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Distanza

| Enzo O. Verzeletti


“È stata del 56,10% l'affluenza in Italia alle elezioni europee 2019,

in calo rispetto al 58,69% della precedente consultazione di riferimento. Lo rileva il Viminale.”[1]
Non sono un esperto di statistica, anche se me l'hanno fatta studiare all'università, e non commento, ma una sola cosa risulta chiara per tutti quelli che la vogliono vedere: su oltre 51 milioni di elettori hanno votato circa 28 milioni e mezzo.
Gli altri 22 milioni e qualcosa sono rimasti muti.
Detto questo, prendo le distanze dall’attualità politica, dai commenti, dalle analisi e sfoglio pagine antiche: sant’Agostino.
Sto fuggendo la realtà?
No. Provo a vederci chiaro.

Voglio vedere più chiaro sul rapporto dei cristiani con la città e con il mondo; più chiaro sull’attitudine davanti alle forze in gioco; più chiaro sulla nostra prospettiva principale: la testimonianza del Vangelo.
Sospendo il giudizio, prendo le distanze da tutto ciò che si dice, di più o meno fondato, sugli avvenimenti che viviamo per cercare di coglierne il senso.

Perché tornare indietro alla storia antica, in particolare a quella dei Padri Apologisti?[2]
Perché hanno conosciuto di persona la doppia situazione che è simile a quella attuale: l'isolamento del sistema politico dalla sfera della spiritualità e l’ostilità dello Stato (e incredibilmente di una parte della stessa Chiesa) nei confronti del Cristianesimo.
Agostino d’Ippona sembra un nostro contemporaneo.
Agostino ha conosciuto la discesa vittoriosa e imperiosa dei Vandali fino alle porte della sua diocesi, il sacco di Roma e la propagazione dell’arianesimo.
Vicinissimo alla morte, quando l’impero d’occidente stava sprofondando, recitava i salmi con i quali aveva tappezzato i muri della sua cella.
Fuga dal mondo?
Ripiegamento su se stesso?
No: distanza, distacco, ricerca della sapienza dello Spirito.
È solo da una certa distanza che si vede veramente.
Piuttosto che gridare, agitarsi, indignarsi, Agostino lasciava che la Parola di Dio preparasse uno spazio di libertà.

Cosa mi ricorda tutto questo?
Anzitutto che il Cristo non è amato dal potere politico, è piuttosto usato dal potere politico; abbiamo forse dimenticato il dialogo di Gesù con Pilato?
Com’è che possiamo dimenticare, all’interno della Chiesa, che è nella sconfitta (agli occhi del mondo) che si manifesta la vittoria del Cristo?
L’im-potenza del potere politico appare chiara osservando Colui che non esercita il potere alla maniera del mondo, e questo dev'esser più chiaro anche nella chiesa di oggi.
È proprio davanti alla croce che l’arroganza di Pilato e dei suoi accoliti, piccoli e grandi, si manifesta.
Non è forse vero che non ci è mai stata promessa altra modalità di successo nel mondo se non quella che si radica nella croce?
Come guardiamo questo tempo storico?
È preludio al caos della società, sintomo di una ripresa attesa più come vendetta e rivincita? O è uno di quei momenti, dati per grazia, nei quali l’ordine della carità trova la sua traduzione concreta?

Perché Agostino pregava i salmi quando i Vandali e l’arianesimo si espandevano verso Sud?
Perché i cristiani stessi, con le loro divisioni interne e le dispute teologiche tese soprattutto a salvaguardare il potere e il piccolo “noi” trionfalistico, avevano reso possibile questa espansione insieme alla desertificazione delle Via.
Lo stesso Agostino si riteneva probabilmente responsabile per il suo passato manicheo.
L'infedeltà al Vangelo è la causa prima delle divisioni fra i cristiani.
Queste divisioni non sono causate da un fattore estraneo o esterno alla comunità cristiana. Non sarebbe neanche possibile, una fede matura lo comprende, senza bisogno di troppe spiegazioni.
Agostino avrebbe parlato oggi come Madre Teresa: “Cosa non va nel mondo?” - Le chiedeva un giornalista - “Io, e voi” aveva risposto lei.
Da sempre cantiamo che “Cristo è risorto”. La sua vittoria è acquisita. Da sempre e per sempre. Cosa possiamo fare noi battezzati? Aggiungere qualche cosa a questa vittoria?
No.
Noi possiamo solo cercare inutilmente di ridurre gli effetti di questa vittoria, provare maldestramente a impedirla. Peggio ancora, come dice san Giovanni, possiamo generare ombre, caricature, mentire e contraffare questa vittoria, dando spazio all’ “anti-cristo”.
Siamo esperti nel generare ombre, esattamente le stesse delle quali ci lamentiamo.
Ieri come oggi. E così dimentichiamo o rinneghiamo il nostro battesimo.

 

 

In una predica memorabile, Newman stigmatizzava le differenze tra la generazione apostolica e quelle successive degli Apologeti e dei primi concili.
Per la prima l’immagine di Cristo abitava nei cuori: non c’era bisogno di discorsi sul contenuto della fede. Quando, ai tempi della seconda, la carità cominciò a raffreddarsi – e l’Apocalisse lo ricorda molto bene – videro la luce anche le controversie e cominciarono le farneticazioni.
Alcuni, i cosiddetti eretici, utilizzarono la ragione filosofica per sostenere i loro argomenti e “Allora” - dice Newman – “fu necessario rispondere.”
I dogmi furono la risposta che riempì lo spazio originariamente abitato dalla carità; e così i dogmi svolsero un ruolo al posto di quella, mantenendo l'unità con la forza della ragione.
In questo modo l'unità fu salvaguardata là, dove il legame della carità era stato smarrito: legame perduto tra i fedeli e Cristo, e tra i fedeli stessi.
Ma i cristiani allora parlarono "contro-cuore". Perché?
Perché il dogma, mentre risponde ad una obiezione, apre la porta a nuove obiezioni, a partire dal suo enunciato, e ad uno snaturamento potenzialmente distruttivo della città.
Il dogma non è un’ideologia: è una meta-idea, un’idea più ricca, più grande, più densa di tutti i concetti che vi sono racchiusi; liberato nel mondo perde il suo habitat delle origini e s’impadronisce delle menti abituate a discutere e ad opinare, scindendosi in posizioni contrastanti.
Chesterton lo disse: il mondo è pieno di idee cristiane “impazzite”.
Lo stesso potrebbe valere per l’idea di mondializzazione/globalizzazione posta a confronto con quella di comunione nel popolo di Dio – qui il termine popolo si riferisce alla cattolicità intesa come universalità, al “tutti” e non ad una parte del “tutti”.
La stessa dinamica potrebbe valere anche per l’efficacia della tecnica, posta a confronto col “sacramentalismo” (mal)pensato come effettività constatabile della grazia.
Lo stesso potrebbe valere per l’idea di dibattito, posta a confronto con quella di dialogo.
Un po’ dappertutto, o quasi, regna, condizionata e automatica, una certa forma del pensare che apre la possibilità ad una o ad altre cento contro-posizioni, tutte tese più alla conquista del primato che alla ricerca del vero.
Bisognerebbe leggere in questa luce la prima lettera di san Giovanni: l’anti-cristo non verrebbe alla fine dei tempi; è sempre contemporaneo, come il nostro gemello inverso, il nostro lato ombra: è in noi, siamo noi che lo generiamo, non foss’altro che come possibilità.

Ma poiché la vittoria è acquisita, poiché il Risorto è con noi, nella presenza dello Spirito, queste ombre si dispiegano pur sempre all’interno della luce dell’amore che ha vinto il mondo.
Affinché la luce sia, bisogna ritornare alla luce. La luce è, siamo noi che la rifuggiamo, preferendo rimanere al buio. Siamo simili a quel viandante che, posto sulla via migliore per raggiungere l’obiettivo, si mette una benda nera sugli occhi, pensando di riuscire meglio. Quando torniamo a vedere che la luce è, il “non-poter-nulla” dei poteri del mondo è svelato: solo un uomo bendato può regalare consistenza ad un idolo.

Come riscopriremo noi un po’ di buon senso?
Non certo facendo ricorso ad un contro-potere (Agostino non andava a raccomandarsi alla corte imperiale, impaurendosi davanti alla prospettiva di un qualche presunto declino).
Noi possiamo recuperare il buon senso solo attraverso la lucidità paziente della carità.

La Chiesa-carità dovrebbe avere la responsabilità di illuminare la città.
Non necessariamente attraverso interventi diretti, poiché l’agire simbolico – che è concreto, si badi bene - trascende troppo il comune, affaticato sentire.
La chiesa non è “fuori dal mondo”: è nel mondo e sempre come risposta a Dio.

Abbiamo bisogno di sentinelle.
Vorremmo partire in crociata contro il potere? Oppure vorremmo una contro-rivoluzione? Oppure vogliamo allearci con il potere, in nome della salvaguardia dei "valori della cristianità"?
No. Nessuna di queste strade è percorribile.
Abbiamo bisogno di sentinelle e una sola azione è possibile: quella della carità lucida e resistente, quella della prossimità con il tu. Accanto a Papa Francesco.

[1] http://www.ansa.it/europee_2019/notizie/2019/05/25/litalia-al-voto-alle-europee-in-gioco-il-governo_bc75d6b0-918f-4388-8830-2a888c7b4942.html

[2] Tradizionalmente la storia dei Padri della Chiesa viene distinta in tre fasi principali: quella dei padri apostolici (I sec.), quella dei padri apologisti (II sec.) e quella patristica (III-VIII sec.).