
Dubbio o grazia?
Come ascoltare oggi il messaggio dell'Annunciazione?
Come una delle più ricche testimonianze della grazia divina o come una bella storia venuta in aiuto all'ispirazione dei pittori?
Come una “storia sacra” impossibile – in nome della razionalità – o come una “storia umana”, oggi forse perfino possibile grazie al progresso scientifico?
Il velo dell'ignoranza è stato strappato!
Abbiamo forse varcato definitivamente la soglia delle costrizioni culturali e progrediamo nell’indefesso sforzo di affrancamento da tutti i limiti?
Che si tratti di scegliere tra un tipo di bio-religione strettamente materialista, che consideri metafora tutto ciò che è privo di evidenza scientifica, e, in antitesi, un tipo di religione spiritualizzata, teologicamente fissata da norme esclusivamente antropiche?
La risposta non è dall’una, né dall’altra parte e infine le due forme mi sembrano non così dissimili.
Come “prova” potrei citare il fatto che anni fa, in Israele, venne annunciata la scoperta della tomba di Giacomo, fratello di Cristo; naturalmente si aprì un dotto dibattito circa l'analisi molecolare delle ossa rinvenute; si portarono prove materiali dell’esistenza di Giacomo e relative al luogo preciso della sua sepoltura.
Inoltre – altra “prova” - potremmo sorprenderci leggendo delle infinite discussioni sulla sindone di Torino, non tanto circa il fatto che esista materialmente un panno, chiamato “Sacra Sindone”, ma sull'importanza “spirituale” della sua datazione: come se fosse il carbonio 14 a conferire credibilità al mistero del Cristo…
La ricerca di prove materiali nell’ambito della trascendenza mi lascia perplesso, perché è ovvio che una religione si dissolve, cercando di ancorarsi alla scienza moderna. Non ci si accorge che in questo bisogno di prove materiali si cela il desiderio di sfuggire all'ignoto, difendendosi dal mistero.
D’altra parte, una religione congelata nelle sue rappresentazioni non consente più l'accesso all'essenziale, cioè al tentativo di lasciarsi trasformare dal mistero di ciò che è prima delle parole e prima delle immagini.
Le immagini non sono prigioniere delle nostre rappresentazioni, piuttosto anteriori a queste: sono metafore accecanti più che illuminanti, sono parabole che mettono in discussione le certezze, lasciando spazio per l'eternità a interrogativi senza fine.
I Vangeli, quando raccontano l'Annunciazione o la moltiplicazione dei pani o le guarigioni miracolose, sembrano gettarci sempre in un vicolo cieco, quello della volontà di controllo, del voler “sapere”, o, nella peggiore delle ipotesi, del non voler “essere presi in giro”, con ciò soccombendo alla tentazione d’invalidare una teoria.
Come se la religione fosse una teoria…
D’altro canto la religione continua a mettere teatralmente in scena Dio, lasciandolo però fuori campo, invece di collocarlo lì dove è, al cuore di ogni essere.
Forse la lettura della Bibbia ci invita a tutt'altra lettura del mondo:
la lettura dell'attesa.
L’attesa ci proietta nel futuro, mentre la ricerca della prova materiale ci ancora ossessivamente al presente. Si tratta di comprendere che è l’attesa che ci fonda, dà significato e permette la relazione con l'altro, denunciando la vanità di ogni volontà di controllo, di ogni volontà di sapere ogni cosa, sia che si tratti dell'inizio o della fine della vita, o di un uomo che creda di liberarsi dal proprio destino provocandolo o credendo di poterlo dominare.
Non è forse l'attesa di un bambino che dà senso alla vita? Non certo l'ecografia…pur nella sua indiscussa utilità.
La nostra società si aspetta tutto dal presente, ma non può sopportare l'attesa: l’imperativo è “Tutto Ora”.
Abbiamo dimenticato che aiutare i più vulnerabili è sempre più importante delle nostre certezze, della nostra sicurezza e della nostra buona coscienza immediata.
Dio non è all’altro capo del nostro telescopio, è lì, al cuore di noi stessi, in attesa: Dio è dove non ce lo aspettiamo, perché neanche è in fondo a un pozzo come fosse un genio prigioniero.
L’Annunciazione è letteralmente l’attesa della nostra speranza.
Senza perché; con la libertà di accettare o rifiutare quest’attesa.
Maria ha accettato di attendere: "Sono qui per adempiere al proposito di Dio".
Possiamo ancora essere obnubilati dalla domanda sulla paternità di Gesù?
Vogliamo comprendere tutto e ci proviamo anche qui applicando spiegazioni più o meno scientifiche per dire come Maria ha potuto concepire questo figlio.
L’Annunciazione invita ad andare al di la della domanda. L’attesa di un bambino è la preparazione di una vita: un piccolo uomo nel ventre di sua madre.
Figlio di Dio e Figlio di Davide…
