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Figli fratelli

| Enzo O. Verzeletti


Un uomo aveva due figli ...

Uno di loro parte per vivere la sua vita, per fare la vita. L'altro rimane a casa a far funzionare l'azienda di famiglia, ad assicurare la vita. Uno scrive la sua storia oltre i margini. L'altro rimane, segue le linee tracciate dalla pagina, scrive sulle righe, ara linea dopo linea, solco dopo solco.
Uno con la sua scelta pare voler sfruttare tutte le possibilità della vita in base al caso. Vive senza fare calcoli. Va. Dove, neppure lui lo sa[1].
L'altro sfrutta la vita in maniera regolata, ogni giorno. Ara, semina e raccoglie; pascola e munge il gregge. Non si occupa del fratello. O meglio il fratello occupa la sua mente tanto quanto un campo di sassi o una pecora che si perde quando se ne hanno cento.

C’è chi resta a casa e riesce a scrivere dentro le righe, non si allontana mai troppo dalle rette; sa scrivere i numeri in colonna, tra linee e quadretti, circoscrive, delimita e contrassegna, mettendo paletti e creando punti di riferimento, riesce a catturare pensieri e moti dell’animo, aspetti positivi e negativi. S’interessa dei fratelli se rientrano nel suo schema, dentro i suoi steccati e le sue frontiere, altrimenti valgono…sassi o pecora.

C’è poi chi viene paragonato volentieri al marginale, al delinquente, a chi sta fuori dalle righe e dai quadretti. Non lo si conosce molto, ma si sa che disturba e si tenta di dimenticarlo, di isolarlo, o si spera francamente che se ne ritorni da dove è venuto.
Eppure questo fratello che non si conosce molto, qualche cosa su se stesso e su noi stessi insegna: tornando a casa, nel bisogno, si aspetta di essere trattato come l'ultimo dei garzoni; sarebbe veramente andata così, se il fratello maggiore fosse stato da solo ad accoglierlo.

Ha vissuto ciò di cui forse non si ha nemmeno idea, ma in ogni caso non va bene, disturba: rappresenta ciò che assomiglia alle zizzanie, quelle erbe che non si smette di voler tagliare, sradicare…dai pensieri.
Questo fratello minore viene per magia rivestito di tutto ciò che appare negativo al maggiore, di tutto ciò che di norma avrebbe dovuto essere rifiutato; fannullone, approfittatore, sfruttatore, malato di mente, marginale, nullo, migrante, extracomunitario, bullo, drogato, ladro, ignorante, peccatore, comunque colpevole. Insomma uno che va tenuto lontano, e si pensa in realtà lo sia, e invece eccolo lì che rispunta. Forse c’è anche bisogno di un capro espiatorio che stia lontano, nel deserto, al quale affibbiare le colpe di qualcosa che qui non sta andando troppo bene.
E invece eccolo di nuovo lì, alla porta. Ci assomiglia ma c’infastidisce riconoscerlo.

Da dove viene?
Viene da un luogo in cui la vita può finire facilmente, per asfissia interiore o cancellazione fisica: un “sud”, che può essere del mondo o della mia casa, di un attico o di un parlamento.
Viene da un luogo attorno al quale non si è mai smesso di parlare di lui e per lui, purché sia un altro, diverso da noi, da tutti quelli che “ogni mattina si alzano per andare a lavorare”.
Lui, l’altro emarginato, fuori dallo steccato, al di là del muro, non parla, o meglio non è facile ascoltare ciò che dice, dargli la parola, pare esista soltanto nelle parole degli altri.
Nessuno sa quale carestia e se e per quanto tempo ha rubato ghiande, quali illusioni o speranze ancora nutra, se e quanta disperazione o quanto odio l’abbiano contagiato, se e quanto abbattimento e immobilità l’abbiano annichilito.
Viene da un luogo dove il tempo è fermo, che ci si rimanga tre mesi o venti anni, viene dal luogo della nostra fantasia, che non ci permette di rivestirlo dell’abito più bello, di un anello al dito e di sandali nuovi.
Non si riesce a vedere che se “si ritorna” vivi, dopo essere stati in una condizione reale di bisogno, di povertà, di disoccupazione, di fame, di errore, si può anche essere in grado di ricominciare a vivere, se qualcuno è capace di aprire la porta e di accogliere.
Il fratello maggiore, con il suo orgoglio, la sua sufficienza, e la sua paura, nella malcelata speranza che il minore se ne vada di nuovo a cavalcare nuove avventure, crede che più lo umlierà, più si raddrizzerà, come un ferro tolto dalla fucina e battuto sull’incudine; ma quanto più il martello batterà, tanto più provocherà paura e distruggerà. Le fabbriche di chiodi, picchetti e filo spinato non mancano. Non sono in recessione! Imprese floride!
Così il fratello maggiore, conscio o meno, risuscita il crimine che intende reprimere e proprio nel modo in cui lo reprime. Se rifiuta di riconoscersi simile all’altro – se non proprio simile, comunque nella possibilità di esserlo perfino nel male - si priva degli strumenti di comprensione e rifiuta automaticamente anche la solidarietà.
Questione di “porte chiuse”. O di “approdi chiusi”. O di “prima io e poi lui”.
Ancora l’antica storia di Caino e Abele, di presunti meriti o diritti, di gravi stati di turbamento che portano a legiferare su difese legittime, quando la difesa delle cose viene prima della tutela delle persone, quando perfino la Libia viene considerata un porto sicuro, pur di non accogliere il proprio simile.

Perché il fratello maggiore non si rallegra del ritorno del minore? Perché non viene ad ascoltare la musica e non si lascia andare alla danza? Ha paura di perdere qualcosa? Non ha fiducia? Non ci crede? Non crede? Non crede che la parola sia stata data a tutti e per tutti?

"Un uomo aveva due figli."
Ora sono incapaci di sentirsi fratelli nella stessa casa, perché sottomessi a loro stessi, alle loro paure. Come dire incapaci di sentirsi figli e quindi di divenire padri.
Cosa insegneranno ai loro figli?

Ci sono però molte persone che sanno interessarsi sia del margine che del testo, che riconoscono i due fratelli nella stessa storia, nella stessa pagina, nella stessa famiglia.
Il discorso sulla famiglia o ricomincia dalla fratellanza o non esiste: una prospettiva troppo paurosa e angosciosa per chi ha bisogno - come a Verona in questi tre giorni del forum mondiale sulla famiglia - di una nuova “inquisizione laica” per cavalcare il desiderio caino di punizione e di vendetta contro i peccatori.
Si odono da lì parole che, anche se pronunciate con la Corona del Rosario in mano, e la statua della Madonna in braccio, diventano come pietre che lapidano…

Perdono, carità, accoglienza non sono forse “pro-vita”? O ci sono anche vite che vengono prima e altre che vengono dopo? Alcune più importanti di altre?
La vogliamo aprire la nostra porta al fratello che ha preso altre strade?
Prima che la notte del pensiero ci porti via? E anche il nostro cuore smetta di battere?

 

[1] Lc 15, 11-32.