
Inquietudini estive
L’estate è arrivata.
Francamente vorrei trovarmi ora su una spiaggia,
una vera, fatta di sabbia, onde e sole.
Ho l’impressione invece...
di ritrovarmi spiaggiato; sento uno sciabordio in testa, forse mi trovo su un bagnasciuga dove le parole vanno e vengono incuranti della loro direzione.
Forse le parole, per essere ascoltate, devono suonare vere, ovvero chiare e dette con retta intenzione.
Io ho vari dubbi; uno per tutti: perché è tanto difficile il discorso del bene comune?
Perché ciò che dovrebbe risultare limpido, acquisito, vacilla e si ha l'impressione che la visione si annebbi?
Il senso del bene comune è forse divenuto un’inquietudine?
Possiamo ancora decidere insieme sulle cose comuni, oppure è meglio – e i più si aspettano - dettare i termini indolori di una scialba convivenza senza avere una città, un luogo, una comunità, una casa?
L’inquietudine non è solo l’espressione di un'ansia metafisica o poetica, ma è l’esperienza stessa della condizione umana e politica. È la condizione del cittadino moderno: quella di dovere, ancora e ancora, fare e rifare la prova politica; prova davanti alla quale, come per un esame difficile, la tentazione di fuggire è sempre dietro l’angolo.
Le reti dei legami comunitari sono lacerate, è chiaro, ma bisogna provare a ritessere le maglie del sentire e delle ragioni che si sono intricate, degli ideali e degli interessi nuovi elaborati, ma anche quelle delle tensioni e dei continui conflitti; è necessario, perché lasciare cadere le maglie crea sempre un buco… e c’è sempre un dritto e un rovescio.
Si arriverà a rendere sensibile, visibile, concreto questo legame comunitario senza più trascurarlo, ma oggettivandolo? È un legame che vive – anche nostro malgrado - e muove – anche se facciamo finta d’ignorarlo. Che non necessariamente si attualizza solo dentro la cornice di grandi sogni o nobili pensieri, ma che si vive negli atti e nelle scelte, nella contingenza e nella precarietà dell’esistenza. Anche se non ce ne rendiamo conto.
La città, la comunità muore e scompare quando tutto diventa necessità: delega senza partecipazione, giustizia senza deliberazione, vita sociale senza associazione, ordine senza consenso, quando è solo apparenza di libertà, senza la prova “provata” e costantemente rinnovata della vita comune.
La città e la comunità non nascono da un istinto socievole, non si limitano al rispetto di alcune regole – fossero anche quelle della ragione – e neppure nascono dalle istituzioni, quando il loro senso sfugge e sembra essersi sciolto nell’acido di troppi interessi particolari e soggettivi spacciati come ricette toccasana.
Avere dubbi non è sinonimo di neutralità; né l’inquietudine un rifiuto della scelta.
Il dubbio accompagna sempre l'esigenza del giudizio. Il dubbio non è un esercizio scientifico, e neppure commento soggettivo; è sempre rivolto allo scambio, alla ricerca e all’azione.
Vorrei dire che il giudizio è esigenza politica e comunitaria, che c’è per tutti l'obbligo di valutare, decidere, agire.
I pensieri in germe o presi in prestito, le letture inattuali o di attualità, riflettute, impegnate e pubbliche, ma sempre tese verso una continua conversazione, forse ci prepareranno nuovamente alla città e alla comunità.
Se il senso del bene comune e la partecipazione diventano inquietudine civica e particolare, allora questa inquietudine mi sembra oggi l'unica via salutare per la partecipazione, per la testimonianza, per costruire la casa.

