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Triangoli e fardelli

| Enzo O. Verzeletti


«Sei invidioso perché io sono buono
Matteo 20, 1-16. - Domenica, 20 settembre 2020.

I lavoratori della nostra parabola trovano improprio che chi ha lavorato di meno, riceva lo stesso salario di chi ha lavorato per più tempo e ha sopportato maggior fatica.
La loro “invidia” può sembrare giustificata. Dal punto di vista sindacale non dovrebbero esserci molti dubbi.
Nel vangelo si parla di invidia, alcuni traducono con “gelosia”.
In italiano, “invidia” e “gelosia” non sono esattamente la stessa cosa, ma la confusione tra le due è frequente: si può essere solo gelosi, ma probabilmente l’invidia comincia con la gelosia.
La gelosia è un sentimento che non risparmia nessuno e, a differenza della maggior parte degli altri “peccati”, non fornisce alcun genere di piacere contingente, né sollievo; in genere fa soffrire il geloso almeno tanto quanto la “persona/oggetto” della gelosia.
Se sono arrabbiato e aggressivo verso qualcuno, nell’istante in cui do libero sfogo alla mia rabbia, almeno in quel momento, provo un certo “piacere”, mentre se sono geloso di qualcuno, a esserlo non ci provo mai alcun gusto.
Talvolta qualifichiamo come invidia alcune forme di emulazione o competizione, ma è pur vero che anche l’emulazione ha difficoltà a resistere agli inganni e alla violenza e può trasformarsi in una competizione distruttiva.

È pur necessario distinguere tra gelosia e invidia.
La gelosia riguarda la coppia in tutte le sue forme, ma anche l'amicizia: ci sono sempre tre persone coinvolte e la gelosia è il segno di una forma di “amore” che rischia sempre di fallire. Questo la distingue dall'invidia “conclamata”, malattia per la quale il rapporto è già fallito.
La gelosia a volte si nutre della dipendenza da dettagli e fantasie: non importa che ci siano “prove”, è già l'idea stessa che l'amato o l’amata possano preferire un’altra persona a rendere la vita impossibile; il vero geloso detesta meno il rivale – vero o presunto – del partner sospettato di tradimento, prova ne siano le aberrazioni dei reati e dei delitti legati al movente passionale.
L’invidia è, se vogliamo, una forma potenziata della gelosia, ancora più dannosa, perché è un'infelice rivendicazione di sé nei confronti di un simile, ma al cospetto di qualcun altro, ritenuto un'autorità; l’invidia sembrerebbe una tensione tra due persone, o tra una persona e un gruppo, o tra due gruppi di persone.
In realtà ci sono sempre tre "personaggi", ovvero due soggetti in competizione, almeno uno dei quali crede di non essere stato amato a sufficienza, e una terza istanza, sentita come assolutamente autorevole o autoritaria rispetto ai due, in ogni caso superiore, sia essa un genitore, la comunità, il gruppo dei pari, dei colleghi, il pubblico, lo Stato e così via.
La storia di Caino e Abele (Gen 4,2-8) illustra bene questo meccanismo.
Abele non ha causato alcun danno a Caino, non è in competizione con Caino e non gli ha tolto nulla, eppure Caino lo detesta e lo uccide perché ritiene che Dio Padre lo ami meno di Abele. Questo per Caino è intollerabile, perché si sente bravo e fedele, lavora la terra e onora Dio secondo tutte le regole. Così come il figlio maggiore della parabola del figliuol prodigo (Lc 15,29), Caino non capisce la logica di Dio.
Questa invidia del fratello porta a rotture e conflitti di eredità anche nelle famiglie di oggi; beni materiali, denaro, oggetti più modesti, sono solo simboli di “un di più“ di amore che ci si ritiene in diritto di avere, con la certezza di non averlo mai ricevuto. La terza istanza è sempre rappresentata dal padre o da un'autorità di tipo parentale, che completa il triangolo relazionale nel meccanismo dell’invidia.
Invidiamo i nostri coetanei, le persone che vengono dallo stesso ambiente o dalle stesse scuole, soprattutto se hanno “successo”, se sono ricche, stimate o ammirate, ma soprattutto quelli che percepiamo come più amati di noi.
L’invidia è un pesante fardello, ancor più della gelosia; persone famose e non, sarebbero sorprese se acconsentissero ad esaminare in profondità quanto questo fardello le appesantisce.
C'è prima di tutto chi si vanta o mostra apparentemente e ingenuamente il proprio "successo", come Giuseppe quando racconta il suo sogno ai fratelli (Gen 37,5-11).
Poi ci sono quelli che, invidiosi, cercano di suscitare invidia in coloro che invidiano, come i discepoli di Giovanni Battista che vanno a dire al loro maestro: "Rabbi, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, al quale hai reso testimonianza, ecco battezza e tutti vanno a lui" (Gv 3, 26).
Cosa fare di fronte a questo subdolo male che contamina i nostri pensieri e le nostre azioni?
Siamo forse invidiosi perché un Dio è buono con i nostri simili, o – meno cristianamente – della “fortuna” altrui?
L'invidia è molto di più che una passione individuale; è anche un ingrediente presente in tutte le guerre, in tutte le rivoluzioni e in tutte le lotte di classe, e comunque sempre quando si uccide in nome di un presunto diritto. Il poeta spagnolo Antonio Machado scriveva: “Di ciò che gli uomini chiamano virtù, giustizia e bontà una metà è invidia e l'altra non è carità”[1].
Ci sarebbe molto altro da dire attorno a questo male che abita l’uomo fin dalla notte dei tempi; per i Padri della Chiesa, l'invidia è il Male in senso assoluto, personificato in Satana. Questi è un angelo caduto e non sopporta che gli uomini e le donne possano essere salvati.
Il bene della vita che scorre in tutta la sua pienezza non segue alcuna logica contrattuale, e non appartiene a una logica remunerativa, perché non dipende da ciò che l’uomo fa, ma da ciò che l’uomo è per natura dal momento in cui lo scopre e accetta di esserlo.
Le anime dolenti brontolano nella comparazione invidiosa, contro ciò che sfugge alla loro contabilità.
Il lamento dell’invidioso si perpetua nella ristretta prospettiva del merito e della virtù, non nella generosità dell'essere. Il ricco (Mc 10,17) si situava nel "cosa fare per ereditare" e se ne è andato tristemente.
I lavoratori recalcitranti della prima ora misuravano tutto e tutti col metro del profitto particolare e hanno lanciato strali contro la bontà.

L'accordo col Signore della vigna, il patto, l’alleanza è lo stesso per ogni operaio della vigna: un denaro, la vita, a prescindere da quando i tempi siano maturi per poterla accogliere in tutta la sua pienezza.

 

[1] De lo que llaman los hombres virtud, justicia y bondad, una mitad es envidia, y la otra, no es caridad. http://www.rinconcastellano.com/biblio/sigloxx_98/amachado_prov.html

NB. in copertina libero riadattamento da un'opera di Auguste Herbin, clicca qui per la foto