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Manovre

| Enzo O. Verzeletti


Ci sono espressioni che fatico ad accettare, forse perché mi stanno antipatiche, oppure più semplicemente perché non le ho capite.

Due di queste sono: il “mercato del lavoro” e la “fiducia del mercato”.

Non che abbia dubbi sul significato del lavoro e sull’ineludibilità del mercato. Mi sembrano accoppiamenti forzati, caratterizzati dal dominio del termine mercato, mentre il lavoro ne esce sempre strapazzato.

Come fa il lavoro, dal quale nasce e prende avvio il mercato, ad essere a sua volta mercato?
Il lavoro può essere oggetto di mercato?
Se è oggetto di mercato, in che senso ha un prezzo?
Il lavoro è un valore o ha un valore?
Ci possono essere contratti di lavoro umilianti?

Se il lavoro ha un valore economico, può avere un costo, un prezzo ed essere oggetto di mercato.
Se il lavoro è anche un valore morale può avere un costo, ma non può avere prezzo.
D’altra parte il mercato dovrebbe essere in funzione della circolazione dei beni, in funzione della vita, in altri termini avere un fine sociale.

Alle mie orecchie suonerebbe meglio l’espressione “lavoro del mercato”, tanto per dare a quest’ultimo uno scopo in più, diverso dalla preoccupazione solipsistica e patologicamente inguaribile della cura ed incremento di sé e togliere ai curricula vitae, di chi è in cerca di lavoro, l'umiliazione del profilo merceologico.

E poi, la “fiducia del mercato”. La fiducia. “È una cosa seria…e la si da alle cose serie” recitava una vecchia pubblicità al tempo del Carosello.

La produzione è resa possibile anticipando il capitale, quel capitale che deve ogni volta superare se stesso, oltrepassarsi, per conquistare la fiducia del mercato. Equivale a produrre di più e sempre di più, con l’obiettivo di incrementare i profitti e il Prodotto Interno Lordo per superare il test di sopravvivenza, mentre i  conti non si chiudono mai – al governo occorre prima la manovra, poi la manovrina finanziaria, in seguito altri aggiustamenti.

Fiducia, pistis, fides. Sono concetti antichi, mutuati dalla filosofia e travasati in economia, trasformandone alchemicamente il senso originario a favore della credenza in un dio minore. In questa fiducia del mercato, infatti, il denaro gioca un ruolo indispensabile. Lo ha capito bene il Signor Mercato Finanziario, che ha fiducia, fede, “scommette” “investe” nelle capacità produttive umane e nella compravendita di titoli e di azioni.

È interessante questo gioco finanziario, che “investendo” fa contemporaneamente “credito”, instaura un tasso di interesse, e di conseguenza crea un debito continuo, praticamente infinito.

L’esito è il debito sociale degli stati, spalmato ritmicamente e ad intervalli sempre più corti sui lavoratori - come il burro sulle fette biscottate ­– inestinguibile, strutturalmente perpetuo. Alcuni lo leggono e interpretano come il fattore e il volano del progresso economico e civile, altri, viste le ricadute sociali e ambientali ­–  i soliti pessimisti? ­– come catastrofe planetaria.

La storia ci insegna che il denaro fu inventato come mezzo di scambio. Prendendo il posto del baratto divenne un – il ­– “bene”. Si trasformò in merce sovrana, capace perfino di orientare il mercato, non più in base allo scambio di merci ­– si dicono “fuori mercato” i beni che non producono denaro – ma in forza di leggi proprie e propri interessi.

Oggi si dovrebbe essere eretici o folli per affermare che il capitale finanziario non è il volano indispensabile del lavoro e del benessere del pianeta.
E con ciò le persone devono adeguarsi alle leggi del mercato, ai guru della finanza, all’astrattezza dei principi, alla volatilità della carta, stampata come moneta.

Si potrebbero anche dire due parole circa un altro accoppiamento forzato:  “Fondi Sovrani”[1] e del suo codice di condotta noto come “I principi di Santiago”, siglato nel 2008 per aumentare la trasparenza e rassicurare i mercati sulla base di motivazioni esclusivamente commerciali e non geopolitiche.

I fondi sono sovrani, i mercati vanno rassicurati… le motivazioni sono esclusivamente commerciali.
Forse era meglio siglare l’accordo a Las Vegas, tra un poker al lastrico e una roulette (russa) rien ne va plus
Il denaro è merce sovrana, il fondo è sovrano, il debito è sovrano, i sudditi non mancano!

Magari una prossima volta si potrebbero dire altre due parole circa “risorse umane” e “capitale umano”…

[1] http://www.ricercalegis.it/fondisovrani.htm