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L'assedio

| Enzo O. Verzeletti


Più numerose, sicuramente più ampiamente diffuse di prima, le minacce che ci circondano destano preoccupazione immensa.

Aggressioni criminali, perturbazioni sociali, catastrofi climatiche, tensioni globali che possono portare all'olocausto nucleare: tutte questioni che suscitano perfino meno paura, se possibile, dell’atroce scompiglio dei valori tradizionali, dei disturbi del pensiero e del linguaggio, dei disturbi mentali, del deterioramento biologico e via discorrendo.
Come dire che ci preoccupa la catastrofe che può colpire un pezzo dell’umanità o tutta quanta l’umanità, ma ci preoccupa anche di più l’eventuale catastrofe individuale.
Vecchie o nuove, rilevate e previste da lungo tempo o percepite e analizzate di recente, queste minacce sono comunque costantemente richiamate da un martellamento incessante, fino all’ossessione. Siamo assediati.

Di conseguenza le persone sentono, conoscono o credono di essere costantemente attaccate o attaccabili, e ci sono pochi che riescono a farvi fronte con lucidità.
Tre reazioni sembrano delinearsi:
1) cercare la salvezza e la sicurezza nell'ignoranza, nell'oblio, nella fuga o nel semplice rifiuto;
2) esorcizzare il pericolo limitando le sue componenti dentro un quadro rassicurante, distorcendo i fatti per farli coincidere con uno schema ideologico o religioso;
3) accettare la minaccia per quello che è, con occhi spalancati e la ragione sveglia per provare a capire, interpretare e scoprire i fenomeni e le possibili risposte.

La “lettura” della minaccia può essere stimolante e aprire alla riflessione: è tuttavia difficile perché lascia al “lettore” la direzione della propria ricerca.
Tante piste sono aperte e tanti contributi possono aiutare a leggere le aggressioni e i rischi: dal polemologo allo psichiatra, dal sociologo al biologo, dal filosofo al linguista, etc.

La specie umana, pur così vulnerabile, deve la sua sopravvivenza e la sua crescita al pensiero. Qualunque sia stata la minaccia nel corso dei secoli, l’inventività umana ha trovato sempre le vie d’uscita.
Oggi però il “pensiero” è sotto accusa; sebbene il sapiens abbia potuto crescere in potenza e in numero al punto da non essere più troppo debole davanti ad una natura troppo potente e ricca, ora, paradossalmente, si trova ad essere assai tecnologico, difronte ad una natura improvvisamente divenuta avara e ostile.
Dopo l'esplosione euforica dell'economia, siamo ora all'implosione angosciante dell'ecologia.
Siamo preoccupati per le dimissioni del pensiero? Per la disaffezione nei confronti della ricerca? Per l'ascesa dell'irrazionale?
E allora, se lo strumento che ieri ha permesso di contrastare le minacce è respinto, come sono e saranno respinte oggi e domani le minacce di massacro globale?
Perché tanta fatica a scoprire con il segreto della salute biologica anche quello della salute sociale? Perché continuare a tessere ed elogiare un sistema che anziché sciogliere dalle catene della schiavitù, spezza catene già solide, per ricostituirne altre ancora più solide?
È il caso, per esempio, dell’intelligenza artificiale: insieme ai progressi promessi in medicina, ne promuove altri per la “difesa” militare.

Qui non si tratta di fermare i miglioramenti, ma di smetterla… di migliorare il peggio!

Al fondo delle grandi soluzioni, c’è sempre un bisogno, IL BISOGNO, di tutelare i profitti, che, lungo una dimensione infinita vanno dal microscopico al macroscopico.

E se si trattasse di rinascere invece di adattarsi a sopravvivere? Se si trattasse d’ideare un modello che invece di ridurre uno svantaggio per crearne un altro peggiore, portasse ad una liberazione almeno dalle catene più sciocche?

Basterebbe che il pensiero trovasse la chiave del proprio funzionamento, in modo da far nascere una nuova intelligenza, un uomo nuovo, che comprendesse il sistema stesso della libertà di cui è frutto.

Contro la corrente di questa ambizione universalista, si punta invece solo alla difesa dei particolarismi, aumentando le ingiustizie e aggravando le crisi.
Egoismo e prudenza faranno precipitare la disintegrazione, mentre, come nel Medioevo, si accenderà il fuoco di una nuova alba.

Di fronte all’agonia di un pensiero sterile che gira sempre su se stesso, continuando a danneggiare l’ecosistema, a inventare guerre, a ipotecare il futuro delle nuove generazioni è tempo di organizzare la resistenza di un pensiero creativo, da cui far emergere il germe dell’homo novus al quale il vecchio sapiens servirà da humus.

Dovremmo aspirare a qualcosa di più che alla sola sicurezza del nostro nido, della nostra casa, del nostro Paese, dei nostri averi.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime[1]

Potrebbe essere che la salvezza non consista tanto in qualcosa che noi dobbiamo ottenere sacrificando dell’altro; che non sia un riscatto nel senso di riprenderci qualcosa che avevamo, pagando un prezzo, ma che sia qualcosa che è già donato da circa 2000 anni.
Dobbiamo forse sentirci come Gerusalemme assediata dagli eserciti per poterlo anche solo immaginare?

 

[1] Lc 21,19.