
Agnello e colomba
Anche questa domenica Giovanni s’impone
mostrando una chiaroveggenza sorprendente:
“Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato dal mondo” – dice vedendo Gesù passare[1]. Lo riconosce subito.
Giovanni Battista vede bene e parla bene, è un testimone che vede giusto e parla giusto, è un testimone perfetto.
Vede e dice due cose:
- Gesù è l’agnello.
- Gesù toglie il peccato.
Prima di tutto mette in relazione Gesù con la tradizione cultuale ebraica e poi chiarisce che Gesù toglie il peccato, vale a dire lo cancella: non chiede espiazione, ma offre remissione.
I sacerdoti, al tempo di Gesù, avevano una funzione essenziale: ogni volta che il peccato spezzava l'armonia tra uomo e Dio ripristinavano l'ordine e l'armonia seguendo il rituale previsto nella Torah e consistente nell'offrire sacrifici di animali nel Tempio.
L’agnello era a quel tempo una vittima sacrificale offerta in sacrificio perpetuo ogni mattina e ogni sera. L’inizio ufficiale di tale pratica risaliva a quando in Egitto le porte delle case degli Israeliti vennero segnate per ordine del Signore con il sangue degli agnelli, atto necessario affinché i primogeniti di Israele fossero salvati dall’angelo sterminatore.
Il memoriale di questo accadimento si celebra ancora oggi durante la Pasqua ebraica, Pesach, il passare oltre dell’ira divina.[2]
Per il Battista, dunque, l’agnello rappresenta l’archetipo dell’animale sacrificale; questa è la sua testimonianza ed è portata nella lingua dei suoi contemporanei.
Tutti sanno a cosa si riferisce quando parla di agnello.
Ora annuncia qualcosa d’altro: il Cristo è l’ultimo agnello, perché estirpa il peccato del mondo; Come Figlio di Dio mandato per “salvare”, passa oltre – perdona - davanti ad ogni porta di chi lo ha offeso.
Il Cristo ha reso inutili i sacrifici, anche quelli di quanti oggi pensano sia giusto farne di tutti i tipi per potersi permettere i favori divini.
Il Cristo ripristina l’armonia direttamente in prima persona, reclamando per sé il ruolo di agnello, facendosi sacerdote e vittima sacrificale allo stesso tempo.
Ora la questione che tocca noi uomini contemporanei così come toccava gli antichi – anche i romani - è: come fa un uomo normale a capire tutto questo?
Non lo capiamo, perché non siamo senza peccato come il Cristo; ti ricordi? “Chi è senza peccato scagli la prima pietra. E tutti se ne andarono, cominciando dai più vecchi.”[3]
L’uomo di oggi, come quello dei tempi antichi, non riesce a liberarsi facilmente dalla schiavitù di farsi portatore di morte. Basti pensare alla “necessità” di armarsi, di pensare sempre come possibile, e caso mai addirittura comprensibile se non addirittura giusto, commettere omicidi (fratricidi) in vari modi. Perfino con le parole si può uccidere e con gesti incoscienti si può danneggiare il creato.
È come dire che abbiamo ancora bisogno di vittime sacrificali.
Sembra quasi che non siamo capaci di vivere senza vittime: le vittime di guerra, del lavoro, dei trafficanti, degli abusi, dell’usura, delle truffe, ma anche dell’odio, delle macchine del fango e dell’inquinamento.
Infatti, come dice Giovanni l’Evangelista, Dio è venuto tra i suoi, ma i suoi non lo hanno riconosciuto. Non siamo capaci di vederlo in tutte le vittime, di cui ripetiamo all’infinito l’orrendo olocausto in maniera cieca e stupida, oltre che crudele.
Quando diciamo che il Cristo è venuto a salvarci intendiamo che è venuto a liberarci da questa orribile schiavitù di dover far vittime per forza! Non serve, basta, è ora di capirlo: riconoscendo tutti di essere sempre potenziali carnefici, potremmo finalmente accedere ad un mondo pacificato, vale a dire entrare nel Regno subito.
E soprattutto permettere che anche fratelli, vicini e lontani, vi accedano.
Anche il Cristo è stato ucciso, per ragioni tristi, sempre le solite: trucchi, complicità, vendette, gelosie, per quell’abitudine tutta umana di fare vittime nell’assurda illusione di risolvere i problemi, di trovare la pace, o, quantomeno, di essere lasciati in pace.
A volte dubito di fronte alla confusione di questo mondo, dubito per me stesso, per la mia Chiesa, per la Chiesa in generale, ma poi mi dico che il Battista, il profeta perfetto che vede e parla bene, ci dice anche un’altra cosa.
Non solo Gesù è agnello, non solo toglie il peccato, ma è anche colomba:
- “Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba
e fermarsi su di lui”.
Abbiamo letto di una colomba anche ai tempi di Noè: era nell’arca e venne liberata per ben tre volte dopo il diluvio, ma prima di scomparire lasciò un segno: un ramo d'ulivo.
Noè interpretò questo segno e la sua speranza rinacque.
Non si sentì più condannato a traccheggiare, a galleggiare, lui e la sua arca con quanto vi era dentro, pericolosamente ed eternamente.
Un rametto l’ulivo, un segno portato dallo Spirito, diceva che la terraferma da qualche parte c’era… e c’è.
Allo stesso modo Gesù, prima di scomparire agli occhi dei suoi discepoli, lasciò, per coloro che hanno occhi aperti e orecchie attente, segni e parole che aprono un mondo nuovo, facendo rifiorire la speranza.
È possibile credere che non siamo condannati a galleggiare e a fluttuare pericolosamente in acque incerte, ma è necessario avere un po’ di fiducia per afferrare segni e parole, così come Noè afferrò la speranza di un mondo pacificato, nascosta sotto le sembianze di un ramoscello d’ulivo.
Lo Spirito del Cristo nel comandamento nuovo risuscita con Lui ad ogni attimo.
Nostra responsabilità come Chiesa è forse chiedere di essere battezzati dello stesso spirito che scese sulle acque del Giordano, per poter vedere la terraferma, testimoniarla e comprendere che il regno è già e che non c’è bisogno di aspettare il Paradiso per vivere il comandamento nuovo.
Apriamo gli occhi, come Noè all’orizzonte, come Giovanni Battista sul Cristo.
[1] Cfr. Gv 1,29-34.
[2] Es 12,13.
[3] Gv 8,8-9.

