
Ho avuto fame
Venite, benedetti del Padre mio,
ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Matteo 25, 31-46. - Domenica, 22 novembre 2020.
Questo lungo passaggio di Matteo, l'ultimo dell'anno liturgico, è stato talvolta chiamato "il vangelo degli atei", perché il Cristo si rivolge a persone che sembrano non conoscerlo:
"Quando ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, malato o in prigione? "- chiedono tutti.
Cosa vuol dire conoscere Cristo?
Il verbo "conoscere" non designa qui soltanto il possesso di un'informazione esplicita, imparata e mandata a memoria. Conoscere il Cristo “Re” significa aver condiviso con Lui la Sua regalità: nel mondo dove “i benedetti” vivono circola la vita e viene continuamente trasformata dall’azione redentrice dello Spirito; la Bibbia ne ha sempre parlato.
Davide, il re messia, fu scelto da Dio quando era solo un pastore; dopo anni difficili conquistò Gerusalemme, ne fece la capitale del suo regno e vi istallò l'Arca dell'Alleanza (2 Samuele 6). All’arrivo dell'arca Davide si spogliò dei suoi vestiti e danzò alla presenza del Signore.
Per spiegare il suo paradossale comportamento - un re nudo che danza davanti a persone riunite - Davide menziona "le serve dei suoi servi": sono queste donne, le ultime agli occhi del mondo, che comprendono il suo atteggiamento e lo glorificano. Egli ha fatto molto per il suo popolo, e in quel giorno si prodiga in benedizioni e cibo (2 Samuele 6, 17-19). In cambio, da parte dei più modesti, riceve la conferma della sua gloria di re proprio nel momento in cui si abbassa ad esporsi senza vesti, "come si espone un uomo da poco ": sono le parole di sua moglie Mikal (2 Samuele 6,20). Davide dona agli umili e riceve l'attestazione della sua regalità da coloro che sanno meglio di chiunque altro cosa significhi occupare una posizione umiliata, nuda. Come non ricordare Francesco d’Assisi che si spoglia di tutti i suoi abiti nella piazza del paese?
Ma ciò che Davide può dare è solo ciò che riceve dal Signore. La stessa testimonianza della sua regalità proveniente dal popolo degli umili viene dal Signore.
Il beato è, allo stesso tempo, sia un amministratore di beni ricevuti al solo scopo di poterli donare, sia il beneficiario delle benedizioni che altri pronunciano.
Ecco quello che dobbiamo comprendere oggi: in questi movimenti di "benevolenza" ricevuti e offerti, si realizza la regalità dei membri del popolo santo.
Gesù, a proposito dei beati, sintetizza l’insegnamento biblico originario, per questo parla del "Regno preparato dalla creazione del mondo”. Questa realtà, sempre la stessa, è offerta a tutte le generazioni che si susseguono nella storia.
Gesù quindi rivela una logica, uno stile, un atteggiamento profondo: la regalità consiste sia nel dare regalmente, così come si è ricevuto, sia nel saper ricevere regalmente, cioè con cuore benedicente e leale; il dare e il ricevere sono atti regali: degni dei figli di un Re.
E i figli del Re non hanno merito alcuno per esser nati figli di Re ...
Sia i beati che gli altri non arrivano a capire che il Cristo è in colui che dà e in colui che riceve; ma la loro ignoranza non è dello stesso tipo.
I beati riconoscono immediatamente colui che ha bisogno di aiuto e lo soccorrono, ignorano soltanto che proprio l’evidenza e la naturalezza del loro adoperarsi per l’altro viene dal Cristo: è Lui con loro, in loro, attraverso di loro.
D'altra parte, “gli altri” non riconoscono il bisogno del prossimo come un’evidenza alla quale rispondere: spesso non lo scorgono neanche, non riconoscono nulla e nessuno, perché vedono solo le proprie ragioni, i propri guai, i propri interessi, caso mai aspettano che gli altri facciano il primo passo per aiutarli e si ritengono i primi artefici delle loro eventuali fortune.
Per coloro che vivono nella grande corrente della vita, il Cristo risorto e "tutti gli angeli con Lui" (Matteo 25,31) non sono un mondo sconosciuto. Queste persone vedono e ancor più vedranno tutto ciò che hanno cercato di fare, sperimentare, dare, durante le mille, magari oscure e complicate situazioni della loro esistenza terrena.
La conclusione di questo brano evangelico può far paura: qual è la punizione per coloro che hanno ignorato gli altri?
Spesso le parole "ricompensa" e "punizione" corrispondono alla reiterazione logica del punto di vista di ciascuno. Per chi ha vissuto nel movimento spontaneo della vita data e ricevuta non ha senso parlare di ricompense e punizioni: c’è soltanto la gioia che è qualcosa di molto diverso da una ricompensa.
Ma … la punizione? Il Cristo parla senza mezzi termini di supplizio eterno
Mi torna in mente, a questo proposito, la punizione dei sacerdoti di Silo (1 Samuele 2, 27-36): questi uomini erano soliti tenere per se stessi le parti migliori dei doni e dei sacrifici destinati al tempio, ed umiliare le donne che si recavano al santuario.
Samuele profetizza che il Signore eliminerà questi sacerdoti perversi, mettendone un altro al loro posto; gli officianti banditi saranno costretti un giorno a prostrarsi davanti al nuovo sacerdote; imploreranno di poter svolgere qualsiasi servizio subordinato nel santuario, per poter ricevere una moneta e un pezzo di pane.
Dovranno imparare a ricevere la vita da altri in nome di Dio.
Esistono persone costrette a mendicare da altre, in passato disprezzate, magari considerate deboli o troppo preoccupate e prodighe verso il loro prossimo.
Forse questi mendicanti di vita, così come gli abitanti di Gerusalemme che non consideravano ammissibile, né reale, né realizzabile il regno di pace predicato dal Cristo, un giorno potrebbero essere condotti a dire a qualcuno:
"Beato sei tu, che vieni nel nome del Signore" (cfr. Luca 13:35).
