
Tragedia greca in teatro biblico
Caino e Abele: qualcuno direbbe che è una leggenda, qualche altro che è la nostra storia.
Potrei dire che pur essendo una parola terribile…
per fortuna non è l'ultima della Bibbia.
Posta all'inizio, può suggerire, che un seguito sia possibile. Anche dopo il peggio.
Una promessa è pur sempre contenuta in questo dramma: quella di una storia da vivere con uno strano scudo: il segno di Caino.
Forse si tratta di una storia di iniziazione, della fraternità messa alla prova.
Fin dalle origini è così: la famiglia umana è provata, messa in pericolo. Così come sono in pericolo le città degli uomini.
Non si tratta qui di costruire castelli di sabbia alla ricerca di una possibile giustificazione per l’apparente preferenza accordata da Dio ad Abele o per la terribile punizione inflitta a Caino.
È vero che ad una prima lettura di Genesi 4,4-9 può seguire una sensazione di disagio, di limitata comprensione, se non di franco rifiuto.
È anche vero che la vita è spesso segnata da un disagio, da un "qualcosa che non è giusto", che in qualche modo non è andato dritto, da una qualche stortura.
La nostra identità è fatta anche di questo: incomprensione, sentimento di ingiustizia, malessere, fino a reazioni di rabbia e miseria morale che si traducono in urlo contro il mondo, in violente esternazioni, talvolta sistematiche - come spesso accade sui social - in stati d’animo negativi che annegano nell’insulto non riuscendo ad articolarsi in discorso.
La storia di Caino e Abele è quindi una storia simbolica che parla della fraternità cancellata, di un’ambiguità dovuta a paura, menzogna, senso di colpa, false ragioni, ma anche, non dimentichiamolo, di una presa di coscienza, del bisogno di perdono e del terrore della propria debolezza.[1]
Forse si tratta di una tragedia greca giocata in un teatro biblico: due fratelli, due uomini liberi vivono una rivalità. Uno farà la scelta, senza alcun argomento, dell'affermazione della sua identità, negando quella dell'altro.
Nella tragedia greca, ogni personaggio, ogni maschera, mette in scena un diritto palese e assoluto da far prevalere. E qui, nella nostra storia biblica, Caino non cerca soltanto il gradimento assoluto da parte di Dio, ma afferma o incarna il diritto di primogenitura: lui viene prima di Abele.
Una tragica tensione giocata tra uguaglianza dichiarata e rivalità esacerbata, che sfocia nell’efferatezza.
Di fronte a ciò che percepisce come disparità di trattamento da parte del Genitore (l’aver preferito l’offerta di Abele), Caino si sente talmente offeso da uccidere il fratello. E davanti alla fatidica domanda che Dio gli pone ad omicidio avvenuto - “Dov’è Abele tuo fratello?” - gioca un ruolo chiaramente insostenibile, a metà strada fra l’inutile negazione e l’insipida giustificazione:
“Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”
Per Caino verità, coraggio, senso di responsabilità, non esistono più, diventano come piume sulla bilancia della ragione, quando dall’altra parte della leva c’è un macigno: l’imprescindibile bisogno di giustificarsi del proprio torto: aveva un fratello, ora per trovare un proprio simile dovrà specchiarsi nell’acqua, continuando a ripetere “Non so. Non sono il suo custode”.
Vale a dire: non c’è più spazio in alcun luogo per chi si specchia unicamente nelle proprie convinzioni e nei propri inventati diritti e doveri globali e assoluti. Qui si consuma la tragedia: non c’è spazio per Abele, che è stato cancellato prima, ma non c’è spazio più neanche per Caino, incastrato nel suo specchio.
La buona notizia è che Caino ad un certo punto lo capisce. Si rende conto!
Per questo porta un segno che lo proteggerà.
Mi chiedo e ti chiedo, Caino:
Oggi, dove si fonda la tua identità? Continui a ripetere prima io o prima noi…, o ti sei accorto di qualcosa?
Dove si fonda l’identità di tuo fratello? Sulla pari dignità di ogni essere umano o su un passaporto legittimo? Ti sei dimenticato che il segno di Caino ci rende tutti errabondi?
Che idea ti sei fatto dell’autorità?
Dove poggia la tua libertà? Su un’autonomia che rivendichi come un eroe nietzschiano?
O sul potere di una ideologia o di una setta prestataria di beni sacri o profani che promettono la salvezza? O forse hai imparato a vivere col tuo strano scudo di protezione?
La storia di Caino e Abele ci allerta e ci mette in guardia contro la tracotanza di una falsa identità che sotto la maschera di una qualsiasi primogenitura individuale o collettiva, politica, economica o religiosa riarma la teoria identitaria, si vendica, umilia e arriva perfino a lasciar morire i fratelli, in nome del bisogno disperato di un riconoscimento, forse non da parte di Dio… ma sicuramente da parte di altri uomini.
L'identità umana è offerta – come ricorda il Vangelo – e ricevuta, non acquisita per meriti sul campo.
Non è meritata grazie a qualche atteggiamento o prestazione, né per una conformità dottrinale o morale – irraggiungibile completamente, salvo mentire a se stessi – né per qualche comportamento che la Chiesa, le chiese o gruppi o movimenti o partiti si arrogano il diritto di prescrivere.
È un'identità offerta affinché l'intelligenza, la ragione, possano esercitare la libera responsabilità umana su questa terra.
Vorrei aggiungere, che anche se non credi nel Vangelo e pensi che l’identità umana l’hai acquisita per caso, il discorso…non cambia.
In questa prospettiva, credo che la fede non sia oscura, non si lasci ricondurre sul margine dell'oscurantismo, cioè dell'obbedienza servile in attesa di una ricompensa divina eterna, ma sia piuttosto una luce che aiuta a discernere ciò che sta accadendo.
Credere è pensare, scriveva Paul Ricoeur.
Piuttosto che giustificarsi e giustapporsi o contrapporsi.
Credere è aprirsi la possibilità di accedere ad un modo di pensare determinato non dalla genealogia, dal lignaggio, dall'appartenenza a una nazione, ad un popolo, ad un flusso di pensiero qualificato dal valore del portafoglio culturale o finanziario; credere è decentrarsi, non specchiarsi, in modo che l’altro da me, chiunque egli sia e qualunque cosa abbia fatto, rimanga custodito come un fratello amato. Caino deve ancora imparare a rispondere senza mentire.
“Dove è tuo fratello?” Ci vorrà del tempo perché possa sinceramente affermare: "Al sicuro, sono io il guardiano di mio fratello.”
La storia di Genesi 4 sarebbe già una piccola storia di rivalità mimetica, se avessimo riconosciuto che coinvolge tutti nella comprensione della propria vita come vita con gli altri.
[1] “Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà”. Genesi 4,13-14

