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I beni comuni

| Enzo O. Verzeletti - 29/09/2017


Nel mese di agosto è uscito in Francia “Il dizionario dei beni comuni". L’obiettivo è quello di offrire uno strumento per la comprensione della nozione di “beni comuni”, e dei fenomeni comportamentali connessi.
Da qui qualche mia riflessione.

Il patrimonio “in comune”, intellettuale come mobiliare e immobiliare, è collegato ad una evoluzione delle pratiche sociali nella misura in cui si manifesta principalmente come risorsa accessibile a tutti, piuttosto che come proprietà materiale appartenente a singoli o a gruppi.1

Si pensi, ad esempio, ai programmi opensource o alle enciclopedie online nel campo del digitale, alle autovetture da città in uso condiviso nel settore dei trasporti, alle esperienze dell’abitare “partecipativo” di giovani e meno giovani, studenti e/o lavoratori, comunque fuori dai contesti strettamente familiari.
La nozione di “beni ad uso comune” non solo trasforma l’agire quotidiano, ma educa inavvertitamente il pensiero ad una modalità meno dipendente dalla proprietà dell’oggetto e più aperta al principio di condivisione.

Effettivamente questi fenomeni “ci permettono di proporre delle reinterpretazioni dei valori fondanti le società contemporanee quali il ruolo dello Stato, della proprietà e delle forme di espressione della democrazia."2
C’è una differenza fra l’uso al singolare o al plurale del sostantivo “bene”.

“Il bene comune” rimanda ad una visione del mondo di natura filosofica, mentre “i beni comuni” rimandano all’esperienza della vita pratica che si articola attorno a qualcosa di condiviso.
In questo modo vediamo trasformarsi i concetti di proprietà, privata o statale che sia, tanto delle visioni conservatrici, quanto di quelle cosiddette progressiste.
L’idea di “beni comuni”, a mio parere, sposta l’asse dell’attenzione dalla proprietà alla funzione della proprietà.
Si tratta di un nuovo genere di proprietà con destinazione pubblica – nel senso di collettiva e comune – delle sue risorse. In ultima analisi la proprietà di questo tipo ha una destinazione sociale.
Dai monumenti storici alla proprietà materiale e intellettuale, ciò che giustifica il possesso dei “beni comuni” è solo la dimensione sociale: il possibile utilizzo di beni-risorsa da parte di tutti.
Ciò determina una nuova mappa dei valori, una sorta di cartografia valoriale aperta.
Così come non sono interessato a comprare un’enciclopedia se ne ho a disposizione una buona gratuitamente o per libera donazione in internet, perché dovrei acquistare una citycar se posso prenderla quando mi serve per pochi euro?

La cosa comune, concetto antico, non può appartenere definitivamente a nessuno, perché è di tutti. Questo è un pensiero difficile da accettare: l’idea di proprietà privata si è installata nella mente dell’uomo moderno, legata in maniera inscindibile all’idea di libertà individuale. È diventata così una maestà difficile da detronizzare.
Ma sul serio si è liberi, soltanto se proprietari?
C’è forse un modo di pensare alla proprietà mitigandola e declinandola insieme all’idea di “dominio pubblico” e d’”interesse generale”? Forse modernizzandola e rendendola compatibile con la vita contemporanea?

Lo Stato, gli Ordini religiosi, la Chiesa, ecc. si alienano i beni vendendoli a privati. Siamo sicuri che possano farlo?
Lo Stato, e similmente tutti gli organismi nati con fini collettivi, appartiene non soltanto al gruppo umano che lo compone attualmente, ma anche ai futuri destinatari.
Se lo Stato vende i suoi beni, depaupera i cittadini, anche quelli futuri.
Oltre a questa dimensione temporale, nell’ottica della responsabilità ai fini del mantenimento e della conservazione, esiste anche una dimensione “spaziale” di cura, salvaguardia e protezione di luoghi specifici: si pensi alle responsabilità ecologiche e ambientali.
Molto meglio utilizzare i beni, renderli disponibili e farli fruttare insieme; in questo senso anche il lavoro ne giova, nella dimensione partecipativa al loro mantenimento.

Abbiamo bisogno di una cultura e di una visione del mondo diversa, che si appelli alla volontà di dono, non solo attraverso il finanziamento diretto, partecipativo, ma anche attraverso il lavoro, le idee, la creatività. Abbiamo bisogna di un'etica della responsabilità, di cittadinanza consapevole, di cultura e pratiche sociali nuove.

 

1. Per il nuovo dizionario consulta il link https://www.puf.com/content/Dictionnaire_des_biens_communs

2. “Elles permettent de proposer des réinterprétations des valeurs fondatrices des sociétés contemporaines tels le rôle de l’État, de la propriété et des formes d’expression de la démocratie.