Skip to main content

Atleti del dibattito

| Enzo O. Verzeletti


Le arene, gli stadi, il circo, il ring esercitano un’attrazione particolare: catturano l’attenzione, tramite l’esibizione di abilità spettacolari e suscitano emozioni, creando “tifoserie”.

I dibattiti televisivi affascinano con regie e coreografie audiovisual, proponendo vivaci liturgie della disputa, dell’arringa, del contradditorio, del battibecco.
Delimitate dallo schermo, le arene pubbliche si affacciano nello spazio domestico.

Forse qualcuno crede nell’autenticità del dibattito o della ricerca comune, tra invitati e idee da vagliare alla ricerca del consenso.

Il ring televisivo, impreziosito qui e là di battute mondane e triviali, occupa lo schermo in prima, seconda e terza serata, trasformandosi in luogo condiviso via etere o via cavo, dedicato all’asserzione provocatoria, al giudizio facile, al dileggio, fino all’insulto, alla squalifica, alla difesa impropria, alla rissa: wrestlers in giacca e cravatta ed eleganti amazzoni teatrali, ospiti virtuali nelle nostre case, si producono in vere e proprie performances dal vivo, invadendo il living. Offrono però un incalcolabile vantaggio: possiamo metterli alla porta con un semplice tocco di telecomando, senza alcun rischio di apparire ineducati.

Ci si chiede quale sia lo scopo di tutto questo, se nessuno vince mai veramente, e neppure vince mai un’idea o una proposta.
Sarà per questo che manca il display colorato di fine match che mostri tiri in porta, corners, falli, possesso palla e risultato finale?

Gli stessi attori-atleti andranno in effetti ancora in onda e saranno “ospiti contesi” da altri canali, piattaforme, studi, palcoscenici, dai quali senza imbarazzo e senza vergogna affermeranno domani quello che hanno negato ieri e viceversa, lasciando all’oggi del dibattito la sua insignificanza. Ci deve essere anche un vuoto di memorie, oltre che di contenuti.

“Opinionisti”, “esperti”,“masanielli ruspanti”, in un regime democratico, fanno parte della democrazia, ma in democrazia non tutto è opinione, talvolta vuota di ragione e probabilmente anche di sapere.

Chiacchiere mutanti, vacue, depistanti su argomenti d’interesse comune rischiano di trasformare l’abitudine democratica al dibattito in un regime dell’opinione, forse propugnato ad arte per mettere alle corde e stordire lo spettatore più che l'interlocutore, e per generare disorientamento.

Non credo si sia spostata la stella polare o manchino persone in grado di adoperare la bussola, forse quello che manca è la capacità di confrontarsi sui contenuti, di comprendere il limite relativo ad ogni interesse particolare, di riconsiderare le priorità vitali per la comunità umana che abita la terra. In altri termini dialogare per trovare una sintesi utile, piuttosto che dibattere per intrattenere. Sviluppare idee per agire in funzione del bene comune.

Manzoni, in una sua bella pagina, scriveva: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

22 marzo 2017