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È qui la Festa?

| Enzo O. Verzeletti - 18/10/2017


Il festival della missione è finito. Siamo ora in attesa della giornata missionaria mondiale, e poi della festa del 2 novembre… Ho visto in rete un video: la colonna sonora mi fa temere un giallo, la scritta in sovrimpressione C’erano una volta… richiama un’atmosfera da fiaba; in effetti una voce maschile matura racconta una storia: c’erano una volta…

Chi? Furia cavallo del west? Re Leone? Peter Pan? Cappuccetto Rosso?No! C’erano una volta gli Istituti Missionari!Come c’erano? E ora? Non ci sono più? Mi sento afferrato dal panico. E io chi sono? Parte di una cosa che non c’è? Capisco il senso della colonna sonora.Mi riprendo rapidamente dallo shock: sono abbastanza certo di essere vivo e di esserci.
Anche se gli Istituti non ci sono più, io (speriamo che) me la cavo.

Seguo il filo del racconto, l’annuncio è che gli Istituti Missionari non esistono più perché prima erano eurocentrici e colonialisti e ora invece avrebbero capito che la missione è da ogni luogo verso ogni luogo. Meno male. Dunque ad essere sparita, morta, trapassata è un’idea d’Istituto Missionario antiquata e obsoleta.
Oggi invece finalmente abbiamo capito tutto…e siamo cambiati o almeno ci prefiggiamo di cambiare stile.

Sono tranquillo e in pace con me stesso: è morta un’idea di missione che io non ho mai avuto.

Comunque si annuncia il decesso di un modo di pensare che certamente in molti hanno avuto e, forse ancora hanno.
La morte è un argomento classico in filosofia; se ne sono occupati Platone, Schopenhauer, Heidegger, per citarne solo alcuni.
La morte è un passaggio obbligato, anche nel pensiero e allora ecco il senso dell’annuncio: “Qui giacciono gli Istituti missionari, R.I.P”: Requiescant In Pace.
Una settimana di celebrazioni - il festival - sono servite per celebrare la morte degli Istituti Missionari eurocentrici e per adombrare il cambiamento centrato sul dialogo, sulla interculturalità, sul come annunciare la Parola di Gesù nel mondo contemporaneo.

Cose mai sentite prima! Chiedo perdono per il tono ironico, ma credo che il nòcciolo della questione sia proprio qui: prima di essere protagonisti di un rinnovamento concreto abbiamo bisogno di certificare la morte di ciò che animava la parte peggiore degli Istituti missionari.
Mi è poco chiaro come si collochi la dichiarazione di decesso dopo tutti gli altri annunci di rinnovamento, di ripartenza, di riposizionamento, di nuovo inizio, che andiamo gridando da anni (dal Vaticano II?).
Allora diciamolo: c’è da fronteggiare un problema che investe tutta la chiesa.

Che avesse ragione il filosofo quando scrive: “Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità.”? (Epicuro, Lettera sulla felicità, a Meneceo, 124). E più oltre: “La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.” (Epicuro, op. cit., 125).  

Dunque al momento in questo generale mea culpa saremmo una specie di morti-viventi, che, mettendo alla prova l’argomento epicureo, sperimentano in diretta sulle strade e sul web una morte transgenerazionale.
Se sentiamo forte questa necessità di rappresentarci – tutti insieme – come discepoli che “fuggono la morte” e che vivono la loro fine, dobbiamo decidere cosa significa e dirlo.
Se è per essere sepolti definitivamente o per risorgere e comprendere concretamente fin dove è possibile vivere, vivere bene, da soli e insieme per l’avvenire.
Epicuro è senza appello sulla questione dell’avvenire: “Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario.”. (op.cit.,127)1.

Sarò finalmente apodittico dopo tante parole: occupatevi solo di quello che dipende da voi e fatela finita una volta per tutte se non ce la fate a dirvi e ad essere cristiani nella vita, nella speranza, nell’amore per il prossimo e nella fraternità: Dio vi perdonerà, perché è immensamente buono.

Ma se credete nella parabola del chicco di grano che muore per portare frutto o ancora in quella parola sconvolgente capace di far saltare e frantumare una pietra sepolcrale in cambio di una vita risorta, allora attendiamo insieme non il 2, ma il 1° novembre: È lì la festa! Quella di tutti i santi, del servizio alla vita, di tutti i vivi e di tutti i veramente viventi che amano la vita.
Life is possible!

Clicca per vedere il video completo "C'erano una volta gli Istituti Missionari..."

1La Lettera sulla felicità di Epicuro è liberamente scaricabile a questo link