, nei fatti erano uguali.
Se A è uguale a B, vuol dire che B è uguale ad A, e, transitivamente, se C è uguale a B, allora vuol dire che è uguale anche ad A.

Nella mia semplicità m’ero figurato che, in questo caso, avrei potuto operare le seguenti sostituzioni: A = Abitante umano del pianeta terra; B = Bresciano, abitante umano della provincia di Brescia; C = Confratello (anche non Saveriano, beninteso!) abitante umano del pianeta terra[1]

L’idea di un’identità, che sostanzialmente non cambia, che si può tuttavia perdere o conservare, riguarda anche il territorio. Perfino le guide turistiche illustrano talora come il “rione x” abbia “conservato la sua identità”.

In questo caso l’identità sarebbe una “qualità” che si può/deve difendere dagli “abusi” di chi minaccia di distruggerla[2].

La nozione d’identità di un territorio geografico esprime senz’altro qualcosa in più.
Per continuare con l’esempio del rione, potremmo dire che un territorio ad attività prevalentemente artigianale potrebbe essersi trasformato col tempo, perché assorbito nell’agglomerato urbano.
Qui la parola identità designerebbe non soltanto le caratteristiche territoriali di una parte della città, ma anche l’attaccamento degli abitanti ad uno stile di vita.

Questo rione avrebbe dunque perso la sua identità? Si potrebbe veramente dire che non è più se stesso? Che sia sparito? O che ci sia ancora, ma in modo indistinto e confuso, perso nell’ambiente circostante?

Come si potrebbe preservare la sua identità, se l’ambiente circostante e le persone cambiassero ancora?
Trasformandola, si potrebbe rispondere.

Allargando il discorso, davanti al rischio della disintegrazione, che la società attuale corre, ci ritroviamo di fronte alla necessità senz’appello di ripensare le condizioni di un “vivere insieme”.
Non si tratta di tolleranza o di compromessi, ma di riconoscere che un gruppo umano non si può sviluppare, se non ha la capacità di trasformarsi attraverso degli “scatti” evolutivi, maturati su periodi magari anche lunghi di tensione.

La trasformazione potrà essere positiva solo se si è in grado di mantenere ciò che è buono, giusto e utile per tutti, abbandonando ciò che reca danno anche solo a pochi.

Non è facile, ma se il “dialogo” può ancora avere un senso è questo.

Dialogare non vuol dire adoperare le parole per nascondersi l’un l’altro le miserie ed evitare lo scontro, ma per tendere intelletto e cuore in modo da generare soluzioni nuove che siano giuste per tutti.

Non si tratta di suggellare distanze per mezzo di fili spinati o confini fasulli, costruiti su identità fallaci, arroccate su principii inventati; si tratta di costruire ponti che creino un vasto territorio comune, circondato da orizzonti che inevitabilmente sono più vasti e devono essere percepiti in tutta la loro ampiezza. [3]

Non è per caso che gli antenati degli umani viventi sul pianeta terra siano in comune?

 

[1] L’uguaglianza vale sicuramente anche per padani eventuali e non-padani; mi rimangono dei dubbi solo per quanto concerne i Bergamaschi, o parte di essi, ma su questo mi riservo di esporre in futuro le mie argomentazioni.

[2] Nel caso dell’immaginaria Padania, a quanto capisco dai discorsi di chi si autoproclama padano, in primis il suo territorio andrebbe difeso dagli abusi degli abitanti di una fantomatica Terronia, altro vasto territorio immaginario a statuto molto speciale; esso comprende ormai tutto il mondo a sud del Po’, ampliatosi nel tempo e ormai estesosi a tutta l’Africa e parte del sud-est asiatico, terre che sarebbero popolate da oscuri individui, con la fissazione dei lunghi viaggi pericolosi, in cerca di miglior fortuna.

[3] Perdoni, chi legge, e magari si sente padano, il tono scherzoso adoperato in queste note, e in generale nei miei graffiti. Continuiamo a lavorare nella calura estiva, talvolta assistiamo con sofferenza all’assurdo; crediamo che sia importante conservare la propria identità, solo per poterla meglio trasformare nel tempo e adeguarla a questa grande famiglia umana di cui ci sentiamo parte e senza la quale saremmo nulla, da sud a nord, da est a ovest.