
Famiglia e dintorni
Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele,
segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori.
Luca 2,22-40 - Domenica, 27 dicembre 2020, Sacra Famiglia.
Quando un gruppo si rifà a un testo di fondazione, il commento, o la traduzione risultante, tende ad acquisire forza propria e ad imporsi… a spese della parola originale. È quindi consigliabile tornare al “libro”. Il movimento è difficile, a volte pure doloroso.
Per le persone "alla ricerca" che scoprono la Bibbia, a volte è difficile stabilire un legame tra certe asserzioni cristiane e la materialità della Parola; può diventare un esercizio di presa di coscienza e anche di flessibilità, un proficuo sforzarsi per darsi e dare una ragione della speranza che è in noi, come chiede l'apostolo Pietro (1 Pietro 3, 15), il tutto senza dover fare ricorso a frasi prefabbricate.
Prendiamo ad esempio La Santa Famiglia.
Le preghiere per questa festa La offrono come esempio e invitano a praticare lo stesso modello di virtù. Come si può fare questo, prendendo in considerazione i testi evangelici?
Naturalmente conosciamo la sequenza degli eventi secondo cui Maria divenne la madre di Gesù, ma risulta complicato considerare questa famiglia un modello: la giovane donna è incinta prima del matrimonio, il fidanzato non è il padre del nascituro, la fertilità è ridotta al minimo: solo un figlio; la coppia non avrà altri figli, da allora vive in castità; sono cose che possono succedere anche oggi, ma che difficilmente considereremmo tutte tipicamente da imitare. Lo straordinario nei comportamenti della Sacra Famiglia è la capacità di assumersi la responsabilità con Dio di una situazione che la mette - apparentemente e addirittura - contro la Legge; Giuseppe, in un primo momento, ipotizza perfino di ripudiare Maria, come di norma un buon ebreo avrebbe dovuto fare se non si fosse lasciato interrogare da Dio.
I testi evangelici si pongono quindi agli antipodi di ogni "applicazione" pura e semplice di regole morali del tipo "bisogna vivere come la Sacra Famiglia”, “bisogna fare così e cosà”. Per la stessa ragione, impediscono anche qualsiasi discorso manipolatore: non si può esibire una famiglia atipica come archetipo familiare.
In cosa dunque sarebbero imitabili Maria e Giuseppe?
Io credo debbano essere imitati nella loro capacità d’intraprendere percorsi inaspettati, nella fiducia che quei percorsi appartengano solo a loro e a Dio; d’altronde una coppia che vivesse veramente secondo l'esempio della Sacra Famiglia non potrebbe essere "ottenuta" dall'attuazione di ricette comportamentali categorizzate ed illustrate dall’alto. Sarebbe piuttosto l'incontro senza precedenti di un uomo e di una donna, pronti ad assumere con Dio le situazioni che si presentano sul loro cammino, anche se appaiono diverse da ciò che s’immaginava essere la forma del bene.
Tanto per rimanere nelle storie coniugali, è difficile trovare esempi biblici di coppie, che possano essere additate come modelli da imitare; lasciando da parte in Genesi i bigami e i poligami tra i quali Abramo e Giacobbe sono gli esempi più noti, prendiamo invece in esame una coppia monogama: Isacco e Rebecca; la storia del loro incontro è magnifica e teologicamente ricca (Genesi 24). Detto questo, le domande sorgono subito: perché non si sono scelti, se davvero il matrimonio deve essere fatto "liberamente e senza costrizioni"? Perché Rebecca, anni dopo, consiglia a suo figlio Giacobbe d’ingannare il vecchio marito, ormai cieco?
Anche in questo caso, i testi ci obbligano a rimettere in questione nozioni troppo note e spesso troppo superficialmente ripetute, per essere adoperate in situazioni difficili. Non è possibile estrarre dai testi biblici un manuale della coppia ideale, come fosse una sorta di galateo universalmente condiviso.
Allo stesso modo tanti altri passaggi biblici non concordano con ciò che in certi casi si vorrebbe inculcare.
“Bisogna dialogare tra coniugi - si dice, come fosse ovvio – soprattutto nei tempi d’incertezza, perché le decisioni si devono prendere insieme.”
Perché allora Maria, dopo l'annuncio, va in tutta fretta da sua cugina Elisabetta (Lc 1,39), invece di recarsi subito dal promesso sposo? Perché il Vangelo non offre una scena in cui i due si consigliano insieme, praticando il dovere di discutere e di parlarsi? Andiamo avanti.
In quale modo Giuseppe e Maria educano Gesù? Sono certamente genitori affidabili; eppure è difficile spiegare alle giovani coppie che chiedono punti di riferimento per l’educazione dei loro figli, che il giovane Gesù - presumibilmente ben educato – si è reso irreperibile ai suoi genitori per tre giorni senza preavviso; a dodici anni, infatti, decide di rimanere a Gerusalemme dove è stato portato per le celebrazioni della Pasqua, e lascia Maria e Giuseppe nell’angoscia; tutto quello che dice quando lo trovano è: "Perché mi stavate cercando?" (Lc 2,49).
Forse il dialogo intergenerazionale non è stato praticato nella Sacra Famiglia? Andiamo avanti.
Si fa un gran parlare di com’è bello che i fratelli vivano insieme, sul dono e sulla bellezza della fraternità e della fratellanza. Potremmo passare in rassegna qualche esempio biblico: Caino e Abele, poi Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, infine Giuseppe e i suoi fratelli.
È forse fuori discussione parlare di fraternità biblica prendendo esempio da fratelli biblici?
Sarà meglio un pio fervorino, pietoso e melenso, disconnesso dal testo biblico, per ritrovarci ad affermare che con un po' di buona volontà e una spruzzata di Vangelo si può essere graziosamente fraterni?
Oggi si fa un uso massiccio di termini come “dialogo” e “condivisione”. Attraverso il dialogo, ci aspettiamo di risolvere molte cose, come fosse manna; voglio essere chiaro: non intendo in alcun modo rifiutare la parola scambiata, il reciproco chiarimento, chiederei solo (solo?) di mettere queste due nozioni in relazione con la Bibbia, con la Parola, nella quale diciamo di credere.
Alla fine di tanti discorsi ascoltati, che chiedono dialogo e ancora dialogo, vorrei chiedere a Gesù stesso se abbia mai mancato di capacità dialogiche; in effetti stiamo ancora tutti chiedendoci cosa abbia inteso veramente dire in ciascuna delle sue parabole. Lui, la Parola di Dio, ha forse così mal gestito il discorso da non riuscire a farsi capire? Si tratta per noi di fare meglio di Lui? Trovando forse finalmente gli argomenti giusti per evitare la croce? Chi non capisce e reagisce violentemente alle ragioni di cui siamo certi, di fatto, è sempre vittima di una nostra mancanza di dialogo? Il profeta Geremia, gettato nella fossa, avrebbe sbagliato a parlare? Troppo poco dialogico?
Infine, quando si tocca l'amore – uno dei nomi di Dio – certi propositi possono perfino diventare francamente insopportabili. Che tutti ci amassimo è quanto vorremmo, ma - aggiunge il Vangelo – “come Gesù ci ha amati”.
E come ci ha amato? Cerchiamo di leggere …
Gesù manifesta questo amore secondo una vasta gamma di atteggiamenti molto diversi: accoglie, guarisce, rialza gli esclusi in mille modi, ma altrettanto inveisce, si schiera, denuncia, dà a taluni del “sepolcro imbiancato”, paragona altri a maiali, cui non si devono gettare le perle del Regno, ed altri ancora a cani, ai quali non si devono dare neanche le briciole che cadono dalla tavola.
A volte appare provocatorio perfino con chi non gli ha rivolto neanche la parola.
Questi episodi contribuiscono a illustrare i suoi mille modi di comportarsi, che hanno una fondamentale caratteristica comune: Gesù non entra mai in quella forma di complicità umana che si spaccia per amore ed è solo ipocrisia; il Cristo non è mai complice di atteggiamenti di falsa amorevolezza. L'amore di cui parla il vangelo è troppo prezioso per accettare la contraffazione, e dunque a coloro che non ne sono ancora capaci, Gesù fa la carità di non giocare a questo brutto gioco.
Ci sono parole sull'amore, dette in nome del Vangelo, che non hanno niente a che fare con il Vangelo. Molto spesso, non si dice nulla al riguardo, come se la ripetizione del verbo amare fosse sufficiente a renderlo comprensibile a tutti. Al limite, si evoca l'idea che l'amore sia un modo di stare meglio con tutti, male con nessuno, ovvero il contrario di ciò che Gesù Cristo ha vissuto. Colui che ha amato i suoi fino alla fine, si è trovato in opposizione a molti, ripudiato, abbandonato, frainteso, torturato e ucciso.
Potremmo estendere indefinitamente l'elenco degli scontri tra la Parola biblica e le osservazioni cristiane quotidiane e probabilmente sto irritando qualcuno.
Si potrebbe avere l’impressione che stia giocando al massacro e che questo modo d’esprimermi potrebbe sembrare destabilizzante di spazi importanti come la famiglia, la cui situazione oggigiorno già non è brillante.
Mi sembra ci sia qui, invece, qualcosa d’importante per la fede: è vero che se leggo la Bibbia, svuotandomi di tutto ciò che credo di sapere già, inizierà un cataclisma per certezze ed istituzioni?
Non credo che la Parola di Dio possa far male, credo piuttosto che incessantemente sciolga le certezze congelatesi nel tempo fino a diventare pezzi di ghiaccio e dunque parli in maniera nuova di ciò che sembrava essere conosciuto; una cosa è essere sorpresi, meravigliarsi, trovare difficoltà ad avviare nuove comprensioni, un'altra è rabbrividire non appena le abitudini sono sfidate e con loro il sistema mondiale di cui siamo i cantori.
"Avete inteso " tale e tale cosa, dice Gesù ai suoi, "bene io vi dico…" (Matteo 5, 21-48). Se Gesù mette in discussione quello che abbiamo sempre detto, non è una cattiva notizia, tantomeno un banale invito alla relativizzazione della morale, che rappresenterebbe solo una forma di ottusità; significa solo che tutto è continuamente in costruzione, finché non abbiamo fatto il passo di entrare nella parola di questo Altro che chiamiamo Dio per rimanere lì, esattamente come dice Gesù (Giovanni 8:31). Non parla per portarci via qualcosa che crediamo o abbiamo, ma per radicare la Sua Parola in noi. Non è lì per destabilizzarci continuamente e cinicamente, ma per impedire ai nostri pensieri di diventare sistemi che eliminino l'incontro quotidiano con lui e con gli altri. Piuttosto che parole stantie, offre ad ogni giorno una nuova parola.
Ci sono cristiani, anche bravi, che adducendo ragioni varie non si addentrano nella Parola, perché questo li preoccupa; forse hanno dubbi, alcune cose non risultano chiare, oppure, al contrario, hanno sentito ripetere per decenni sempre le stesse cose; altri ancora non vogliono essere disturbati da qualcosa che immaginano si trovi lì.
D'altra parte, per una persona che si scandalizzi nell’osservare - per esempio - che la fraternità è spesso un luogo di conflitto anche nella Bibbia - ce ne sono almeno altre due che provano sollievo: forse non è necessario aspettare a tutti i costi di avere buoni rapporti con i fratelli per avere un'esperienza di Dio!
Possiamo osare vivere con Dio anche se uno dei fratelli è di cattivo umore o se un altro ha delle crisi per ogni cosa!
La Parola parla di storie che sono nostre, e dice con chiarezza che proprio al centro di queste storie Dio si è fatto conoscere.
Mettere in contatto le parole che si dicono o si ascoltano e la Parola biblica diventa un esercizio continuo, un esercizio spirituale (che si può fare anche stando a casa, non occorre per forza pagare un corso). I missionari, i preti e le suore hanno l’opportunità più di ogni altro di potersi chiedere ogni giorno se ciò che dicono nel nome di Dio sia realmente radicato nella Bibbia.
Infine, cosa vogliamo intendere quando parliamo dell’opposizione tra "discorso" comune e “discorso biblico”? Secondo me solo che preferiamo ascoltare il brusio dei nostri convincimenti sulla Parola, piuttosto che frequentarla di più. Lasciamo Dio parlare? Oppure lo consideriamo come la lontana garanzia di un sistema intangibile di organizzazione del mondo dove abbiamo acquisito il nostro posto una volta per tutte? In altri termini: siamo nel registro dell'incontro o in quello della conoscenza del bene e del male a priori?
Il serpente in Genesi 3 offre i mezzi per distinguere il bene dal male senza dover incontrare Dio, senza consultare la sua Parola, senza lasciare che questa attraversi le apparenze; il serpente offre alle brave persone di sapere sempre cosa pensare e fare in tutte le circostanze, senza doversi preoccupare.
Ecco questa non è certamente la via del Cristo; la sequela talvolta incute timore perché porta su sentieri non pianificati in anticipo, e la vita acquista uno spessore altro, con tutto quello che esige di fiducia da trovare. La parola di Dio destabilizza, contraddice le nostre certezze? È quando ci viene questo dubbio che può iniziare il cammino con Dio e con gli altri: inaspettato, cercato, trovato oltre l’atteso.
Maria Maddalena, una settimana prima della passione, acquista un profumo estremamente costoso e unge i piedi di Gesù a Betania (Giovanni 12, 1-8). Naturalmente c'è qualcuno tra gli astanti che si scandalizza: avremmo potuto usare i tanti soldi spesi per alleviare i poveri! L'osservazione è corretta tuttavia chi la fa trascura un dettaglio: ha appena iniziato i suoi negoziati segreti per vendere l’amico Gesù.
Gesù interviene per magnificare il gesto di Maria e aggiunge qualcosa di molto diverso da quello che forse ci si aspetterebbe: "i Poveri, li avrete sempre con voi".
Forse non dovremmo fare offerte alle suore di Madre Teresa di Calcutta, ma ancora e sempre alle grandi marche di profumo?
Immagina di essere testimone della scena di Betania: cosa ne dici?
Magari smetteremmo di preoccuparci e di interrogarci, discutendo circa il dono votivo di Giuseppe e Maria al tempio – “Erano tortore o piccioni?” – per fermarci finalmente sul Figlio.
NB. In copertina riproduzione fotografica di un affresco di Giotto di Bondone, "Natività di Gesù", Cappella degli Scrovegni, Padova, ca 1300.
