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Legare o sciogliere?

| Enzo O. Verzeletti


Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo
e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo
.
Matteo
 18, 15-20. - Domenica, 6 settembre 2020.

 Questa parole indirizzate a Pietro (cfr. il Vangelo di due settimane fa), nel Vangelo di questa domenica sono pronunciate per tutti i discepoli.

Potrebbe voler dire che le azioni del “legare” e dello “sciogliere” non riguardano soltanto il potere sacramentale del perdono dei peccati - concetto storicamente posteriore alla predicazione di Gesù - ma rappresentano in generale l’essenziale dell’agire umano nell’ottica cristiana.
Si lega e si scioglie all’interno delle relazioni, nell’agire l’uno nei confronti dell’altro.
Credo che tanto il “legare” quanto lo “slegare” rimandino entrambi ad atti liberatori e liberanti da condizioni di malessere, di conflitto, di oppressione o di oscuro assopimento.
Essere “legati” significa ritrovarsi impegolati in lacci di vario genere; gli effetti di una simile condizione si manifestano attraverso la sofferenza, generata spesso da scelte infelici o distruttive, liberamente esercitate.
L’apostolo Paolo per esprimere questa tipica situazione umana diceva: io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rom 7,19).
Siamo tutti esseri segnati da certe chiusure e se è vero che la nostra liberazione richiede uno sforzo personale, è anche vero che l’aiuto, la testimonianza (nel senso della presenza) di una sorella o di un fratello sono essenziali: probabilmente tutti o quasi abbiamo sperimentato il sostegno e la prossimità di un altro nel guardare ai nostri problemi con maggiore lucidità, nel sopportare una fatica, nell’attraversare situazioni difficili: è la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus, bloccati nella loro pur comprensibile tristezza, attaccati all’apparente fallimento del loro maestro. Anche loro hanno avuto bisogno di qualcuno, di uno sconosciuto - riconosciuto più tardi – affinché i loro lacci si allentassero.
Questa riflessione implica la presa di coscienza di una responsabilità verso gli altri: se siamo consapevoli della sofferenza altrui, siamo chiamati ad esserci per cercare di alleviarla. Gesù fa così con Lazzaro: Slegatelo e lasciatelo andare (Gv 11,44). Noi siamo chiamati ad agire in maniera – umanamente – simile: non siamo noi gli artefici della liberazione, perché anche qui Gesù non delega, ma dà compimento e si serve di coloro che lo seguono.
Nel Vangelo di oggi è portato l’esempio di una relazione tra due persone intrappolate nel disaccordo; probabilmente uno è l’offeso e l’altro è colui che ha offeso e l’obiettivo dato per assoluto è il tentativo determinato di “fare la pace”, che prende l’avvio, guarda un po’ proprio da colui che è stato offeso…Già, perché chi è stato offeso, se non si libera dalla ferita dell’offesa, è il primo a rimanere prigioniero del proprio rancore.

Cosa significa questo? E se chi ci ha offeso non ha nessuna intenzione di riconoscerlo e di fare la pace? Se non ci considera o ci cancella dal suo panorama? Abbiamo l’obbligo di perdonare (come vedremo la prossima domenica), ma non di rimanere prigionieri della mancata considerazione di chi non abita nella legge dell’amore indicata dal Cristo. Questo è il punto, e mi rendo conto che può risultare difficile accettarlo, perché questa indicazione fa tabula rasa di ogni forma di buonismo, di ipocrisia, di mediazione al ribasso, di mercificazione dell’etica cristiana.
Questo è “pagano” in un senso per noi oggi comprensibile: pagano è non certo chi appartiene ad un’altra religione, ma colui che si fabbrica degli idoli: la propria reputazione, la propria ricchezza, l’ammirazione del prossimo, la cultura, la professionalità, lo stile; se tutto questo, in sé non negativo, viene preposto al vangelo, ecco, allora siamo pagani. O pubblicani, perché pensiamo di dover riscuotere per diritto acquisito qualcosa dalla vita, come esattori delle tasse, come se appartenessimo al genere umano per meriti speciali.
Forse non comprendiamo mai abbastanza che il dono fondamentale che non saremo mai in grado di restituire è quest’unica vita che viviamo. Cominciamo a capirlo solo quando ci ammaliamo. O quando qualcuno dei nostri cari si ammala.
Allora quale senso potrebbe avere ostinarsi a vivere dentro i lacci e lasciarci dentro anche gli altri?
C’è un di più in tutto questo: Gesù conclude il suo insegnamento evocando il potere della preghiera: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Non è che Dio risponderà di più alla preghiera, solo perché molti dei suoi figli lo stanno implorando, ma perché insieme si agisce per legare o slegare in terra all’interno dell’etica evangelica. Non è il numero a dare più consistenza alla preghiera, ma l’adesione ai valori evangelici.


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