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Invito all'ascolto

| Enzo O. Verzeletti


Se non tutto, molto è stato detto sull'incendio di Notre-Dame.

Tantissime sono state le reazioni; queste righe vogliono semplicemente condividere la mia impressione, l'effetto prodotto da un'immagine tra le molte rimbalzate sui media: Notre-Dame fotografata da un drone, dal cielo, l'intero edificio che offriva la figura di una croce infuocata.

Ottocento anni di memoria sono stati cancellati in una notte.
Cosa significa questo fuoco?
In molti hanno pregato nella notte delle strade di Parigi, e anche altrove nel mondo, come se stessero assistendo ad un avvenimento in grado di far cadere improvvisamente l’ordinarietà degli schemi mentali: qualcosa di molto particolare e insieme di molto personale e significativo era in pericolo, sotto la minaccia delle fiamme, in un modo tale da indurre sgomento : non strage, non atto terroristico, non catastrofe naturale, non morti, “solo” la distruzione di un’icona della storia della cultura e dell’arte e, per molti, del tempio della fede: una roccaforte in fiamme, ormai vacillante.

Cosa rappresenta la preghiera spontanea di quelli che hanno assistito a questo incendio?
Forse è la reazione ad una percezione rivelatoria, che si fa ricordo improvviso della propria origine e pietra di paragone con la quale misurare la realtà circostante.
Chi ha percepito lo sgomento di fronte a Notre-Dame che brucia, chi ha pregato, costituisce oggi il tabernacolo fatto di pietre viventi.
Da questo tabernacolo può emergere un nuovo edificio di pietra viva.

L’incendio della chiesa di pietra sembra aver reso visibile il fuoco delle passioni mortali, degli abusi di potere e allo stesso tempo appare come una purificazione di tutto “l’edificio”.
Come ha detto il vescovo Aupetit: "Non ho una cattedrale, ma ho un popolo".
Non posso fare a meno di pensare che la chiesa sia salva anche in ragione dell’esistenza di queste persone, per il loro modo di sentire, per la loro preghiera, oltre che per l'ammirevole opera dei vigili del fuoco: la chiesa è salva, finché esistono i giusti che sanno ancora patire lo sgomento nella percezione improvvisa dell’umana fragilità spirituale, ancor prima di quella fisica. Non è scontata una simile percezione.

"La struttura non è stabile", "l'edificio è fragile", il rischio di "collasso" non è del tutto evitato. Si tratta della chiesa edificio di pietra, come della Chiesa-Istituzione, minata dagli abusi, che l'hanno colpita più di tutti gli incendi e di tutte le eresie.
Questo è accaduto perché si è creata una distanza troppo grande tra “l’edificio” e la realtà, e un grande divario tra ciò che l’edificio e l’abito simboleggiano e la nostra esperienza quotidiana.
La cattedrale sarà certamente ricostruita, ma è auspicabile che le ferite inflitte all'edificio restino visibili, per renderlo degno del significato che viene attribuito a un "monumento", quello di essere ricordo costituente memoria collettiva. Il monumento serve anche da avvertimento: per una notte, Notre Dame, la Chiesa, è diventata il punto focale della Terra; la Francia, l’Europa hanno ricordato il loro battesimo e la loro origine cristiana.

Ricostruiremo Notre-Dame. Bene.
Ma perché? Per chi? Perché è un patrimonio comune inestimabile?
Certamente.
Ma la fede che ha costruito le cattedrali non è più un patrimonio comune, né un "valore" condiviso.
La fede si esprime in forme, che a loro volta possono favorire un atto di fede, ma senza la fede, Notre Dame è incomprensibile.
Si potranno ancora accogliere quattordici milioni di visitatori annui, ma non ne usciranno tutti automaticamente trasformati.
Forse, prima di pensare a ricostruire Notre-Dame, potremmo accogliere il segno, come appello, come invito a lasciare il nostro Egitto personale, i nostri cantieri faraonici, le nostre catene di schiavitù.
Non è stato forse all'inizio della Settimana Santa che una colonna di fuoco ci ha spinti fuori dall'edificio? A cosa vogliamo ritornare cercando di ricostruire Notre Dame?
Si è forse già dimenticato ciò che abbiamo udito nella Domenica delle Palme: Gesù ha purificato il Tempio, per renderlo degno del Padre Suo.
Lo ha fatto nell'umiliazione della passione, come se uscisse fuori e abbandonasse qualsiasi forma, perdendo la propria “figura” e lasciandosi ridurre a corpo mortale.
Di cosa abbiamo paura? Cosa temiamo, uscendo dalle mura? Di perdere la nostra visibilità nella città?
Ma cosa pensate abbia capito il mondo di quel lunedì sera? Le fiamme di Notre-Dame?
Sì, ma altrettanto, se non di più, il fervore della folla che si riunisce in preghiera, spontaneamente.
È stata quella folla a rendere quella notte "più luminosa", rispetto all'apparente oscurità del disastro. Come l'avvicinarsi della notte di Pasqua.

Mi piace pensare che un tempo della Chiesa sia passato visibilmente nella notte di quel lunedì; era già passato, ma non volevamo vederlo.
È passato il tempo dell'istituzione e della sua installazione nello spazio: il tempo della Chiesa organizzata come la città, il tempo delle Summe e dei trattati "De veritate": il tempo della cristianità teorica e pavida.
Il secondo millennio della Chiesa è finito quel lunedì.
Ora siamo entrati nel terzo millennio. Papa Francesco ha affermato che "la sinodalità è la via", che è come dire che dobbiamo camminare insieme, questa è la Via del Popolo di Dio.
Esodo è tempo di uscita e di esilio, perché ci ritroviamo a camminare su terre dalle quali svanisce la memoria della loro origine. Taluni rammentano.

Cosa può ricordarci Notre Dame in fiamme?
Forse che proprio noi uomini e donne siamo le pietre vive, siamo il tempio dello Spirito; occorre ascoltare come coloro che hanno reagito pregando quel lunedì sera, perché c’è sempre una voce che attraversa le distanze. Il cielo non è vuoto.
In molti dialetti, tra cui il mio, non esiste il verbo ubbidire; è sostituito dal verbo ascoltare.
Quante volte il lamento dei genitori si ripete: quel figliolo non ascolta, quel ragazzo ormai non ascolta più nessuno: è lo stesso lamento di Dio che riempie la Bibbia: “Ascolta, Israele!”
Non si tratta di cercare di risuscitare il passato, ma di trovare le forme che dicano ai nostri contemporanei la speranza che vive in noi.
E come gli Ebrei nella notte di Pesach, come il Cristo nel Cenacolo, celebrare la Pasqua nelle nostre chiese, perché ogni Eucaristia ci veda pronti ad "andare oltre", per continuare ad ascoltare e a portare la Parola nei deserti dove a Dio piacerà guidarci.
Non andremo perduti in eterno e nessuno ci strapperà dalla Sua mano.