Skip to main content

Parlare o tacere?

| Enzo O. Verzeletti


Ecco l'agnello di Dio
Giovanni 1,35-42 - Domenica, 17 gennaio 2021 - Anno B.

“Ecco l'agnello di Dio”: nella ripetizione mnemonica, queste parole assumono un significato non sempre così chiaro.
Ci può essere d’aiuto un’esegesi abbastanza accreditata che le riconnette con l’ampio contesto di senso all’interno del quale veniva usata la parola “agnello” – in aramaico – ai tempi di Gesù.
Questa parola – talya – aveva due significati, era adoperata per indicare l’agnello, ma anche per indicare il servitore.
Dire “ecco l’agnello di Dio”, poteva essere un modo di esprimere l’idea che Gesù di Nazareth era l’autentico servitore di Dio; probabilmente l’immagine dell’agnello si prestava ad una metafora ben comprensibile in quel contesto culturale. 
La connessione tra i due termini è già presente nell’Antico Testamento: non solo il sangue degli agnelli sacrificati, spruzzato sugli architravi delle case del popolo di Dio, era servito per salvare i primogeniti d’Israele dalla morte, ma lo stesso Mosè, a sua volta salvato dalle acque, aveva guidato il popolo d’Israele a liberarsi dalla schiavitù, obbedendo alla Parola di Dio; Mosè è considerato l’esempio massimo, antecedente storicamente Gesù, del servizio reso a Dio e al suo popolo.
Allo stesso modo Gesù, profeticamente già presente nella tradizione giudaico-cristiana, alla maniera di Mosè porterà il nuovo popolo fuori dalla schiavitù della morte, segno del peccato – del male e dell’errore – cui tutti gli uomini rischiano di assoggettarsi.
Forse, all’epoca di Giovanni, dire di qualcuno che era “l’agnello di Dio”, significava anche identificarlo, sulla scia di Mosè, quale leader di una nuova liberazione, destinato a condurre ancora una volta il popolo fuori dall’assoggettamento allo straniero.

Nel nostro racconto due discepoli, uno dei quali era Andrea, fratello di Pietro, avendo ascoltato la parola di Giovanni “ecco l’agnello di Dio” immediatamente decidono di seguire Gesù; questi si volta e pone la domanda, non una domanda qualsiasi, ma la domanda per eccellenza che l’autentico maestro dovrebbe sempre porre al discepolo prima d’iniziare qualsiasi percorso, iniziatico o meno: “Che cercate?”
In genere la risposta non è del tutto ovvia e la domanda di rado è compresa in tutta la sua portata; i due infatti rispondono con un’altra domanda: “Maestro, dove abiti?”
La risposta è tanto rapida e chiara quanto risolutiva: “Venite e vedete.”
Vanno e sappiamo che vedono realmente, perché dopo essere rimasti qualche ora con Gesù si recano da Pietro, il fratello di Andrea, e lo informano: “Abbiamo trovato il Messia.”
Dire “abbiamo trovato il Messia” – che significa il Cristo – vuol dire aver trovato la risposta ad ogni preghiera, parlare di speranza realizzata, di problemi che non sono più tali.

Ci sono molti elementi notevoli in questo racconto: poche parole del Battista, due discepoli alla sequela immediata, Gesù che si fa Maestro; i discepoli, ormai testimoni di ciò che hanno visto, senza esitazione vanno ad annunciare, cominciando dal fratello più prossimo, ciò che hanno trovato: il Cristo. Il fratello più vicino, Simon Pietro, dapprima renitente, sarà il pilastro di una tradizione secolare, della quale oggi siamo tutti –coloro che ci credono e hanno incontrato il Cristo – testimoni.

E se Giovanni Battista non avesse detto quella frase?
In fondo, era solo un piccolo ebreo esaltato che finì malamente i suoi giorni; di Andrea se ne sa poco e Simone era solo un povero pescatore senza istruzione.
Vero in parte, forse, eppure le trasformazioni messe in movimento esattamente da quel “ecco l’agnello di Dio”, per qualunque via siano giunte, testimoniano di un evento che va ben oltre la nascita e la morte individuale, realizzato con lo scopo di liberare tutta l’umanità dal male.
Noi – coloro che sia pure confusamente lo seguono ogni giorno e cercano di andare a vedere dove abita - siamo qui, testimoni del Cristo.
Giovanni scrive, schematizza, accelera e con poche parole narra di un fatto enorme: Gesù è il Messia atteso.
Sì, ma Giovanni lo scrive dopo averlo seguito, dopo la crocifissione, dopo la resurrezione; dopo che i discepoli guardando indietro alla loro storia si rendono chiaramente conto, comprendono e sanno di aver incontrato il Cristo.

Forse osare parlare, non tacere, aiuterà anche noi, e sarà un grido per la venuta del messia: non verrà se non lo invocheremo con tutte le forze.

crocifissopertramites