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Resistenze

| Enzo O. Verzeletti


Io sono il pane vivo, disceso dal cielo …
e il pane che io darò è la mia carne …
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.

Corpus Domini - Giovanni 6,51-58: domenica 14 giugno 2020.

Il vangelo di questa domenica è costellato di parole preziose per tutta la cristianità: il pane, la carne, il sangue, la vita, il cielo, la comunione, la resurrezione, la vita eterna. Tutte queste parole assumono il loro significato per noi fondamentale, grazie al Padre, in Gesù, Figlio dell’uomo, che nutre le folle.
Ma quante resistenze, prima di riuscire ad accogliere queste parole preziose!
Gesù. Non è il figlio di Giuseppe? (v. 42)
Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? (v. 60)

Si comincia con il cielo, perché è da lì che (ad)viene la salvezza.
Il “cielo”, in greco, è un nome singolare, mentre in ebraico è plurale, “i cieli”; la forma plurale ebraica rafforza l’idea della collocazione del “cielo” altrove: un plurale il cui singolare significa semplicemente “lì”.
La salvezza, quindi, non è da qui, ma ci viene da lì: viene da un altrove (si veda Isaia al cap. 55).
Eppure “Gesù, figlio di Giuseppe”, “figlio dell'uomo”, l’abbiamo visto qui. È quello che conosciamo o pensiamo di conoscere? Viene da lì, comunque?
I dubbi si susseguono in forma di concetti contrapposti: da lì o da altrove, dal cielo o dalla terra, dal pane o dalla carne, dal Padre o dal Figlio, da Dio o dall’uomo?
Come dire che vorremmo trovare lo straordinario nell’ordinario: il suo ordinario, il nostro ordinario, il mio ordinario, ovvero un segno per poter vedere e credere (v. 30), se si tratta di elementi ordinari, appartenenti alla vita di tutti i giorni, siamo dubbiosi; se si tratta di pane, carne, sangue, uomo, umano, il divino dov’è?
L’umanità trova che l’umanità sia…un po’ poco…un concetto un po’ ristretto; il divino deve essere divino, deve trovarsi in cielo; ci deve toccare, rimanendo divino; l’ordinario non può essere straordinario.

Il testo dice altro, non siamo noi a dover trovare il divino lì nei cieli, ma è il divino che viene a sorprenderci nel nostro ordinario: il movimento parte dal cielo e lo straordinario, il cielo, è sceso nell’ordinario: non c’è altro segno per vedere, niente altro che il “figlio dell'uomo”, l’ “io sono”.
È lui la vita eterna che dobbiamo mangiare, consumandola in tutto il suo spessore di “carne e sangue”; la vita quotidiana è il luogo del regno di Dio, è lì…lì… e lì…, ovunque davanti ai tuoi occhi. Sì. Lì, dove siamo invitati a condividere il pasto messianico, dove la vita ordinaria è ispirata da quel moto che viene da altrove: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (v. 44).
“Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (v. 53).
Evidentemente possiamo essere nella nostra condizione ordinaria e finalmente vedere ciò che vi è di straordinario, ovvero fare del pane quotidiano il Corpo di Cristo, come nella liturgia eucaristica.

E la carne e il sangue?
La parola “carne”, sia in greco che in ebraico, significa proprio la materia fisica di cui è composto il corpo umano: carne, ossa, muscoli, corpo; l’uomo è una creatura in carne ed ossa, vale a dire in ogni momento esposta alla morte. Il respiro è ciò che le consente di nascere e di rimanere in vita. L’origine della capacità di respirare è biblicamente nel respiro di Dio trasmesso all’uomo, di cui ci parla il Genesi: il soffio.

Per il pensiero biblico, se esiste una contrapposizione, non è tra carne e spirito, ma tra spirito “sporco” (impuro) e Spirito di Dio. In Giovanni, l’uso del termine greco per “carne” è tradizionale e indica l’esistenza esterna e materiale dell’essere umano, con le sue caratteristiche intrinseche di parentela e affinità col resto della stirpe umana e, in senso trasposto, richiama l’idea dell’esistenza umana in tutta la sua fragilità. Oggi diremmo forse “condizione umana”, piuttosto che “carne”.
È in questa umanità che Gesù si manifesta, nella nostra stessa condizione umana, attraverso la Sua umanità. In Lui si concentrano Corpo e Spirito, in Lui la Parola prende Corpo e il Corpo diventa tutt’uno con la Parola; la Parola incarnata è la Vita Eterna, che si rinnova ad ogni istante: la condizione umana è condizione cristiana.

“Mangiare” questa umanità è ciò a cui il testo invita: sgranocchiare la vita così com’è; affrontare quello che c’è, diventare Corpo e Vita e vivere la Risurrezione, attraverso la Parola.
In fondo in fondo si tratta di un vero e proprio cortocircuito spirituale, che rende perfettamente vano ogni sforzo di amministrare la salvezza.
L’Eucaristia è inscritta nella vita se questa Parola-Corpo è riconosciuta, ruminata e messa in pratica; la conseguenza di questo atteggiamento costante è la comunione con Cristo, riconosciuto vivo nella “mia” e “nostra” vita quotidiana, proprio quella di tutti i giorni.
L’Eucaristia è vita, non è una forma privilegiata di condizione umana.

Il Cristo è il pane quotidiano.
Qui, domenica è ogni giorno e Dio non si riposa, oppure, se preferisci, si riposa tutti i giorni, ma non perché sia domenica, piuttosto perché si è fatto uomo e vive in mezzo a noi sempre (non un giorno a settimana per la Messa).
Quando io “creo”, cioè lavoro, scrivo, parlo, collaboro, domando, aiuto, m’impegno, ci metto tutto me stesso, è un Altro che crea per me; le “mie” trovate migliori non sono “mie”, vengono da altrove: è bene saperlo. In questo senso tutto è grazia.
"Creaturalità" è umanità cosciente del suo stato di creatura, cioè del fatto che è un altro che Crea quando io “creo”; “fraternità” vuol dire saper riconoscere questa dimensione divina che opera nell’umano: creaturalità e fraternità sono sufficienti in se stesse per ciascuno e per tutti.
C’è chi s’interpone sempre, “relativizza” il testo, tenta di sottrarre radicalità alla Parola.
Laddove si amministrano i sacramenti nel vuoto e nella stasi dell’agire cristiano, ormai scollegato dalla vita, e si sostituisce lo straordinario con l’ordinario, accade che, mentre si crede anche in buona fede di “amministrare” il Cristo, in realtà si stia dando il migliore esempio di come rimuoverlo dalla propria esistenza.

Gesù è il figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. Non c’è da resistere in questo.