
Palloncini sintetici
Ovvero sui tiri propagandistici mirati a segnare il goal dell’eletto, facendo fallire quello dell’elettore.
“466mila immigrati in Italia, che per mangiare devono delinquere”
“Razza bianca a rischio”
“Reddito di cittadinanza e di dignità”
“Migranti economici e richiedenti asilo politico”
Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore[1]
Non è mica sullo stato delle prigioni, che si giudica una società.
Non è mica sulla precarietà dello stato di diritto che si giudica l’istituzione politica.
Non è mica dalla crescita della miseria che si giudica il benessere di un paese.
Non è mica dal livello di coerenza fra cultura di un Paese e rappresentanza politica che si valutano i governi.
No!…Infatti…
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall'altruismo e dalla fantasia
I politici ci stanno parlando in questa campagna elettorale del loro ottimismo! Del loro coraggio, del loro evidente altruismo, della loro superba fantasia: energie profuse per il goal dell’eletto.
Calciando palloncini verso il cielo. Speriamo non destinati a cadere dopo breve volo a brandelli sul suolo…per giunta inquinando.
Cadere al suolo. Sono già una volta caduti sul suolo! Potenza delle parole…
Sono caduti su un altro tipo di suolo: quello di cui si è appena negata l’essenza, riflessa nel diritto. Quello che accoglie chi lo abita, chi ci vive, ci lavora, ci studia, si fa una famiglia. Così avrebbe dovuto essere lo ius soli.
I giocatori, si sa, entusiasmano le folle, suscitando nello spettatore il brivido evanescente della sicurezza interiore di stare dalla parte del più forte. Qui il più forte, il più bravo è quello che calcia meglio il palloncino chiamato “Sicurezza”. Il palloncino che tranquillizza gli impauriti, legittimando le paure e seminando zizzania e discordia tra l’uno che per “diritto ereditario” è riconosciuto cittadino legittimo e l’altro considerato cittadino illegittimo.
Questione di paternità responsabile?
Beati i miti, possiederanno la terra
Io, ormai lo sapete, sono nato a Brescia, ma non mi sento solo italiano e di pelle chiara; mi sento anche africano, per la precisione camerunese, perché ho vissuto, lavorato, studiato, mi sono fatto una famiglia in Camerun (non una di quelle più piccole fatte di persone sposate con figli, una di quelle più grandi, fatta di fratelli, di amici e di figli degli amici, anche loro amici; a guardarli per il colore della pelle sono molti di più i miei amici scuri, di quelli chiari).
All’inizio, in Camerun, ero straniero anch’io. Non migrante, non più fragile di altri. Non misero nel senso di privo di che mangiare, bere, coprirmi e ripararmi.
Ora vedo altri stranieri, persone giunte in Italia da migranti, prive di tutto; li hanno trasformati in un cavallo di battaglia elettorale, in uno schema di gioco, attuato per segnare il goal decisivo.
Tutto questo non induce ad una diagnosi più generale dove in questione è lo stato della nostra società e la qualità della sua forma di governo?
Assistiamo ad una campagna elettorale a suon di balle gonfiate, che contengono aria in promesse ad hoc.
Leggevo su un giornale: “Diteci che cosa chiedete in cambio del vostro voto.”[2]
Mi ricorda la domanda di Pilato: “Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?” (Mt. 27, 17).
I senza documenti, i clandestini, lo straniero che lavora in nero e minaccia l’impiego, la famiglia numerosa immigrata che vive dell’aiuto sociale, il giovane di origini straniere irrequieto all’ordine scolastico, l’ambulante, il delinquente delle città, l’africano poligamo, la prostituta dell’Est, il Rom ladro di rame, sono tutte immagini “costruite”, senza dubbio a partire da qualche fatto reale, ma che permettono anche di operare questa strategia da molti condivisa: alimentare la dinamica dell’esclusione.
La folla insoddisfatta va evidentemente calmata e quale trovata migliore dell’interpellarla e farla “decidere”: una specie di referendum improvvisato, ma efficace: la strategia del capro espiatorio evidentemente funziona ancora.
Così un popolo “dopato”, affetto dalla “sindrome dell’invasione”, va a mettersi al servizio dell’identità nazionale per difetto, dell’uguaglianza “tra di noi”, anch’essa tutta da verificare, dell’acclamata democrazia, capace di sollevare un polverone sul costo dei sacchetti della spesa, ma muta sui rincari di luce, gas, energia, trasporti – costi apparentemente giustificati dal riammodernamento degli impianti, come se fino a ieri i gestori avessero lavorato in perdita – mentre, di pari passo, la promessa di abolire canoni e tasse produce il vuoto spudorato della memoria su aumenti di vitalizi e prebende.
Le inchieste mostrano che gli italiani si preoccupano del lavoro, del potere d’acquisto e delle ineguaglianze, più che di tutto il resto.
Allora perché la politica si ostina a sventolare l’immigrazione come sua principale preoccupazione? È per la paura di perdere voti che i politici si votano all’assurdo?
Non sanno che il lavoro in regola degli stranieri (e delle donne anche italiane, altro tipo di straniero) contribuisce, tramite la tassazione, insieme con quello degli indigeni (ma in Italia quanti sono gli indigeni, ci sono?), a sanare il deficit?
Non ci saranno forse ben altri problemi all’origine relativi all’organizzazione del lavoro – di non facile soluzione – da affrontare sul serio e sui quali pronunciarsi con chiarezza, invece di parlare a vanvera per addormentare/ipnotizzare/confondere l’audience?
Credo che gonfiare tanto il pallone sintetico dell’immigrazione abbia però almeno un pregio: quello di dimostrare che i veri problemi nella gestione della cosa pubblica vengono perennemente rinviati ad un altrove ideologico, che maschera il nostro imbarazzante “altrove”.
Il migrante mette a nudo la “frontiera mentale” che si apre per regalare visti a turisti e merci, importatori di ricchezza a vario titolo, e si chiude davanti alla povertà.
Allo stesso tempo esportiamo il nostro altrove con missioni umanitarie (armate), volendo educare altri popoli alla nostra stessa efficientissima democrazia, facendo nel frattempo girare un’economia crucca…in una notte assassina[3].
Balle sintetiche o lapsus della memoria in una Europa fondata sulla lezione del 1945?
Dietro la collina non c’è più nessuno. Non ci sono più nemici.
La deriva di una destra spudorata fa da eco a quella di una sinistra complessata, che la conforta, confondendola con la demagogia o il populismo, come se l’ostilità allo straniero fosse affare solo di pochi e non anche limite mentale di ciascuno, compresi fra questi quelli che, delusi e annoiati, forse non si recheranno neanche al seggio.
Quando e come le nostre leve politiche faranno rete per la nostra bella Italia? Aiutandola ad essere Paese di cui andare fieri per i nostri giovani, Paese d’attrazione anche per “cervelli” dall’Estero, Paese premuroso per gli ultimi di dentro e da fuori, casa pacifica, confortante e accogliente per tutti gli Italiani?
In quest’ altra legislatura ci sarà qualcuno con la maglia numero 7 per il goal degli elettori? Oppure appenderanno tutti le scarpe a qualche tipo di muro, innamorati da dieci anni di una donna che non hanno amato mai (la politica)?
[1] https://www.youtube.com/watch?v=lETVilXSfNY
[2] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-15/iotivotose-diteci-cosa-che-chiedete-politici-124635.shtml?uuid=AEzzLsiD.

