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Il Cantiere

| Enzo O. Verzeletti - 31/10/2017


Il cantiere è un luogo di lavoro e può essere rischioso. Ci sono cartelli che allertano chi si trova a passare nelle vicinanze: “Lavori in corso.” Ci sono anche cartelli per la sicurezza sul lavoro: prescrizioni, divieti, avvertimenti e altro ancora.

Aprire il Vangelo è come ritrovarsi dentro un cantiere, con un Capomastro d’eccezione, che parla, spalanca orizzonti nuovi, proponendosi senza imporsi; l’opera in costruzione richiede attenzione, concentrazione, dedizione, vigore, passione.
Per la realizzazione dell’opera occorre un certo ingegno, ma non del tipo che si trova dentro un sapere accademico: non si tratta di conoscere, ma di ri-conoscere.
Riconoscere chi?
Gli uomini, le donne, la terra e il cielo.
Per costruire vie di comunicazione con i mattoni della fiducia e della speranza e simultaneamente riconoscere chi siamo noi quando incontriamo gli altri.

Eppure quando il Capomastro ha cominciato a percorrere le strade e i sentieri della gente, in parecchi si sono affrettati a tentare di chiuderGli il Cantiere.
Doveva essere pericolosissimo quella specie di laboratorio della vita buona, tanto per il sinedrio, quanto per i romani. Ci hanno messo poco: hanno denunciato il Maestro, lo hanno catturato, sommariamente giudicato e barbaramente assassinato. Cantiere chiuso con una bella pietra sopra e tanto di guardie a sorvegliare il morto – e i vivi – perché nessuno osasse sperare e credere ancora.

Che qualcuno avesse subodorato un’occupazione illecita del Cantiere e un partenariato pronto a continuare la costruzione?

Il Maestro in effetti è risorto, e il Cantiere va avanti.
Non solo: non c’è selezione per il reclutamento in questo partenariato tra l’umano e il divino. Tutti ne possono far parte. Il Maestro non tiene conto degli errori, perché se ne assume permanentemente la responsabilità per-dono.
Il Cantiere appartiene all’ordine della carità.

Anticamente c’era stato un altro cantiere nei pressi di Babilonia, noto come Torre di Babele dove l’umanità balbettava la sua invidia del Padre del Maestro. Anzi, per la precisione continua ad esserci ancora, anche se delocalizzato e con filiali sparse un po’ovunque. Ha fatto progressi tecnologici: ora costruisce vettori capaci di bucare il cielo per esplodere sulla terra da qualche parte.
Alcuni passano lì il loro tempo, ingannandosi di flirtare con il cielo mentre tradiscono la terra.
Puntano disastrosamente altrove.

La legge di Mosè, che noi anteponiamo quasi a tutto, ci protegge, ma nel Cantiere è più importante proteggere che proteggersi e questo è il rischio: vi è stato detto…, ma io vi dico (Mt 5,14). La legge non è abolita, è compiuta.
L’antica idea di legge impallidisce davanti al sempre nuovo unico stringente comandamento, che sconvolge, travolge e rovescia la nostra ostinata e meccanica volontà di difenderci e accumulare capitali per avere qualcosa. Inavvertitamente e subdolamente questo qualcosa, ambito e cogente, sostituisce l’autentica e inappagata necessità di essere per l’altro, viventi a se stessi, vivi nel mondo. Eppure il comandamento è – era e sarà - in sé dono e per-dono: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati (Gv. 15, 12).
Sono troppi gli appuntamenti mancati per non aver compreso questo. In molti soffrono per l’agire mortifero che frattura lo spazio dell’ordine della carità e crea catene al posto di vie di comunicazione, bloccando le menti dei figli dell’uomo.

Forse è tempo di proteggere i diritti del cuore e dello spirito come patrimonio comune dell’umanità, con la stessa passione con cui difendiamo i nostri diritti personali, le riserve naturali e il patrimonio artistico.
Il patrimonio dello spirito appartiene a tutti gli uomini e le donne del pianeta ed è lo spazio del sacro che vive dentro di noi, pressante e spesso non ri-conosciuto.
Esistono luoghi come cantiere d’incontro dove sono già visibili e udibili le movenze dell’anima: una breccia si apre ed è traccia di un’attesa.
Inutile presentarci lì con i nostri attrezzi vecchi. Meglio recarvisi con l’unico bagaglio della disponibilità e le mani aperte per offrire e per ricevere.

Questo si ricorda nella festa di ognissanti e nella commemorazione dei defunti: il miracolo di vivere la santità come impegno ad essere costruttori, architetti, muratori, carpentieri, operai nel Cantiere della vita, dove anche i nostri padri hanno lavorato. Li ricordiamo per questo, riconoscenti proprio per il dono della vita ricevuta e per l’indicazione di seguire la strada che porta al Cantiere.