Skip to main content

L'impronta

| Enzo O. Verzeletti


Ascensione.
 At 1,1-11: domenica 24 maggio 2020.

In Tanzania una cinquantina di anni fa, conservate sotto la cenere vulcanica, furono trovate impronte di ominidi: queste impronte hanno circa trentaseimila secoli. Segno che i nostri molto lontani antenati camminavano su due piedi. Erano già capaci di sostenersi e muoversi in posizione verticale; guardavano il cielo; le loro mani erano libere per la tenerezza e la violenza, la preghiera e la creazione.
Cinquantuno anni fa altri uomini camminavano sulla luna, lasciavano tracce dei loro passi e interrogavano lo spazio.
Tra questi due eventi, i discepoli di Gesù videro il loro maestro scomparire nel cielo.

Fino a quando il piede poggia sulla sabbia, non lascia impronta visibile; solo quando è tolto, l’orma ne è traccia: un vuoto.
Come la traccia appare solo in assenza dell’oggetto o del corpo che l’ha inscritta, così era necessario che Gesù – la vera impronta di Dio nell’umano – scomparisse perché la sua orma diventasse leggibile: “mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.
I discepoli lo seguono con gli occhi per non perdere nulla e poter affermare: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, […] noi lo annunziamo anche a voi." (1 Gv 1, 1-3).

Da tre milioni e mezzo di anni – almeno – le stesse domande permangono: chi siamo? Dove andiamo? Chi cerchiamo? Chi preghiamo? Dov’è Dio? Chi è Dio? La ricerca dell’uomo rimane: permane il desiderio di avvicinarsi a Dio, di vederlo, di toccarlo.
Così l’uomo lo colloca nei templi o nelle case, o lo racchiude in specifici contenitori, per sentirsi rassicurato, per controllarlo, per mantenere la propria tranquillità.
Ma Dio è sempre da qualche altra parte: in un cespuglio, in un deserto, nel tenue soffio di una brezza leggera, al bordo di un pozzo, là dove non lo cerchiamo, là dove forse non vorremmo neanche trovarlo: nella nostra carne, nella nostra debole carne.
Che Dio si incarni - dopo duemila anni - abbiamo finito per accettarlo; ma questo riguarderebbe Lui, soprattutto Lui e nessun altro. Che la nostra carne, invece, sia divenuta la sua carne, che la nostra debolezza sia divenuta la sua debolezza e venga elevata nella gloria dell’ascensione, nella luce piena, sul trono, alla destra del Padre, è veramente troppo! Non l’abbiamo ancora accettato, perché riguarda noi. E ci spaventa troppo: colui che spesso trattiamo come un nemico - il nostro corpo - è destinato alla gloria.
L’incarnazione di Dio non era sufficiente. Ci voleva la s-figurazione, tramite la croce, e ci voleva la resurrezione; più ancora, ci voleva l’Ascensione per confermare la straordinaria dignità della nostra carne, che d’ora in poi può sedersi alla destra di Dio.

Non c’è più bisogno di guardare il cielo. L’infinito è in noi. Il vuoto è in noi.
L’impronta siamo noi.


ARTICOLO PRECEDENTE