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Luce

| Enzo O. Verzeletti


Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Gv 3, 16-18: domenica 7 giugno 2020.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Una parola forse tra le più conosciute della Bibbia viene offerta una settimana dopo la Pentecoste: è il riassunto di tutto il Vangelo.
Sono tre versetti e fanno parte della conversazione di Gesù con Nicodemo; Gesù è a Gerusalemme per la festa della Pasqua e, secondo il narratore, molte persone credono in lui alla vista dei segni operati, ma Gesù conosce il cuore degli uomini e non si lascia illudere dall’atteggiamento festoso.
È a questo punto che Nicodemo, un fariseo ben disposto verso Gesù e membro del Sinedrio, si presenta. Di notte, in segreto. Probabilmente per non farsi sorprendere in compagnia del Maestro, per non compromettersi, per non giocarsi la reputazione.
Tutto però nel suo atteggiamento concorre a dare l’impressione di una vera ricerca spirituale e le domande sono sincere; apparirà ancora, dopo la Passione, quando lo vedremo portare mirra e aloe per la sepoltura di Gesù.

Questo testo ci porta teologicamente in alto; per noi è importante tenere saldamente i piedi per terra, specialmente se lo si legge in occasione della Festa della Trinità, ricorrenza in cui si può cadere nel lirismo religioso.

Gesù, nel rispondere alle domande di Nicodemo, va all’essenziale: gli dice che deve nascere dall’alto, che deve nascere dallo Spirito. Le parole dell’evangelista sono molto semplici e ci aiutano nella comprensione di questa espressione: “nascere dall’alto”, nascere per opera dello Spirito.

Il fatto che Dio abbia mandato suo Figlio nel mondo è l’ultimo atto di Dio per l'umanità intera. Non ci sarà altro.
La storia biblica ci dice che, attraverso Mosè, Dio aveva dato al suo popolo un codice di leggi. Ora, dando suo Figlio, concede all’umanità una salvezza compiuta, perfetta e definitiva. Giovanni sottolinea la natura storica di questo ultimo atto “mondiale” o, se si preferisce, “universale”. Questa salvezza perfetta apre la nuova era: l'’ultima. In Gesù Cristo abbiamo tutto ciò che ci è necessario. In Gesù Cristo l’umanità intera è entrata negli ultimi tempi: da duemila anni.

Gli ultimi tempi sono segnati da un giudizio già pronunciato: “Dio ha mandato suo Figlio nel mondo, non per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo attraverso di lui.”
Questo atto “ultimo” salva gli esseri umani - tutti - dalla condanna, da qualunque parte provenga; dalla condanna degli altri su di noi e dalla condanna della nostra coscienza.
Chiunque crede in lui sfugge al giudizio.” L’ultimo atto non è più rivolto ad un particolare popolo, ma ad ogni uomo; Dio non discrimina, la salvezza è donata, indipendente da condizioni, rivolta ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, a coloro che hanno i diplomi e a quelli che non ne hanno.

È strabiliante la semplicità con la quale può essere raggiunta: ogni uomo che crede in lui non perirà, ma otterrà la vita eterna. Il mezzo è la fede. Un mezzo semplice: alla portata di tutti. L’unica condizione è credere in Dio, ed è anche l’unico mezzo che dipende esclusivamente da noi accogliere e adoperare. Esattamente come si fa con qualsiasi autentico dono: lo si può portare sempre con noi nel cuore, con gratitudine verso chi ce lo ha donato, o lo si può esporre in vetrina e dimenticarlo, osservandolo talvolta con distacco.

Della fede, il cardinale Newman metteva in evidenza il carattere inafferrabile, ad un punto tale, da essere sempre tentati di aggiungervi ciò che non le appartiene; la vera fede, diceva Newman, è incolore, come l’acqua o l’aria: è l’ambiente attraverso il quale l’anima vede il Cristo, vi si riposa e lo contempla come l’occhio vede l’aria, o come il corpo nuota nell’acqua.
Quando siamo tentati di afferrarla, per così dire, con le mani, la sostituiamo con un sentimento, un’idea, una convinzione o un atto della ragione su cui possiamo appoggiarci per chiosare o glossare.
Cerchiamo allora esperienze personali piuttosto che l’incontro personale con Colui che è al di là di ogni nostra possibile rappresentazione.

Comunemente incontro persone che dicono: “Ho fede”. Ne parlano come di una pietra preziosa, come di un oggetto esterno, un gioiello da prendere in mano e chiudere dentro una cassaforte per tirarlo fuori quando si vuole, e ammirarlo.
Probabilmente questa è una pericolosa illusione. Da nessuna parte dell’universo c’è qualcosa chiamato “fede”; ci sono solo persone con un certo atteggiamento verso Dio, che accolgono con un atto di fiducia un dono eterno: la liberazione dalla condanna, o - se si preferisce il termine “tecnico” - la salvezza dell’anima: questa è “fede”.

La fede è fiducia che non aspetta prove, apertura sull’infinito, sulla salvezza, sulla libertà, sulla vita.

Non ce altro. Per imboccare questa via non abbiamo altra alternativa che credere: la fede è il fondamento del nostro cristianesimo; non è solo fede in Dio, perché non è la fede di Voltaire nel grande orologiaio. No.
È la fede che riconosce e accoglie in Gesù Cristo, colui che rivela il Padre.

Questo dono di Dio, il dono di suo Figlio, possiamo solo riceverlo.

Un dono è efficace solo se accettato dalla persona cui è destinato. Quando viene fatto un regalo, è veramente un regalo solo dal momento in cui lo si accetta. In giurisprudenza funziona perfino per le donazioni. Se non sono accettate, non sono tali.
Accettare un dono vuol dire entrare in relazione con la persona che ci ha fatto quel dono.

Fede è dunque ricevere e accettare il dono di Dio: Gesù Cristo. Con questo ricevere il suo Spirito, il Soffio, il respiro di Dio. Diventando dono per gli altri. Questo è “nascere dallo spirito”: farsi dono per gli altri.
Nella nostra esperienza mondana, terrena, concreta, materiale, bellissima, che cosa vuol dire “mettere al mondo un figlio”, se non donare all’umanità una nuova zolla inalienabile di se stessa?