
Lui, chi è?
Seguo spesso gli aggiornamenti relativi a un’altra storia infinita, quella dello ius soli e dello ius culturae. Ieri sera leggevo ancora con un senso di fastidio indefinito, e chissà perché oggi mi sono svegliato con uno strano pezzo di Vangelo in testa: Luca (5, 17-26).
Gesù suscita il furore dei suoi oppositori perdonando un uomo, portato su una barella da alcuni amici che riescono ad aprirsi un cammino in mezzo alla folla, salendo sul tetto della casa, togliendo le tegole e calando la barella nel bel mezzo della stanza dove Gesù stava insegnando davanti a scribi e farisei. Gesù perdona il paralitico e poi lo guarisce.
A ben guardare non è stata scoperchiata solo la casa, anche altro è venuto alla luce.
Non è facile per i più deboli, non solo malati e peccatori, avere accesso alla libertà.
Lui, chi è? – s’interrogano scribi e farisei con meraviglia mista ad orrore per la presunta bestemmia commessa dal nuovo venuto che suscita la speranza tra le folle degli ultimi.
Loro sono i dottori della legge, quelli che studiano la Scrittura e sorvegliano che nessun altro si azzardi a dire o fare qualcosa (anche di buono evidentemente) che non rientri nei loro criteri di giudizio. La Parola è un tesoro, ed è prima di tutto il loro tesoro.
Allora, cosa vuole quello lì? Di cosa s’impiccia? Sono furiosi.
Furiosi perché l’uomo di Nazareth offre un dono, rivelatosi perdono, aggiungendo alla guarigione dell’anima anche quella del corpo.
Più grave ancora, avvicina il divino al cuore dell’umano, rivelandolo amorevole con peccatori e sofferenti, prima di ogni altra questione, anche prima dell’insegnamento.
Gesù scuote il luogo dei dottori e degli scribi, come fosse un albero al tempo della bacchiatura; la paralisi più dura da sconfiggere, dunque, non era quella del poveretto sulla barella calata dal tetto.
Lui, chi è?
Ogni rinascita è rigettata, per paura della seconda nascita, quella nello spirito e perciò alla libertà e alla vita.
Risulta intollerabile che il divino comunichi senza pregiudizi con la fragilità umana, senza alcun bisogno di “tessera del partito”. Poi però si dice, e forse anche si crede veramente, che l’onnipotente è umile, e benevolente, e benedicente.
Ma allora la potenza divina non somiglia al potere umano e quindi non può essere l’alibi delle nostre illusioni: soltanto Dio non appare, ma traspare nelle tracce dell’umiltà e della vulnerabilità.
Se un adolescente, nato in Italia o giunto in Italia da piccolo, che frequenta le scuole italiane, non può avere la cittadinanza del Bel Paese in cui vive perché i genitori non sono italiani, vuol dire che il pregiudizio sta paralizzando le nostre menti cristiane. Si tratta di xenofobia.
A questo punto mi potreste domandare quale legame io trovi tra le tiritere sullo ius soli lette al tramonto col fastidio di una collera incipiente, e il fragore di tuono di un’immagine evangelica che mi ridesta all’alba. Forse mi permetto lo “sfondone” di paragonare indebitamente e goffamente un peccatore malato con il figlio di qualcuno che è nato in un altro Paese?
No!
Vi prego: considerate con me l’alba di ogni nostra giornata come l’incipit di un pensiero liberato, che per un attimo s’affranca dalla paralisi del pregiudizio e in quel momento chiede, e la richiede quotidianamente, la grazia di saper guardare ogni uomo e ogni donna domandandosi: “Lui, chi è?”.
Lui chi è? Lo sappiamo chi è!

