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Includere, unire, convergere

| Enzo O. Verzeletti - 17/08/2017


Le parole talvolta sembrano vive. Risuonano, come se sapessero dire su di noi molto di più di quello che credevamo di conoscere a proposito di noi stessi e del mondo. Per esempio, la parola inclusione sembra voler suggerire un senso particolare all’inserimento di un elemento in un insieme.

In ambito socio-politico esistono vari tipi d’inclusione: da quella scolastica a quella economica (si pensi al reddito di inclusione).

Includendo s'intende contrastare le discriminazioni e favorire le pari opportunità. Esistono anche, naturalmente, criteri d’inclusione.
In ogni caso s’include sempre qualcuno o qualcosa all’interno di uno spazio ben caratterizzato, delimitato, definito, in ultima analisi chiuso.

Qui sorge una questione fondamentale: l’inclusione, sia essa scolastica, economica o religiosa, implica necessariamente una concezione della scuola, dell’economia, della religione, che fa capo a sua volta ad un’idea di uomo, di formazione, di strategie applicative politiche ed economiche e, più in generale, ad una visione del mondo.

 S’include. Bene! Con quali motivazioni? A quale scopo? Con quali modalità?

Mi sembra che, in nome dell’umanesimo, dell’uguaglianza, delle pari opportunità, dell’utilitarismo, spesso si “accetti” il diverso, s’includa, si cerchi d’integrarlo, e poi si finisca per …normalizzarlo, standardizzarlo, addomesticarlo.

Si approda ad una specie di controllo generalizzato delle persone e dei gruppi, per il loro bene (evidentemente) e perché (giustamente) non si può lasciare nessuno ai margini della società.

Occorre però tenere presente che una modalità d'inclusione che “standardizza”, paradossalmente genera una sorta di “esclusione dall’interno”.

Le caratteristiche che favoriscono l’inclusione in genere escludono le singolarità, ovvero ciò che è più propriamente originale, diverso, nuovo e, per conseguenza, ne soffre l’unicità di chi è "incluso": è proprio questa unicità, fonte di ricchezza, ad essere “esclusa dall’interno”.

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv. 8,32). È un versetto che “merita” la celebre accusa dell’inquisitore rivolta a Cristo ne’ I Fratelli Karamazov: «Invece di impadronirti della libertà degli uomini, Tu l’hai ancora accresciuta!».

Cristo, probabilmente, voleva mostrarci che l’uomo è libero e regale per nascita, nell’unione fraterna e nell’amore, sebbene sia spesso tentato dall’avidità e sempre capace di ridurre i fratelli a grandi esclusi, più pronto a separare che ad unire.

 Se - nascosto dietro la politica dell’inclusione - c’è il tentativo d’imbavagliare le voci del dissenso o della diversità (le verità dei singoli e dei gruppi), per favorire una ed una sola voce, ingabbiando la persona dentro uno schema precostituito, e condizionando lo sviluppo dell’idea di uomo, si rischia di ostacolare il progresso della cultura, della civiltà e della democrazia, invece di favorire la maturazione dei modi di pensare e degli stili di vita. In questo modo si sostiene solo la preminenza imposta di una visione del mondo sulle altre.

Si abbatte l’aspirazione spirituale all’unità in nome di una uniformità.

Il riconoscimento della genuina opportunità offerta dalle differenze ed il perseguimento instancabile dell’unità come orizzonte necessario permettono sia di combattere l’utopia del collettivismo in cui l’uomo si dissolve nello Stato o nelle Istituzioni, che la miseria dell’individualismo, incapace di concepire la logica del dono.

Proclamare la necessità dell’inclusione per tutti significa affermare che per ciascuno è d’obbligo impegnarsi affinché ogni persona sia messa in condizione di essere re, profeta e sacerdote, cioè uomo a pieno titolo.

Non si può imporre un pensiero unico, bisogna arrendersi all'idea che includere nel dialogo modifica chi include e chi è incluso. Per il bene comune è necessario procedere dialogando ed unificando per poter convergere su un'idea di uomo.
Includere non basta; è necessario concorrere all’unità nello spirito e dei fini.