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Cafarnao

| Enzo O. Verzeletti


Matteo 4, 12-23: parla di una profezia di Isaia
che si adempie con Gesù. E noi cosa c’entriamo con questo?

Non siamo galilei; anche fosse, non ci cambia la vita sapere che Gesù era annunciato già 500 anni prima del suo arrivo. A cosa ci serve sapere che il Cristo è andato ad abitare a Cafarnao? Oltretutto questo luogo dove ha predicato il Cristo 2000 anni fa, oggi rimane un luogo di conflitto: è la frontiera di Israele, Libano e Siria. Lì oggi – dove e quando c’è - c’è solo la pace delle armi.

Ecco, si può pensare anche così.

Galilea in ebraico significa crocevia, crocevia di nazioni, di popoli, di gente proveniente da ogni dove. Questo è la Galilea oggi, come al tempo di Gesù, come al tempo di Isaia. Allora era considerata provincia lontana, una regione disprezzata da Gerusalemme e in cui la stessa minoranza ebraica era mal vista dalla maggioranza della popolazione composta da vari gruppi etnici.
Non un paese tranquillo, non una "razza pura", non una facile convivenza; piuttosto paese della paura, del sospetto, della discriminazione, della guerra strisciante, delle identità multiple e incerte. Indubbiamente e a prescindere dagli indicatori economici dell'epoca, qui viveva, come dice Isaia, "il popolo immerso nelle tenebre".

Sono solo io che mi riconosco in questo Capharnaüm, per dirla alla francese[1], oppure ti ci riconosci un poco anche tu?
E se questa Galilea, miscuglio di razze, fedi e modi di vivere s’apparentasse con le nostre città?
Gesù che fece?
Andò proprio lì: a Cafarnao, vicino alle sponde settentrionali del lago di Tiberiade invece di rimanere a Nazaret, situata più a sud, diciamo più protetta dalle correnti cosmopolite: va a Cafarnao invece di stare nel suo villaggio ebraico di Nazaret, va in una città il cui nome è culturalmente passato alla storia come sinonimo di confusione, assenza di segni di riferimento, disordine e disorganizzazione.

Cafarnao: un "crocevia di pagani", un "caos" di persone "immerso nelle tenebre" per un motivo o per un altro, personale o sociale, economico o culturale. È proprio li che Gesù va. A fare cosa? Predicare. Annunciare la vicinanza, la prossimità del regno di Dio.

Annuncia "convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino". Conversione significa cambiamento di visione, di mentalità, inversione di strada; è una chiamata a voltarsi e guardare altrove e altro: per coloro che hanno visto l'oscurità soffocare e coprire il loro mondo è un invito a guardare la luce che può liberare il loro mondo.

Non si tratta di provare sentimenti migliori, ma di muoversi, girarsi e camminare in una nuova direzione, non adagiarsi, non rassegnarsi al buio, a strisciare o a mordersi l'un l'altro, ma alzarsi mentre la luce si alza.
In quel mondo “immerso nelle tenebre” chiama delle persone a seguirlo, rianima la speranza, riaccende la vita, invita a “spezzare gioghi”, invita a credere.

Mi capita spesso di sentire persone dire: "Ho fede", oppure: "Non ho fede", come se credere fosse un credito, un pacco regalo caduto dal cielo, concesso a qualcuno e ad altri no, da un Dio capriccioso. E di sentirne altre dire: "Ho perso la fede". Perdere la fede come si perde l’ombrello o un mazzo di chiavi? La fede sarebbe così volatile da sfuggire al primo passo falso o al primo imprevisto?

È vero che credere può anche essere una costruzione mentale, una postura, uno scenario vantaggioso, un piedistallo dal quale giudicare il mondo senza… lasciarsi toccare. Si può anche pensare che tutte le religioni siano uguali, si può praticare la religione, cambiarla o diventare ateo, senza alcun costo, senza cambiare nulla alla vita. In fin dei conti credere nell'invisibile non costa molto. Ma è credere nel visibile che è difficile, persino più laborioso, lungo e difficile da imparare.

Credere nel visibile impone di vedere. E vedere richiede continuamente di coabitare, con gli esseri e le cose e meravigliarsi! Non è un'operazione mentale, frutto del pensiero o della volontà, credere è una cosa carnale. Credere si confonde con la sensazione di esistere davvero, o di desiderarlo ardentemente. Credere non si fa senza la carne, senza la faticosa convivenza con esseri e cose, senza i momenti di illuminazione in cui, dal visibile, sorge la novità, la sorpresa - questi momenti in cui si incontra realmente qualcuno, qualcuno che ti parla.

Credere, non può essere fatto senza Dio, Colui che la Bibbia chiama "Yahweh – Io sono" (Esodo 3,14). Quel Dio che conosce la necessità di un essere umano di esistere e di vivere.

Quel Dio predica la conversione, ma non grida e non alza la voce "non rompe la canna incrinata e non spegne lo stoppino fumigante”.

Quel Dio chiama e invita a seguirlo.

“Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.”(Sal 23,4)
È quando attraversiamo quest’ombra di morte che possiamo testimoniare e non solo quando " Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce."(Sal 5,2).


"Allora Gesù disse loro: non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno". (Mt 28,10).

 

[1] Cfr. un dizionario francese monolingua, il termine può indicare: désordre, confusion, chaos, trouble, bouleversement, chambardement, éparpillement, désorganisation, dispersion, perturbation, dérangement, désarroi, débandade, incohérence, désunion, cohue, fatras, fouillis, tohu-bohu, remue-ménage.