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Saggezza e follia

| Enzo O. Verzeletti


Allora si destarono e prepararono le loro lampade.
 Matteo 25, 1-13. - Domenica, 8 novembre 2020.

La parabola delle dieci vergini è una storia di donne, che segue immediatamente una storia di uomini, "il servitore fedele o infedele" (Mt 24,45-51).
Si tratta di una piccola lezione per insegnare a distinguere un’azione dall’altra, per discernere ciò che è contraddittorio nei comportamenti che sembrano coerenti.

È notte.
Dieci ragazze vanno a un matrimonio, equipaggiate di lampade: escono tutte per accogliere lo sposo annunciato.
Il lettore è avvisato fin dall’inizio del racconto: cinque tra le ragazze sono sagge e le altre cinque sono stolte.
- Oh, ma che orrore! - si potrebbe pensare - Gesù incolla un'etichetta sulla fronte di ciascuna e le blocca in un giudizio dal quale non potranno uscire mai più!
Già: è facile scoprirsi più cristiani o più “maestri” di Gesù ... chiaro che ne sappiamo più di lui…
Il processo di comprensione della realtà invece è inverso: per vederla così com'è, è indispensabile avere accettato in anticipo le sue implicanze: la verità non ci appartiene, per "discernerla" dobbiamo osare guardarla come il Cristo abilmente insegna.
Siamo saggi o folli? Tutto da vedere: questo il tema della parabola.
Il significato essenziale apparirà gradualmente nel corso della narrazione.
Chi è stolto? Chi prende le lampade, ma non olio sufficiente per tenerle accese, almeno fino all’alba.
Chi è saggio? Chi prende le lampade e una ragionevole scorta di olio per tenerle accese fin quando sarà necessario.
Potremmo dire che le "sagge" sono realiste, valutano la situazione concretamente, insieme al da farsi: si tratta di uscire per andare incontro ad uno sposo che potrebbe anche tardare; devono quindi dotarsi di una quantità sufficiente di olio, capace di durare anche diverse ore per poter illuminare il corteo nuziale. Sono donne attente, semplicemente responsabili, il più possibile “accordate” alla situazione da vivere. Quanto segue lo dimostrerà.
Le "stolte" sembrano vivere una situazione che non le riguarda direttamente; sono lì per essere viste, per far parte del gruppo, per scimmiottare le altre, ma la situazione reale da vivere - l'arrivo dello sposo e la loro parte nella festa - non è affare che sembri interessarle in maniera autentica.
Se non sono interessato al buon esito di un’azione intrapresa, vuol dire che per me è sufficiente solo l’apparenza dell’azione, la sua riuscita non è tra i miei fini. Dev’essere così anche per le cinque vergini stolte.

La differenza alla base del gruppo si chiarisce all'arrivo dello sposo: le stolte non hanno abbastanza olio per riaccendere le loro lampade; naturalmente, e secondo la loro abitudine, si rivolgono alle compagne “sagge” per chiedere quello che a loro manca.
È troppo tardi: l’olio non basta per tenere accese tutte le lampade e mentre le stolte vanno a comprarlo, finisce il tempo, la situazione si chiude, cambia lo scenario.
Non si tratta necessariamente del momento della morte, no, il racconto vale anche per l’infinita varietà delle circostanze della vita, nelle quali abbiamo vissuto banalmente, senza attenzione, sulla evanescente soglia che distingue l’apparenza dalla realtà e il nostro agire diventa debole, incoerente, rimaniamo privi della costanza e della determinazione necessarie; non siamo più in grado di vedere chiaramente noi stessi, gli altri, le relazioni, le situazioni.
Si può anche trascorrere così i propri giorni, sul limitare della realtà, senza esperirla veramente, senza assumersi alcuna responsabilità personale, aderendo al desiderio di una parvenza di vita.
Quando il tempo a disposizione è finito, quando la porta si chiude, quando le situazioni cambiano, nessuno è in grado di riconoscere chi lo ha ignorato, chi lo ha ingannato, chi lo ha disprezzato, ma anche chi ha vissuto alla superficie delle relazioni, senza assumersi la responsabilità di essere – vivo tra i vivi - al mondo.
"Non ti conosco", risponderà infatti più tardi lo sposo.
In qualche modo è necessario intraprendere l’azione “giusta” quando è il momento: non si può far finta o imbrogliare.
La parabola è un avvertimento: "vegliate", e non si riferisce direttamente alla preghiera, perché non siamo qui in un contesto strettamente religioso, ma in una situazione concreta, pratica che riguarda tutti, credenti o meno; è in gioco la vigilanza, l’attenzione permanente alla realtà, dote che appartiene in modo molto naturale a coloro che hanno il gusto di vivere.
La vigilanza delle donne sagge è l’opposto dell'incuria delle stolte.
Non si tratta, da parte di queste ultime, di una semplice dimenticanza - che dovrebbe allora essere giustificata - ma di un atto volontario, di una attitudine, di un rifiuto a collaborare; le “stolte” non hanno nulla da aspettare, nessuno da amare e dunque nessuno da “servire”.
In ultima analisi sono persone caratterizzate dall’ipocrisia, cioè dall’abilità di sfruttare le situazioni senza investire in esse personalmente; il vero ipocrita si compiace di diffondere il suo falso sentimento come si tenderebbe un'esca, per attirare la preda e dominarla.
L'ipocrisia è un atto di potere non difensivo, ma offensivo.
L'ipocrita dei Vangeli è simile al narcisista: tutto gli è dovuto, non deve alcunché ad altri, imbroglia e lo sa.

Abbiamo dunque un insegnamento che è anche un avvertimento; occorre saper discernere, a fini anche molto pratici; tocca a noi applicare la lezione nella vita quotidiana; seguire gli insegnamenti del vangelo, significa agire da subito nella direzione indicata.