
L'eredità
Si eredita un nome, una famiglia, una rete di conoscenze, un patrimonio culturale, i geni...
...un capitale economico, una terra di appartenenza.
Ogni uomo mette il primo piede sulla terra all’incrocio di punti di forza a volte contrastanti e talvolta complementari. Vale a dire siamo eredi nel bene e nel male.
Chi siamo? Da dove veniamo? C’è qualcosa che non è ereditato? I nostri meriti sono solo nostri?
Non appena capaci di pensare, queste domande ci seguono, compagne fedeli, voce interiore talvolta più forte, talaltra più debole.
C’è un testo nella Bibbia che evoca due visioni del mondo: una, di un re che considera di proprietà tutto il suo regno e l’altra, di un piccolo possidente, che non vuol cedere o vendere un terreno, perché appartenuto ai suoi padri[1].
Siamo in Israele intorno all’874-853 a.C.; il re Acab ritorna a casa frustrato[2] perché i suoi piani per un’alleanza con il nemico sono falliti, sventati dal profeta Elia in nome della fedeltà al Dio di Israele[3].
Il re non è stato in grado di far valere la propria autorità nelle vicende militari del suo regno, e pensa di riuscire almeno ad ottenere la vigna di Nabot, un pezzo di terra adiacente al suo palazzo, per ingrandire i giardini della residenza reale.
Acab non è un predatore, è disposto a comprare la vigna o a darne in cambio una migliore, la sua proposta non è riprovevole; egli agisce, per il momento, nel rispetto della legge e della giustizia. Avrebbe potuto anche confiscare la vigna, o comunque fare pressione sul piccolo proprietario. In fondo tanti potenti si comportano così.
Tuttavia Nabot risponde con un rifiuto perentorio e vigoroso: “Possa il Signore aborrirmi se ti do l’eredità dei miei padri.”[4]; rifiuta per una ragione sola: la vigna è una terra ereditata.
Il suo attaccamento alla terra non è solo sentimentale. I “padri” evocano qui sia una linea biologica che una discendenza simbolica. Per la Bibbia la terra è una “creazione”, prima di tutto è terra di Dio. Gli uomini la abitano senza esserne i proprietari e, secondo quanto scritto in Levitico: “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti.”[5]
Ora, parlando con una certa spregiudicatezza, per capire che non siamo i padroni della terra, come intendeva Acab, non occorrerebbe neanche credere che il vero proprietario sia il Dio che l’ha creata.
Più precisamente (mi sforzo di fare l’ateo per puro esercizio del pensiero) non mi servirebbe ricorrere a una divinità, per comprendere che gli uomini e le donne beneficiano del pianeta terra, a loro pervenuto non si sa bene come e perché. Possono dire al massimo di essere i proprietari di una casa in muratura che hanno costruito o acquistato, ma anche di quella possono goderne finché sono in vita.
E dopo?
Dopo ci sono i figli, o altri eredi.
Si, ma potrebbero anche non esserci.
E allora?
Allora la questione deve per forza configurarsi diversamente da come la intendeva Acab.
La volontà assoluta di Nabot di non cedere la vigna dipende dal fatto che è un’eredità, la considera come qualcosa che esiste temporalmente prima di lui e continuerà ad esistere dopo di lui, a prescindere dagli eredi. Nabot non si sente proprietario, si sente temporaneo usufruttuario, sapendo che prima e dopo di lui altri della sua stirpe ne hanno goduto e ne godranno allo stesso titolo.
È una visione completamente diversa da quella di Acab.
Acab è abituato a pensare che i beni materiali devono rispondere a dei fini: vede in questo pezzo di terra, che confina con il suo palazzo, forse un potenziale rendimento agricolo e probabilmente anche estetico. Soprattutto, come re, ritiene che non incontrerà alcun ostacolo ad impadronirsi della vigna.
Per lui, non è importante da dove venga la terra, soltanto la vuole. “Ti darò una vite migliore al suo posto.”[6], dice a Nabot. Ma non fa i conti col fatto che la vigna non fornisce a quell’uomo soltanto il necessario per vivere ogni giorno, ma gli offre la possibilità d’iscrivere la sua identità nel mondo, vale a dire nello spazio e nel tempo.
Se accettasse la proposta del re, non solo spezzerebbe il legame fondamentale tra la terra e la storia della sua famiglia e del suo popolo, ma accetterebbe implicitamente di dipendere dal re piuttosto che da Dio. E Nabot è un uomo di fede, è convinto che il proprietario fondamentale della terra sia Dio e dunque vuole a tutti i costi rimanere fedele alla promessa di Dio: “Io ho posto davanti a te la terra. Entrate e prendete possesso della terra che il Signore aveva giurato ai vostri padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, di dar loro e alla loro stirpe dopo di loro.”[7]
Dopo il rifiuto di Nabot “Acab andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole di Nabot […] si coricò sul letto, voltò la faccia da un lato e non mangiò niente."[8]”
Ma se Acab somatizza e si “rassegna”, non è lo stesso per sua moglie Gezabele.
Lei non si rassegna all’ammissione d’impotenza del marito: “Tu eserciti così la potestà su Israele?[9]” Ovviamente dimenticando di chiedersi chi detenga esattamente questa potestà.
Se Nabot riconosce Dio come proprietario ultimo della terra, al contrario Gezabele e Acab non riconoscono alcun padrone esterno e per loro l’esercizio del potere risponde solo al criterio della loro volontà.
Grazie a questa concezione totalitaria del potere Gezabele sarà in grado di costruire un piano machiavellico che porterà alla lapidazione di Nabot: userà i poteri del re per convocare una corte e accusare falsamente Nabot di aver maledetto Dio e il re. Questa blasfemia si tradurrà in una condanna a morte. Senza minimamente turbarsi (non esistono per lei vergogna, timore o rimorso), sarà in grado di dire al re che Nabot è morto e che può impossessarsi della vigna.
Questione risolta.
Israele – che qui rappresenta tutta l’umanità in senso collettivo, è bene ribadirlo – entrerà così in un mondo in cui la terra è oggetto di compra-vendita.
Mentre sfugge ancora che la terra è il luogo dell’avventura dello spirito tra gli uomini.
Potremmo dire che rifiutando l’accordo col re, Nabot non vuole dipendere da lui e ribadisce che le cose e le relazioni umane non sono oggetto di scambio, tanto meno in denaro, ma sono piuttosto contrassegnate da un sigillo di libera gratitudine, dovuta alla gratuità di ciò che si è ricevuto.
La Bibbia c’induce a riflettere che ogni proprietà è una proprietà imperfetta, che ogni dominio umano è sempre secondo e limitato. Per questo è vero anche che nessun uomo è veramente o soltanto uno straniero, ovunque si trovi.
Paradossalmente, annunciando che per lui non ha alcun senso cedere la terra che ha ereditato, né per denaro, né per averne una migliore, Nabot afferma la sua libertà.
Occorre comprendere che l’intera storia narrata è intrinsecamente una profezia di libertà.
Col suo comportamento Nabot – che non era un anarchico – rifiuta il potere dell’uomo sull’uomo, in nome di una libertà e di una dignità molto più vaste.
Chiarisce che non ci sarà mai sulla terra, da nessuna parte, nessuna proprietà perfettamente legittima. Almeno fino a quando ci sarà qualcuno sulla terra che non ha terra dove posare i piedi, senza essere cacciato, cibo sufficiente per sfamarsi, acqua pulita per placare la sua sete.
Nel Nuovo Testamento è detto: “Beati i miti, perché erediteranno la terra.[10]”
È un testamento, appunto una promessa per il futuro, vi è scritto il lascito per coloro che sono miti, per coloro che sentono la terra come un’eredità ricevuta gratuitamente, come un autentico dono, non per meriti speciali e non come una merce acquistata o una risorsa da sfruttare a oltranza.
L’avventura dello spirito si gioca proprio su questa terra, fra gli uomini e la terra è sempre ancora promessa, al di là di un Giordano, che come Mosè contempliamo senza riuscire mai ad attraversare, andando oltre l’abitare senza razziare, oltre il lasciar vivere senza sfruttare, oltre la solitudine dello straniero che riusciamo a vedere solo nell’altro e mai in noi stessi.
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[1] 1 Re 21, 1-16.
[2] 1 Re 20, 43.
[3] 1 Re 20, 28 - 34.
[4] 1 Re 21, 3.
[5] Lev. 25, 23.
[6] 1 Re 21, 6.
[7] Dt 1, 8.
[8] 1 Re 21, 4.
[9] 1 Re, 21, 7.
[10] Mt 5, 4.

