
Questioni di igiene
Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò
Marco 1,40-45 - Domenica, 14 febbraio 2021 - Anno B.
“Non toccare, è sporco!”
Quante volte si dicono queste parole ai bambini, senza neanche avvedersene, nonostante tutti gli inviti degli psicologi a migliorare le nostre espressioni verbali, il fanciullo dovrà pure imparare un riflesso all’igiene di base!
Allo stesso modo, mi viene in mente anche un’altra raccomandazione:
“Non toccare, che lo sporchi!”
Quindi non sporcarsi o non sporcare è un’esigenza di pulizia che rientra nelle regole dell’igiene.
O ancora, nelle regole dell’estetica: sporco è brutto, pulito è bello, semplice.
In effetti ci laviamo e ci sistemiamo anche per il ragionevole gusto di essere presentabili, di relazionarci con gli altri senza disagio. Ciò che è sporco in genere è anche ripugnante, d’altra parte qualcuno/a è attraente di suo. Nasce pulito e lo resta sempre? Dubito… Attraente, perché sporco… rientra nel campo della psicopatologia...
Un altro aspetto non secondario della questione è che ciò che è sporco può risultare inquietante o francamente pericoloso; quindi, bisogna proteggersi!
Questo riflesso istintivo compare spesso in presenza di un malato, anche quando è pulito. E più che mai in questa lunga stagione di pandemia. Anche se si sa che non tutte le malattie sono contagiose, non hai mai avuto una vaga paura in presenza di un malato? Io si.
Ricordo le prime volte che andavo alla léproserie (lebbrosario), “La Dibamba” a Duala, in Camerun – prima di andarci tutte le settimane – e ricordo anche la paura provata qualche giorno fa nel toccare, per sollevarlo da terra e rimetterlo in piedi, un poveretto accasciato a terra sul marciapiede.
Cosa gli dico? Cosa faccio, fino a che punto lo devo aiutare?
I malati sono spesso come degli “estranei” per i “sani”. Questo sentimento, senza tante parole, rimanda a se stessi e rivela la propria fragilità.
Il lebbroso del Vangelo di oggi è il simbolo di tutto questo sporco inquietante, disgustoso, contagioso: un uomo da evitare.
Al tempo di Gesù, ogni idea di malattia era strettamente legata all’idea del peccato: se eri malato era perché avevi commesso peccati. Anche adesso siamo tentati di pensarlo.
Gli stessi discepoli, incontrando l’uomo nato cieco, chiedono a Gesù: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (Gv 9,2). È un’abitudine mentale condivisa: il lebbroso non è solo un malato, ma è anche un impuro, la malattia della carne rivela la malattia del cuore. Nella Bibbia ci sono regole molto rigide imposte ai lebbrosi; il lebbroso è escluso dalla comunità, finché dura la sua malattia, e formalmente solo il sacerdote, figura religiosa, può re-integrarlo, attestata la guarigione.
La lebbra rappresenta tutto il male dell’uomo - fisico e morale - che lo isola e lo esclude dalla comunità dei suoi simili; il lebbroso è lontano da Dio e dagli uomini, vive una condizione di sporca e grigia solitudine.
Se abbiamo chiaro questo, possiamo leggere il racconto della guarigione del lebbroso come un compendio di tutta l’opera di salvezza compiuta in Cristo, d’altronde la parola latina salus per “salvezza”, prima di tutto significa salute.
Quindi, un lebbroso va a trovare Gesù: “venne a lui”, dice il Vangelo; per cominciare prende un’iniziativa contraria alla legge, quella legge che detta ai malati come lui di stare lontano dalla comunità dei “sani”, rispettando il suo status di agente contaminante.
È il meccanismo di ogni tipo di emarginazione.
Il lebbroso è audace, si muove e va da Gesù, ma se guardiamo bene, il suo movimento verso Gesù è preceduto da quell’ “Andiamocene altrove” del vangelo di domenica scorsa. A fare che? A guarire mali forse peggiori di quelli fin lì incontrati.
Siamo qui in presenza di un doppio movimento: quello del lebbroso che segue quello di Gesù.
Il movimento del lebbroso segna per quell’uomo il passaggio dalla Legge alla Fede: è in nome della sua nuovissima fede che disobbedisce alle prescrizioni del Levitico, che lo costringevano all’esclusione. Il movimento di Gesù è l’attraversamento del confine dei vecchi divieti per il passaggio all’ordine della misericordia.
Toccare un lebbroso, fino a correre il rischio di diventare impuro, è l’ingresso in un tempo nuovo dentro il piano della salvezza: Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Il lebbroso guarisce “subito”. Il “tocco” del Cristo evoca l’ingresso - mirabile - del Verbo nella condizione umana. Questo è il tempo - straordinario nell’ordinario - del congiungimento tra cielo e terra, tra creatore e creatura, tra giustizia e ingiustizia, tra vita e morte. Il tempo del tocco del Cristo, mosso a compassione. Il malato è risanato, mentre Gesù prende sopra le proprie spalle il peccato del mondo; può rischiare di contrarre la lebbra con un tocco, può trasgredire gli antichi divieti della legge mosaica, perché, come ben dirà Giovanni, “il Verbo si è fatto carne” e la carne contempla anche il peccato, l’impurità, l’errore. Paolo di Tarso dirà perfino che Cristo “si è fatto peccato” (2 Cor 5,21), si è fatto “maledizione” (Gal 3,13) per la nostra salvezza, per la nostra “salute”, per la nostra “benedizione”, perché fossimo salvati per mezzo della Fede e non per mezzo della Legge, che si addice alla morale ancora troppo bambina, di chi agisce per timore della punizione e non per amore del prossimo. Il punto di riferimento e il cardine di questa fede è altissimo: il Cristo Risorto.
Il libro di Isaia (53, 3), già annunciava l’arrivo di un servo, colui che sop-porta il male, descritto alla stregua di un lebbroso “annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”.
Le ultime parole del vangelo di oggi sono illuminanti: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, se ne stava in luoghi deserti”. Questi sono, quasi parola per parola, i termini usati nella legge del Levitico riguardo agli obblighi dei lebbrosi: "Abiterà in disparte, la sua dimora sarà fuori dal campo” (cfr Lv 12-13). Gesù si isola, proprio come fino ad allora era stato costretto ad isolarsi il lebbroso. Ma tutti lo cercano. E ancora tutti lo cercheranno, e non solo per essere risanati, ma per giustiziarlo… Questo è solo l'inizio; pochi mesi dopo, il condannato Gesù sarà condotto “fuori dalla porta”, come dice la Lettera agli Ebrei, come se si volesse scacciare la giustizia e l’amore dalle comunità umane.
Ed è quello che succede ogni giorno, in tutto il mondo. Non c’è bisogno di fare un disegno - o una mappa mentale - per spiegare, o di soffermarsi su tutte le situazioni di esclusione subite da milioni, milioni di uomini e donne.
Cosa fare?
La Lettera agli Ebrei risponde, in modo radicale e brusco, alla nostra domanda:
“Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio” (13,13).
Allo stesso tempo, leggendo ancora le ultime parole del nostro brano: “Doveva evitare i luoghi abitati, ma la gente veniva da lui da ogni dove”, mi viene in mente anche un’altra Parola del Vangelo: “Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37) e la parola di Gesù: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Innalzato, sollevato da terra, è allo stesso tempo la crocifissione e la risurrezione, l’esclusione del lebbroso e l’accesso dell’uomo alla vita.
Dobbiamo “uscire dal campo” della violenza, dell’odio e della guerra, uscire da ogni spirito di superiorità e dominio, portare con Gesù la sua esclusione. Per metterci con lui dalla parte degli esclusi. È venuto a prendere la nostra lebbra, ma è perché sia possibile testimoniare la purificazione, non straparlando ai quattro venti, ma nel segreto della Fede, della preghiera e del rito e insieme vivere il nostro status di cristiani come un atto di liberazione da quei codici e costumi, dalle leggi che rinchiudono il cuore e bloccano l’intelligenza, affinché la forza del lascito di cui siamo coeredi renda degna e unica la vita di ogni essere umano.
Dunque, quale igiene fisica, spirituale e mentale?
Certamente continueremo a richiamare i bambini a non toccare questo o quello, a disinfettarci le mani, a indossare la mascherina quando necessario, ma - adulti, educatori, genitori, pedagoghi, maestri, professori, preti, seminaristi - tutti noi, dico, saremo capaci di mettere le mani in pasta, di “sporcarci” le mani, facendoci toccare da questa concreta umanità che tutto è fuorché asettica e immunizzata?


