Skip to main content

Imparare a camminare

| Enzo O. Verzeletti


"Io sono la via, la verità e la vita."
Gv 14, 1-12: domenica 10 maggio.

Sono parole impegnative. Per un giovane, per una famiglia, e anche per una Chiesa.
Cosa vogliono dire? Escludere altri, altre possibilità?
Sentire che esiste una via, una verità, una vita, non è forse pretesa eccessiva?
Come intendere e come vivere in questa Chiesa che afferma Dio essere conoscibile solo in Gesù il Cristo? Non è folle, scandaloso o pretenzioso operare discriminazioni tra religioni, tra filosofie, tra culture? Fare affidamento solo su una e una sola? Non riscontriamo, per caso, indizi, tracce e prove tipiche di un movimento settario?
Provo a rileggere.

Io sono la via, la verità e la vita.
“La via” è una possibilità di cammino aperta, l’invito manifesto ad intraprendere un percorso. Questa parola è la prima delle tre e nella Bibbia ciò che viene prima dà significato e sensi a quanto segue, come nel decalogo e nelle beatitudini: l'inizio è decisivo, è la chiave interpretativa.
S’intraprende la via ed è il cammino stesso che orienta, costruendo a poco a poco un percorso, quello di ciascuno di noi.
Se Gesù avesse detto per prima cosa: "Io sono la verità", l’affermazione centrale avrebbe privilegiato il dogma, l’ideologia, il fondamentalismo, l’integralismo. Se avesse detto per prima cosa: “Io sono la vita”, l'affermazione avrebbe privilegiato il pensiero morale, sia in senso "pro-vita" che transumanista.

Io sono la via: è questa la Parola prima del contesto evangelico di questa domenica. Non può che trattarsi di imparare a camminare sui sentieri del Cristo, seguirLo come ricerca continua, in un processo che diventa progressione e approfondimento allo stesso tempo e ci porterà dove non sappiamo ancora mentre il nostro passo lascia impronte sul terreno.
Tutti sono chiamati a percorrere la via, a intraprendere il cammino, per conoscere e per incontrare il prossimo. Siamo invitati ad andare avanti, per scoprire un orizzonte nuovo che al momento non vediamo, o almeno, non vediamo una volta per tutte, ma passo dopo passo.
Seguire il Cristo è un cammino: non è una legge, non è un obbligo.
Gesù è la via di "colui che pratica Dio", di chi pensa e agisce in quella direzione. Non dobbiamo invertire il senso: Gesù non è il Dio che ci frequenta e diventa un’occasione pratica per vivere: non è una persona potente da utilizzare. Cristo non è un modello umano da imitare, né un despota da subire, ma è il Dio che fa andare avanti, malgrado la nostra originaria pulsione all’inerzia.
Per i giovani e per i meno giovani, la fede cristiana non si dà come un'opinione valida una volta per tutte, che uno avrebbe o non avrebbe: la fede cristiana è una relazione, un processo, un cammino che Gesù Cristo apre, un percorso in compagnia del Dio vivente che si manifesta nelle donne e negli uomini che incontriamo, nelle situazioni che attraversiamo.
Camminiamo, ma non sappiamo dove il cammino ci condurrà, verso quale punto d’arrivo siamo diretti: la fede cristiana non si dà come un'assicurazione sulla vita, ma come un salto e un cammino continuo di cui non si conosce mai il seguito.

"Io sono, il cammino, e chi mi ha visto ha visto il padre", dice Gesù.
Due discepoli reagiscono: Tommaso obietta: "Signore, non sappiamo dove stai andando", e Filippo chiede direttamente l'impossibile: "Signore, mostraci il Padre e questo ci basta".
Tutti potremmo avere l’una o l’altra delle due reazioni.
Tommaso è presente fin dall'inizio, ma non può credere alla risurrezione: è l’agnostico di oggi, sincero e scettico, ha bisogno di ragioni ed evidenze palpabili per credere.
Filippo è una di quelle persone che abitano la frontiera, prossimo dei Greci, che moltiplicano e declinano la rappresentazione del divino in tante forme. Filippo è il sincretista, per il quale c'è qualcosa di vero in tutte le religioni e in tutte le culture, ma a condizione che si possa dare al divino una funzione specifica, una faccia e un destino: il dio che porta fortuna, salute, bellezza, o che protegge quello contro quell’altro e viceversa.
Si tratta sempre della stessa tendenza che ci attraversa anche oggi. Di fronte alla necessità di operare una scelta, ogni giorno possiamo tendere a trincerarci dietro certezze o mode che sembrano o propongono di aiutarci.

"Io sono la via e chiunque mi ha visto ha visto il Padre".
In Gesù, Dio si è rivelato contro l'evidenza e contro le opinioni che conferiscono al divino ogni “superpotere”.
In Gesù il Cristo, siamo invitati a camminare sulle vie del Dio vivente, che si dona nell’infinita ampiezza di un orizzonte senza confini e allo stesso tempo dentro la fragilità della condizione umana di ogni giorno.
Il cammino umano di Gesù lo condusse verso una morte violenta e prematura. La buona notizia viene controcorrente, letteralmente contro la corrente delle nostre rappresentazioni culturali di Dio. Colui che dovrebbe venire per elevarci oltre i limiti della nostra condizione umana è colui che viene ad unirsi a noi per camminare con noi, palpabile proprio lì dove la pianta dei nostri piedi tocca la terra, nei nostri passi, nei capricci e nelle tristezze della nostra vita come nella sua felicità.
Questo percorso continua a sconvolgere le nostre immagini di Dio e tocca le nostre vite.
La casa del Padre non è prima un al di là della fede e della vita, non è l'attesa di un'altra vita, ma la vita stessa nella sua relazione di amore e fiducia tra il Dio vivente e ognuno di noi.

Forse siamo persi nella ricerca di un senso, di Dio, nella paura, nella ricerca ossessiva di un orientamento evidente, identitario, certo, sicuro, che ci contraddistingua dagli altri.
"Io sono la via" dice Gesù: il cammino che costruisce, nella verità e nella vita; un cammino autentico, seguendo passi che non chiudono in una cittadella, ma si aprono verso la libertà, a servizio di coloro che incontriamo e con noi camminano.