
Gli dèi bendati
Se il sale perdesse il sapore…
Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…
Ma è possibile superare gli scribi e i farisei?
I farisei avevano l'obiettivo di essere i migliori. Seguivano la Legge con rigore e irreprensibilmente. Erano i più devoti, i più ferventi. Nessuno poteva competere con loro. Nessuno era più zelante di loro. Erano meticolosi nell’osservanza della Legge.
Gesù pensa veramente possibile superarli?
Avete inteso che fu detto... ma, io vi dico...
La Legge di Mosè condannava l'omicidio, Gesù condanna anche la sola ira.
La Legge di Mosè condannava l'adulterio, Gesù condanna anche il solo desiderio.
Come se ciò non bastasse, continua, rilancia e rincara evocando l’eventualità di cavarsi un occhio o tagliarsi una mano, o – altrove nel testo – dice che è preferibile una pietra al collo per chi scandalizza uno dei piccoli.[1]
Potremmo forse, per stemperare questa Parola, dire che l’iperbole, vale a dire parlare esagerando per rinforzare un argomento, sia una figura retorica cara a Gesù?
Se fosse così, Gesù avrebbe adoperato l’iperbole per rendere più energica la sua Parola?
Gesù è più esigente e superiore a Mosè?
È sufficiente sostituire la parola Legge con la parola Amore?
L'amore diventa una nuova Legge, più implacabile della precedente?
Non è così; Gesù non gioca a fare il fariseo, ma invita a comprendere che il centro della questione non è la Legge in sé, ma la giustizia davanti agli occhi di Dio.
Gesù non propone una Legge dell'amore più esigente della Legge di Mosè; in tal caso, dove sarebbe la liberazione che il messaggio evangelico dovrebbe portare?
Gesù non dice “se voi non supererete gli scribi e i farisei…”, ma se la tua giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei.
Il soggetto è la giustizia.
Qualche anno prima che Gesù iniziasse il suo ministero, nell'ebraismo c'era una famosa controversia tra due rabbini. Uno si chiamava Hillel, l'altro Shammaï. Hillel preferiva il rispetto flessibile e accomodante della Legge. Era un modo per consentire a quante più persone possibile di onorare Dio. Quanto a Shammaï, era più intransigente: sosteneva un'osservanza rigorosa e stretta della Legge.
Gesù non prende posizione in un simile dibattito, ma ne rovescia la logica radicalizzandola, sempre invitandoci alla comprensione che la nostra giustizia, per essere autentica, deve volgere alla misericordia, al meglio per tutti. In base a questo stesso principio altrove afferma, per esempio, che il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato[2] e sicuramente si può fare del bene di sabato, nonostante la Legge mosaica vieti qualsiasi attività in quel giorno della settimana; anche fare del bene – e vorrei dire soprattutto - significa onorare il Signore e può esser fatto di sabato!
Quando Gesù adopera l’iperbole (Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te, oppure, se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te), non lo fa per confonderci, ma utilizza un metodo per contrastare l’idea che la Legge possa essere oggetto di venerazione al posto di Dio.
Infatti, è noto che un buon modo per mettere in evidenza i falsi ragionamenti è condurli fino alle loro estreme conseguenze, per renderne manifesti gli errori.
Questo è ciò che fa qui Gesù: va fino in fondo alla logica farisea e si lancia, non su una critica della Legge, ma su un discorso che mira a radicalizzarla per smascherare l'errore di coloro che dovrebbero essere i più giusti nell'applicarla; in questo modo fa capire che perfino gli scribi e i farisei sono incapaci di osservare fedelmente la Legge, perché in ogni caso è fuori dalla portata di tutti.
L'unico modo per rendere evidente questa incapacità umana è metterla a nudo, così, una volta che sia chiaro a tutti che nessuno è in grado di essere del tutto ligio alle prescrizioni della Legge, siamo anche in grado di afferrare il nuovo, rappresentato dalla buona novella: Gesù, il Cristo, non offre un commento aggiuntivo alla Legge mosaica, ma la realizza alla perfezione onorando il Padre, guarendo i malati, risuscitando i morti, perdonando chi lo tradisce e chi lo uccide.
Nel ventitreesimo capitolo del Vangelo di Matteo, Gesù sottolineerà lo spirito che anima la Legge di Mosè e mostrerà che scribi e farisei non la comprendono, con alcune terribili invettive a loro dirette… infelici voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'aneto e sul cumino, ma trascurate ciò che è più importante nella Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.[3]
Gesù mostra i farisei come cattivi teologi che prendono i dettagli per il tutto, incapaci di discernere ciò che è veramente importante nella Legge, incapaci di coglierne l'essenza. Pertanto, non sono idonei a insegnarla proprio coloro che si considerano specialisti.
La loro mancanza di chiarezza intellettuale non può che confondere chi li ascolta.
Gesù li chiamerà guide cieche. Sono squalificati dalla loro stessa presunzione, mista a cecità: caricature della dèa bendata.
Gesù rovescia la loro logica. Nè l'osservanza accomodante, nè l'osservanza scrupolosa possono essere criterio primario, perchè il criterio primario è la "qualità" della giustizia.
La vocazione del popolo di Dio è quella di combattere sempre contro gli idoli. Nulla dovrebbe essere assolutizzato tranne Dio. Anche la Legge di Mosè non dovrebbe essere assolutizzata. Per questo, deve essere superata.
La giustizia di cui parla - ed è esempio pieno - Gesù Cristo è quella di chi è "davanti a Dio".
Essere davanti a Dio vuol dire avere atteggiamenti che ci accordino con ciò che Dio è, rammentando che siamo stati costituiti a Sua immagine e somiglianza. L'osservanza della prescrizione morale è semmai una conseguenza di questo criterio.
"Essere giusti" significa essere "aggiustati" o "accordati" da, con e a Dio, vale a dire, uniti e “concordi” come corde di uno strumento musicale perfettamente intonato.
Gesù non dice che dobbiamo essere migliori degli altri, ma che dobbiamo cercare di essere "giusti", vale a dire “accordati” a Dio nell’amare il prossimo.
[1] Mt 18,6; Mc 9,42; Lc 17,2.
[2] Mc 2,27.
[3] Cfr. Mt 23,13-32.

