
Noè
Fra i Sumeri, i Babilonesi e, più tardi, tra i Greci troviamo storie di diluvio universale e di eroi che si salvano...
Sono i miti di Atrahasis, di Gilgamesh, di Deucalione e Pirra.
Probabilmente gli autori del Genesi conoscevano queste più antiche tradizioni.
Se il racconto del diluvio si trova in diverse civiltà, possiamo cercarne il motivo e decifrarne il senso originario, che è lecito supporre simile e tramandato nel tempo in luoghi diversi.
Come è possibile, che Dio voglia distruggere tutta l’umanità.?
Chi è questo Dio capriccioso, che prima crea l’uomo e la donna e tutta la natura e poi in preda all’ira, gioca con gli elementi per scatenarsi contro le sue creature?
Eppure poche pagine prima è scritto di un Dio che si bea, contemplando come “cosa molto buona” l’opera delle sue mani.
Il motivo del diluvio oscura la lode e cancella la beatitudine?
Noi da qui, navigando in superficie, inciampiamo nell’immagine di un Dio che vuole annegare gli uomini.
Rimane come dato di fatto che dall’inizio la storia dell’umanità è impregnata di gelosie e violenze: questa è la storia di Caino.
La storia di Noè però nasce prima di tutto da una ricerca di cause, è una “narrativa eziologica”, vale a dire un tentativo di spiegazione, piuttosto che una cronaca di avvenimenti.
Chi scrive, gli autori del Genesi, constatano la violenza che governa i rapporti umani ricercandone i motivi e probabilmente interrogandosi al contempo riguardo ad una possibile soluzione: come rendere gli uomini meno violenti? Cosa potrebbe salvarli dalla loro foga distruttiva?
La risposta non è confortante: un cataclisma ci vorrebbe, salvarne solo un paio buoni e pii, sperando che la seconda volta vada meglio.
Cosa potrebbe salvare gli uomini dalla loro foga distruttiva?
A ben guardare sono domande che ci poniamo ancora oggi.
Come salvaguardare l’ambiente? Come evitare le guerre? Come prevenire furti, rapine, omicidi, schiavismo, esodi, respingimenti?
Tutti i summit sul clima prevedono le conseguenze di un riscaldamento globale del pianeta, danno informazioni sull’innalzamento delle acque e sulla potenziale scomparsa di numerose terre, ricordano quali siano le conseguenze dell’espansione delle zone aride sul pianeta.
Un semplice ragionare è in grado di comprendere quali potrebbero essere a breve le lotte per l’accesso all’acqua potabile.
Dovremmo anche essere in grado di capire che fenomeni climatici violenti come tifoni, trombe d'aria o tsunami, in assenza di soluzioni umane praticabili, aumenteranno di frequenza e intensità. In questo modo avremo anche la crescita dei cosiddetti rifugiati climatici, non avendo noi ancora finito di discutere a proposito dei rifugiati politici ed economici.
Cosa accadrà se con il cambiamento climatico ancora più persone saranno costrette a migrare?
Abbiamo chiaramente bisogno di un’arca…
Dietro la semplicità spaesante e quasi infantile di un uomo preoccupato di stipare nell’arca animali di ogni genere, forse c’è già una saggezza che abbraccia i secoli circa il problema della sopravvivenza dell’uomo in connessione con il suo ambiente.
Per Noè l’uomo non si salva da solo: tutta la creazione, tutto ciò che vive, oggi potremmo dire tutta la biodiversità è invitata ad imbarcarsi sull’arca, perché l’uomo e la natura hanno in comune il tema della sopravvivenza, in particolare quella minacciata dalla violenza dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo.
La guerra, manifestazione estrema della violenza, non è più solo lontana e sporadica; è qui, col suo aspetto multiforme, cangiante, ma sempre tragico, è nel cuore delle nostre città, si manifesta sulla terrazza di un caffè, nella metropolitana, nei luoghi della festa; esplode a Strasburgo, Parigi, Melbourne, Barcellona, Berlino, Nizza, Bruxelles, Istanbul, come ramificazione di guerre combattute in un altrove, che sembrava remoto.
E ora? Che si fa?
Come uscire da questo circolo vizioso? Come immaginare un sano vivere insieme? Potrebbe svolgersi su acque diverse?
Abbiamo chiaramente bisogno di un’arca…
Già gli autori del Genesi avevano trovato la soluzione. Si, l’arca, la grande imbarcazione di Noè costruita per salvare la vita sulla terra.
La parola “arca”, in ebraico, ha il significato primario di scatola, baule, cofano, contenitore.
In effetti Noè aveva costruito una scatola, una sorta di contenitore gigante.
Anche quello usato dalla madre di Mosè per affidare suo figlio alle acque del Nilo con la speranza che si salvasse era un contenitore, un cesto di vimini forse.
Nella Bibbia si chiama Arca, soprattutto, la teca contenente le tavole della legge, che gli ebrei portavano con devozione durante il lungo esodo.
Dunque l’arca è un contenitore che preserva la vita e custodisce la Parola.
L’accesso alla parola, ascoltata, detta, scritta, e quindi al suo significato può salvare dal diluvio della violenza, cui siamo sempre esposti fin dall’inizio dei tempi.
Ogni volta che assembliamo le parole in un discorso costruiamo contenitori di significato: sta a noi e a ciò che custodiamo nel nostro cuore, nella nostra intelligenza, nella nostra memoria, decidere che tipo di discorso o contenitore costruire.
Certamente però abbiamo bisogno di un’arca; più esattamente di un’arca dove custodire le nostre parole. In altri termini noi stessi diventiamo la casa che custodisce la parola del vangelo e se ne fa testimone bene-volente e bene-dicente nel senso letterale.
Al contrario male-volenza e mal-dicenza, ovvero le parole e i gesti d’odio sono assenza di ogni discorso, sono onde di violenza che si scatenano spazzando via tutto, anche ogni possibilità di pacificazione per Caino. Basta un gesto per seminare la morte, ma è vero che talvolta basta una parola per salvare una vita.
La storia di Noè non è utopia: fra le parole possibili è importante dire quelle che rendono vivi, che accolgono, che custodiscono, che confortano, che leniscono, che tracciano un cammino di vita.
Andare nel cuore del linguaggio, scegliendo le parole che fanno vivere, ecco come l'Arca di Noè propone di navigare sulle acque della violenza attuale perché si ritirino.
Da tutti i lati, il diluvio circonda la nostra arca, in un’esplosione di violenza, di oltraggi, di parole usate come lame, spesso anche spuntate e sciocche, di fronte alle quali talvolta l’esercizio del linguaggio della benevolenza appare irrisorio, antico, fuori moda, incomprensibile.
Nel frattempo crolla miseramente anche il semplice senso della buona educazione.
Se qualcuno si scoraggiasse, realizzando che questa è la situazione, è interessante ricordare che Dio chiude la porta dell'arca dietro a Noè, dietro all’uomo giusto, e al ritrarsi delle acque è sempre possibile scorgere l’arcobaleno.
