
Lotta impari
Domenica 20 corrente mese: giornata missionaria mondiale,
in un mese missionario voluto straordinario da Papa Francesco.
Il Vangelo del giorno[1] racconta di una lotta impari, di una lotta che sembrerebbe “persa” in anticipo, come ce ne sono tante, di quelle che il mondo conosce bene: qualcuno chiede ripetutamente giustizia ad un giudice iniquo.
Cosa poteva, in effetti, ai tempi di Gesù, una vedova difronte ad un giudice ingiusto, che non teme nessuno, neppure Dio?
Gesù racconta una parabola per insegnare che è necessario pregare sempre e non stancarsi.
Alla fine la vedova infatti ottiene giustizia, non fosse altro perché il giudice non ne può più di ascoltare le sue richieste.
Che cos'è la preghiera?
Un rituale? Un momento istituzionalizzato? Un momento individuale? Una disposizione interiore?
Una forma della vita interiore?
Come si fa a pregare “senza sosta”?
In questo preciso momento in cui sono davanti al mio computer per scrivere queste righe, sono in preghiera? Quale articolazione c’è tra preghiera e fede, postulato della preghiera, e quale articolazione tra preghiera e azioni?
Pregare significa anche credere che non siamo in un mondo ciclico in cui tutto si ripete all'infinito, significa anche credere che le situazioni possono andare avanti, possono migliorare. Significa sperare, insistendo senza stancarsi, e attingere energia nel cuore, nelle braccia, nella testa, proprio come Mosè nella prima lettura.[2] L’aiuto verrà per vie non consuete.
Pregare significa anche dialogare sapendo però che il nostro interlocutore è il Signore, con le nostre piccole parole e i nostri grandi silenzi, con tutti i nostri dubbi e con tutti i nostri balbettii, sapendo di non essere Dio, non creatori, ma creati, creature.
È questa la preghiera della vedova.
Lei chiede, continua a chiedere: "Rendimi giustizia davanti al mio avversario." E lui rifiuta, rifiuta e rifiuta ancora. Rifiuta da molto tempo.
Che forza può avere una preghiera simile? Rivolta ad un uomo ingiusto?
Penso alle madri argentine di Piazza di Maggio, che andavano ogni settimana a brandire le foto dei loro figli o mariti scomparsi. Ogni settimana. Per chiedere giustizia.
Penso all’ostinazione delle madri che proteggono i loro figli dai bombardamenti.
Penso alle madri che affrontano il mare con i loro figli per cercare una terra più sicura:
Penso alle lotte dei popoli indigeni dell’Amazzonia.
Sono tutte vedove. In qualche modo siamo tutti vedovi, siamo tutti persone che hanno perso qualcosa o qualcuno.
La vedova della parabola non è passiva, si muove, va, va regolarmente a chiedere giustizia, non sta a casa ad aspettare, va. Nessuna attesa passiva.
Ricordo un insegnante di teologia che ci diceva: "Smettete di pregare per la conversione di questo o quello se non avete intenzione di parlare loro di Cristo".
Si certamente meglio smettere di pregare nello stile "dai-il-pane-a-coloro-che-non-ne-hanno" o "fai-in-modo-che-la-mia-coppia-vada-meglio", se non vuoi condividere il tuo pane e se non fai nessuno sforzo per comunicare con tua moglie o con tuo marito.
La preghiera non è il mio “sfogatoio” e neanche la discarica delle mie responsabilità. Non è il luogo dove sistemare tutto ciò che non voglio fare, aspettando che un altro molto più bravo di me lo faccia al posto mio.
La preghiera è la disposizione interiore al dialogo con Dio e all’agire incoraggiato, sostenuto, convalidato da Dio.
La preghiera senza la volontà attiva, diciamo così senza la determinazione a collaborare fattivamente, è come la parola data senza l'impegno a rispettarla.
Il testo ci mostra due protagonisti di forza sbilanciata: da un lato una donna debole, che chiede giustizia; dall'altro, un giudice ingiusto di cui si dice che sia senza timor di Dio e senza rispetto per alcuno.
La vedova è straordinaria perché va, torna e ritorna dal giudice, fa sentire la sua voce, una voce che sarà poi insostenibile per questo giudice. Lei si rimbocca le maniche, insiste, ci spera, ci crede. In una parola, prega con fede senza sosta.
Non è proprio la costanza quello che ci manca, a volte? Non è forse la coerenza che spesso fa acqua nei nostri progetti, nelle nostre scelte, nelle nostre battaglie?
La donna invece spera, crede di poter ottenere ciò che chiede, contro ogni evidenza.
Credere, anche quando tutto sembra inutile, desolante, desolato e perfino morto; non rinchiudersi, come fecero i discepoli dopo la crocifissione e la morte di Gesù; ma credere, credere nella risurrezione, vale a dire nella vittoria della vita sulla morte; della giustizia sull'ingiustizia; della riconciliazione sulla spaccatura; della ricostruzione sul fallimento.
La vedova rappresenta per principio tutti i deboli, tutti i vulnerabili, tutte le richieste di giustizia, tutte le voci deboli che continueranno sempre a chiedere giustizia.
Del giudice, si dice poi che non temesse Dio e non fosse interessato a nessuno se non a se stesso: è il simbolo del mondo così com'è: non teme Dio, a volte si crede onnipotente, non s’interessa di nessuno.
Forse bisognerebbe abituarsi a pensare che questo giudice non ci è così estraneo.
Bisognerebbe ricordare che in noi sono presenti entrambe le nature: il giudice iniquo e la vedova orante. Sappiamo essere entrambi, con i nostri desideri di un mondo migliore, ma anche con i nostri giudizi ingiusti ed egoisti. Siamo sempre noi, noi con i nostri desideri di mettere Dio al centro, noi con i nostri desideri di un paese dove nessuno abbia fame, dove tutti possano vivere in pace gli uni con gli altri, ma anche noi con tutte le nostre insufficienze quotidiane.
Ecco allora il perché della continuità nella preghiera: per esaurire quel tanto di noi che è ancora giudice senza Dio, senza rispetto per alcuno, che vuole stabilire la sua legge nel mondo, che divide, che fa la guerre, che vuole dominare i deboli, senza misericordia alcuna.
Se decidiamo di porre la preghiera alla base della nostra realtà quotidiana, non solo le nostre vite saranno capovolte, ma si troverà anche senso e risposta affermativa alla domanda:
“Il figlio dell'uomo, quando tornerà, troverà fede sulla terra?”
[1] Lc 18,1-8.
[2] Cfr. Es 17,8-13.

