
Ricominciamo
Comincia un nuovo anno scolastico:
è tempo di progettazione, organizzazione,
di prove tecniche di “trasmissione”.
Quando penso alla scuola, tra le tante cose che mi vengono in mente per collegamento d’idee, c’è anche un film abbastanza noto, L’attimo fuggente (riproposto su un canale TV quest’estate), e stamani anche un’altra “pellicola”: le proteste e le contestazioni di ieri di alcuni dentro e fuori il Senato.
Tanti adolescenti si sono entusiasmati per un professore che ha insegnato loro ad essere critici nei confronti di comportamenti, abitudini e regole sociali del gruppo dominante.
Nel film (L’attimo fuggente) questo tema è rappresentato fino al limite del suo senso primario. Salire sul tavolo e lanciare in aria i libri, per esempio, è simbolo di protesta e contestazione, ma nello svolgersi della trama si capisce che è anche simbolo di vera e propria ribellione.
Ribellione nei confronti di ciò che si percepisce istintivamente e soggettivamente come obbligo imposto dall’esterno e che si ritiene inaccettabile; ne segue la volontà di agire per definizione “contro”.
Quando ci s’inoltra su questo terreno la questione diventa assai più complessa, e anche pericolosa, per i singoli e per la comunità.
Nella scuola, che naturalmente non è finzione cinematografica, è più “giudizioso” trasmettere il gusto di altre scalate, piuttosto di quella dei banchi, certamente meno simboliche, ma molto più utili.
Che vecchi adolescenti sognino oggi una scuola coercitiva, quella che loro - e neppure io - hanno mai conosciuto, ma forse vorrebbero credere o far credere di avere sperimentato, per poter dire di essersene eroicamente liberati, è ridicolo. Sarebbe il caso di andare oltre questa tanto comica quanto triste fantasia.
Che poi esistano professori il cui insegnamento educa alla protesta e alla contestazione, allo stesso tempo rimanendo carente di spessore umano e conoscenze atte ad accompagnare nei giovani i cambiamenti psichici che desidera e induce, questo è agghiacciante.
Nell’Attimo fuggente questo stile è rappresentato all’estremo e il suo esito è il suicidio del giovane che sogna di diventare attore contro la volontà del padre; suicidio indirettamente e senza intenzione provocato proprio dallo stile d’insegnamento del capitano. Questi purtroppo non ha il minimo sentore anticipatorio dell'epilogo tragico.
In questo film, che fondamentalmente non mi è piaciuto, mi stupisce l'assenza dell’autentica poesia della quale vorrebbe fregiarsi: è una pellicola a priori devoluta al proprio libero autocompiacimento: la critica è rivolta tutta all’esterno, mai all’interno e si esaurisce nell’unico, incontenibile bisogno di autodeterminazione e di autoesaltazione, nella più completa deresponsabilizzazione sociale.
Il professore/capitano, pur essendo parte di una comunità, ignora l’inevitabile aspetto morale che la sua maschera sociale, pur consapevolmente indossata, implica: orientarsi al bene comune. Perché il bene comune non è mai nell’uno o nell’altro, ma si trova nella via che conduce dall’uno all’altro.
Per ironia della sorte - e dei grossolani equivoci propagandistici - annoto di sfuggita, che l'appellativo "O capitano! Mio capitano!", nel suo contesto storico-letterario originale, era rivolto dal poeta Walt Whitman al presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln, ucciso nel 1865 da un sudista in un teatro, ma, nella visione poetica di Whitman, morto sul ponte di una metaforica nave (gli Stati Uniti d'America) condotta in porto vittoriosamente...
Lontani ormai dai gargarismi del capitano, nel mondo reale, col nuovo anno scolastico, spero si faccia l’elogio e si sostengano quegli insegnanti, anche senza particolare carisma, magari distaccati dal bisogno di successo personale, senz'altro non-capitani, che non sognano di attrarre folle di studenti o di fare discepoli, ma solo di trasmettere le loro conoscenze con passione, umanità, tenacia e competenza, nella consapevolezza di avere davanti vite vere che si sviluppano, e la responsabilità del “come” è anche la loro.
Gli insegnanti, mai troppo amati, e i politici, spesso troppo amati o troppo odiati, sono quelli che contribuiscono a costruire e a rinsaldare le fondamenta di una nazione.
La politica, come l’insegnamento, è un’arte e dev’essere fatta da chi quell’arte possiede.
Auguro con tutto il cuore un buon nuovo inizio a tutti gli studenti, a tutti gli insegnanti e a tutti i politici.

