Io tesso, tu tessi...
Da piccolo quando la sera non riuscivo a prendere sonno, scendevo dal letto, infilavo le ciabatte e andavo piano piano in cucina a cercare la mamma.
D’inverno in genere la trovavo accanto alla stufa economica, intenta a rammendare i vestiti di mio padre lisi dal lavoro nei campi o quelli miei e dei miei fratelli sdruciti dai giochi, dalle cadute in bicicletta, dalle arrampicate sugli alberi.
Oppure a sferruzzare, con il gomitolo di lana che ritmicamente sembrava rianimarsi.
Rammendare, tessere, cucire… nel silenzio e nella discrezione della notte.
Anche ora talvolta non riesco a prendere sonno, ma non scendo più in cucina.
Penso a come sono cambiati i tempi, alle donne, madri, amiche, compagne di oggi che tuttora cuciono e ricuciono il tessuto delle relazioni, della famiglia, della società, che ancora rammendano le lacerazioni familiari o sociali.
Penso a quelle lacerazioni violente che provengono dalla guerra, dalla fame, dalle ingiustizie, dalle diseguaglianze, a tutti gli strappi causati da chi gioca con la vita delle persone.
Penso a questa dolorosa sindrome del continuo scindere, separare, allontanare, tagliare fuori; alla patologia dell’aizzare le schiere alla contrapposizione fine a se stessa; ma anche ai capricci egocentrici di chi fa sempre finta di saperla lunga, di chi colma il vuoto, elencando faticosamente e con volto grave e sofferto, tutti gli infiniti problemi dell’orbe terracqueo.
Ravviso in questo un altro modo di allontanarsi invece di avvicinarsi, per tagliar fuori anziché includere: forse sperando di promuovere così un'adesione disciplinata, obbediente, in permanenza atteggiata al sorriso, mentre si ottiene malcontento e si riduce l’energia perfino di chi vorrebbe sinceramente costruire con slancio.
Per non impantanarsi, così facendo, nella pozzanghera dell’autoreferenzialità si potrebbe riapprendere l’antica abilità femminile del tessere, rammendare, cucire, creare il nuovo da ciò che è dato, per risanare il tessuto comunitario, familiare, sociale, per riguadagnare un sorriso vero e una rinnovata fiducia.
Dal groviglio di storia e di storie degli ultimi 60 anni dobbiamo riuscire a tirar fuori e reinventare l’abito nuovo, l’habĭtus, lo stile, il modo di essere insieme di una nuova stagione.
Anche gli uomini, troppo abituati a sdrucire, strappare, consumare abiti o a lasciarseli consumare dalle abitudini, possono acquisire la capacità, l’arte del cucire e del tessere e trasformarla nell’abito dell’impegno politico e spirituale per un agire personale e comunitario più giusto, inclusivo e liberante.
29/03/2017
