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Facce di capra

| Enzo O. Verzeletti


Ovvero gli ingrati delle parole

Ricordo un aforisma che diceva: "Non puoi rileggerti, ma puoi solo firmati”.

Da una parte l'irreversibile, la parola che fugge una volta lanciata, dall'altra la capacità di rispondere per se stessi.

In realtà, sono le due facce di una stessa dignità che rifiuta il narcisismo del ritorno su se stessi nella misura in cui certifica l'impegno di tutto l’essere nella parola spesa, detta, data.

Quelli che si affacciano sui social network e si nascondono dietro un nick-name o un nome inventato sono l'esatto opposto di questa dignità.

Tutti, al riparo, nascosti dietro uno pseudonimo, gargarizzano il loro “pensiero” in misura direttamente proporzionale alla sua dissimulazione.

Il fatto di essere in grado di dire qualsiasi cosa e ogni cosa, di godere di un'onnipotenza alimentata dall'anonimato, non è in alcun modo uno sbandamento del normale funzionamento che li governerebbe, ma una legge profonda che li guida e garantisce il successo.
Il coinvolgimento, l'esplosione mimetica, il rovesciamento immediato dall'adulazione all'insulto sono conseguenze inevitabili. Non è certo una coincidenza che il pollice alzato o abbassato sia diventato il sostituto del giudizio. È la ripresa del gesto della folla, che salvava o metteva a morte gli schiavi o i gladiatori, durante i giochi del circo.

Credo che un governo preoccupato della pace e della coesione dei suoi cittadini e della dignità della parola (le due realtà sono collegate) dovrebbe decidere di vietare questa violenta mascherata di pseudonimi. Ciò aiuterebbe tutti a mantenere un volto umano e ad abbandonare la faccia di capra[1].

 

[1] Cfr. la fiaba popolare italiana di G. Basile, Faccia di capra.