1883-1887.Sette componimenti scolastici
Fascicolo di 27 pagine manoscritte di calligrafia non uniforme, nel quale Guido Conforti, studente di Liceo e Teologia, è venuto man mano scrivendo sette componimenti assegnati in classe dai Professori di Letteratura Italiana, di Sacra Eloquenza e di Storia Ecclesiastica, e forse poi usato dal Conforti per "esercitazioni" davanti ai compagni (Teodori, FCT 6°, 1983, 278).
- Commento sopra il Canto XI del Paradiso (in Teodori, FCT 6°, 1983, 902 - 904).
- Traduzione (della nota epigrafe mortuaria di Lodovico Ariosto - in Teodori, FCT 6°, solo cenni a pag. 278).
- Quanto la lingua italiana sia atta ad esprimere maestrevolmente qualsiasi soggetto (in Teodori, FCT 6°, 1983, 904 - 907).
- Aspetto del Secolo XVI - A (in Teodori, FCT 6°, 1983, 908- 910).
- Descrizione Oratoria: Morte del giusto, e suo primo ingresso nella gloria (in Teodori, FCT 6°, 1983, 586 - 588).
- L'eloquenza e il secolo XIX (in Teodori, FCT 6°, 1983, 899 - 901).
- Del parlare e dello scrivere sublime (in Teodori, FCT 6°, 1983, 907 - 908).
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ID6183
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Cartella
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Data
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EditoreCDSR
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LuogoParma
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CollocazioneCSCS
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Pagine27
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Transcrizione
1) Commento sopra il Canto XI del Paradiso
Oh quanto giova negli studii procedere innanzi colla guida di giudizioso consiglio e col dovuto ordine! Quanto importa la riflessione la scelta la diligenza! Invano speri di far profitto nello studio chi ha il mal uso di far cose avventatamente senza ponderazione e senza regola. Vorrebbero molti riuscir pratici della lingua, formarsi uno stile elegante, esprimere dignitosamente e con proprietà i proprii concetti, ma intanto trascurano i mezzi che sono i più idonei al conseguimento di un tal fine. Leggono promiscuamente ogni libro non ad istruzione, ma solo a diletto, tralasciando però le opere degli antichi, che soli possono mostrarci coi loro insegnamenti la via che dobbiamo battere, per giungere in ciò a meta gloriosa e sicura.
Ma d'onde mai tanta insania? Non da altro io penso, dal non aver essi mai pregustate le indicibili bellezze che si nascondono ne' loro scritti; che se anche di leggieri le avessero assaporate, son d'avviso, che presi dalla loro soavità, mai più sarebbesi dato pensiero di tralasciarli. Ma folle è lo sperare di chi pensa potersi acquistare un dettato se non forbito, almeno non inelegante, senza un lungo e sottile studio intorno al valore ed uso di vocaboli, ed alle ragioni de' loro collegamenti, studio che devesi appunto fare sulle opere degli antichi.
Per tacermi d'innumerevoli autori che farebbero all'uopo il solo Dante basterebbe, per chi volesse di proposito attendervi. La Divina Commedia quanto non innamora di sue bellezze ineffabili! Con che schietta gentilezza di puro linguaggio non vi sono espressi i più sublimi concetti. Come ben ci addimostra col fatto che per iscrivere con proprietà ed eleganza non fa punto mestieri adoperar parole nuove e peregrine, costruzioni contorte e bizzarre! Che vivi e naturali descrizioni, che tratti invero eloquenti ed incantevoli! Ammira nel canto XI del Paradiso con quanta concisione proprietà e grazia fa parlare San Domenico in lode del Serafico S. Francesco d'Assisi, di quell'umile frate cui i moderni orgogli guardano con isdegnoso e beffardo sguardo, ma che Dante non credette soverchio consecrare in suo encomio un intero canto, mentre non solo professavasi ammiratore del tanto che questi operò ma bensì gloriavasi potersi annoverare fra i suoi figli devoti, cosa che a sommo onore ridonda della viva fede del Poeta cui oggigiorno tentasi in ogni maniera oscurare, come cosa ignominiosa.
Intra Tupino e l'acqua che discende
Del colle eletto dal Beato Ubaldo
Fertile costa d'alto monte pende,
Onde Perugia sente freddo e caldo
Da Porta Sole, e di retro le piange
Per grave gioco Nocera con Gualdo.
Osserva in questi pochi versi l'ammirabile concisione colla quale vi sono espressi tanti e svariati e svariate cose che non altri che l'ingegno sublime di Dante poteva in tal modo esprimerli. Nella prima terzina ci tratteggia brevemente a vivi colori il luogo della nascita del Serafico Patriarca in tal guisa che subito ci si presenta allo sguardo dell'immaginazione nostra la condizione, e la posizione del. luogo, dimanieraché più che leggerlo o immaginarlo pare bensì vederlo cogli occhi proprii.
Le cose dette nella terzina seguente danno maggiormente risalto alla descrizione del luogo e ne richiamano vieppiù l'attenzione del lettore, oltre all'offrirgli utili cognizioni topografiche e storiche.
Di quella costa la dov'ella frange
Più sua rattezza, nacque al mondo un sole
Come fa questo tal volta di Gange.
La naturalezza colla quale in questo primo verso ci vien precisato il luogo di sua nascita è più facile ad immaginarsi che a descriversi; osserva inoltre con quanta proprietà applica il poeta l'idea del sole al Serafico Patriarca che il bene immenso che arrecò alla società poteva paragonarsi ragionevolmente ai benefici influssi del sole; ed essendo egli inoltre nato in un secolo in grande depravazione decaduto, egli apparve in quell'età come un sole luminosissimo di santità al cui splendore doveasi esso riscuotere e riconoscere suo ignominioso abbassamento a cui le venali sue passioni ed in particolar modo l'ambizione e la sfrenata brama di comandare l'aveano tratto.
Però chi d'esso luogo fa parole
Non dica Ascesi che direbbe corto,
Ma Oriente, se proprio dir vuole.
L'ammirabile semplicità ed in pari tempo la grande proprietà con cui espresso questo concetto è più facile ad ammirarsi che a significarsi con parole. Poteva esso essere più opportuno dove d'aver paragonato il santo ad un sole? Nota inoltre la parola, corto, posta con saggio consiglio in fondo del verso, che oltre a ben esprimerci il concetto del poeta, lascia scorgere una certa durezza nel verso, la qual mirabilmente concorre a dar vieppiù forza e risalto al concetto stesso.
Non era ancor molto lontan dall'orto
Ch'ei cominciò a far sentir la terra
Della sua gran virtute alcun conforto;
Ché per tal donna, giovinetto, in guerra
Del padre corse, a cui, com'alla morte
La porta del piacer nessun disserra.
Avendo il poeta assimilato il Santo al sole, era ben naturale il concetto quivi nella prima terzina espresso. E siccome il nascer dell'aurora rischiara le tenebre della notte ed arreca a' mortali allegrezza e gaudio, così la nascita di Francesco qual mattutina aurora doveva rallegrare quel secolo nelle tenebre dell'ignoranza e de' più turpi vizii sepolto.
Dopo aver accennato con ammirabile grazia alla nascita di lui che fin d'allora già sembrava apparire qual genio consolatore, nella terzina seguente con trasporto tutto proprio dell'alta fantasia del poeta già cel rappresenta qual forte guerriero che sostiene le lotte più accanite, col padre in modo particolare che si opponeva agli alti e nobili discorsi di lui, ed in pari tempo ci mostra l'orrore grande in cui era tenuta la via per la quale Francesco era per avviarsi; la qual cosa quivi aggiunta dà maggiormente risalto alla virtù e fortezza del Santo. Potevano le idee in questo tratto contenute essere con più ordine esposte, con più naturalezza, grazia e semplicità espresse?
E dinanzi alla sua spiritual corte
Et coram patre le si fece unito;
Poscia di dì in dì l'amò più forte.
Questa privata del primo marito
Mille e cent'anni, più dispetta e scura
Fino a costui si stette senza invito.
Osserva quanta forza ha in questo tratto quel «et coram patre», come non ci mette proprio innanzi agli occhi il generoso trionfo d'ogni umano rispetto a lui apportato? Poteva essere più espressivo? Ed in ciò che segue con quanta brevità ed in pari tempo con quanta vibratezza non ci mette davanti alla mente i molti ed ambiziosi costumi di quei tempi, lontani affatto dalla via del retto e dell'onesto? Chi mai alla considerazione di tanti pregi e allettato da tante bellezze, non si risolverà animosamente a studiare sulle traccie di questo sommo poeta? In lui troverà lo studioso la lingua più pura e forbita, la più fedele imitazione della natura, e la filosofia più sublime spiegata colla maggior chiarezza possibile.
A lui dunque deve ciascuno attendere; sicché possa un giorno ripetere con ragione di sé, ciò che l'Alighieri disse di Virgilio:
Tu se' lo mio maestro e il mio autore.
Tu se' solo colui da cui io tolsi
Lo bello stile che m'ha fatto onore.
Guido Conforti
2) Traduzione (della nota epigrafe mortuaria di Lodovico Ariosto)
in Teodori, FCT 6°, 1983, 278 (solo cenni...)
Sotto questo marmo o povero suolo,
O sotto cui piacque al pietoso erede,
O dell'erede più pietoso amico,
Ovver viator più opportuno incorso,
Di Lodovico Ariosto giacion l'ossa.
Ché il futuro ei antiveder non valse,
Né tanto il frale suo reputar solea
Da parargli vivendo alcun avello.
Pur vivendo este cose compor volle,
Ché s'incidessero sul suo sepolcro,
Se un tempo però sepolcro n'avrebbe:
Né lo spirito lungamente sen vaghi,
Questo o quel cenere rimescolando,
Finché il proprio rinvenuto s'abbia;
Quando il corso compiuto dell'esilio,
Alle meschine membra riederà,
Cui con dolente cor lasciate avea.
3) Quanto la lingua italiana sia atta ad esprimere maestrevolmente qualsiasi soggetto
Uno dei più bei retaggi che aver possa un popolo colto e civile, si è in vero, quello della lingua che egli parla e scrive. Non reca quindi stupore se i più grandi uomini che in ogni età hanno illustrato le loro nazioni formandone le più invidiate glorie, non solo non reputassero cosa vana lo studio della lor lingua, ma sibbene credessersi in dovere di curarne la conservazione perché intatta e pura trapassasse di secolo in secolo irradiando, nel suo cammino, di sempre maggiori e novelli splendori. Ed infatti qual cosa più utile torna al bene pubblico ed al privato ed è più degna di maggior onore, dell'arte di parlare con gentilezza e proprietà? Per questo vien negl'animi inspirato l'odio al vizio ed al falso cagioni lagrimevoli d'ogni funesta sventura, ed in quella vece l'amore della virtù del vero e del bello, che solo possono nobilitare l'uomo e renderlo superiore a se stesso. Per questo sono tramandati ai più tardi nepoti i nomi degni di memoria per generose imprese, ed additati al meritato abbominio i vili che camminarono per l'obbrobriosa via dell'iniquità. Per questo in tutti si destano le emulazioni di tanti beni apportatrici, si mantengono ordinate e pacifiche le città e le repubbliche, vengono rincorati i deboli, animati i forti al compimento di gloriose azioni, e quel che più, con più degni modi si loda e si prega il Supremo fattor di tutte le cose, e s'aumenta nei comun petti l'amor della pietà e della religione.
Chi dunque per vane avrà le fatiche di tanti sommi ingegni, che ogni studio posero nell'apprendimento di lor favella, persuasi della somma sua importanza? Ovvero qual sarà colui che incamminato per la splendida via degli studii, si niegherà d'imparare la lingua e la letteratura della sua gloriosa nazione? Quella lingua che figlia primogenita di quella del Lazio già tante glorie vanta da stare a petto con qualsiasi altra nonché tra le prime, di tal nazione poi che non solo sorse a tanta altezza cui nessun altra seppe mai raggiungere, ma sibbene fu altrui maestra d'ogni saggio e civil costume.
Che se pure alcun vi fosse che la propria lingua al tutto curar non volesse contento Solo dello studio delle cose, ben addiveder darebbe di misconoscerne la natura, d'esser privo d'ogni nobile sentimento, ignaro inoltre di tutti quei vantaggi che a lui per essa ed agli altri ne ridonderebbero.
La prima e più pregevole dote del nostro bel idioma, che il rende di gran lunga superiore a molti, e grato a quanti non son di buon gusto privi, si è quella di sovrabbondare riccamente d'ogni vocabolo o locuzione da esser atto ad esprimere maestrevolmente ogni più disparato concetto, ogni più contrario movimento dell'animo, ed ogni più veemente e gentile passione del cuore.
Maestosa è la lingua latina, magniloquente la greca; altre saranno assai acconcie a significare cose delicate e leggiere, altre meglio esprimeranno i più ardui e sottili concetti; ma la lingua italiana par fatta per compendiare in se sola tutti i pregi e le doti che separatamente negli altri idiomi rifulgono.
A rendere autorevole il mio asserto, basterebbe il solo Alighieri, colla sua Divina Commedia, il più nobile dei poemi, miniera inesausta di ricchezze poetiche, e che in sé racchiude quanto havvi di sorprendente nella natura e nell'arte. Egli, il Divino poeta, seppe mirabilmente col creator suo genio non solo pareggiare il suo duce e maestro, nobilmente imitandolo, ma sibbene in alcuna cosa avanzarlo, sicché per non parere soverchiamente esagerato puossi con tutta verità asserire, che Dante come epico-comico val del pari con Virgilio epico-eroico. In Dante non altrimenti che nel suo maestro, tutto ha vita, movimento, azione; e gli occhi della tua mente non solo, ma anche quelli del tuo capo, osservano son per dire, ammirati le idee che egli ti presenta: ogni più basso concetto egli sa nobilitare coi più degni modi, ogni più difficil ed astrusa cosa chiarire ed illustrare.
Che se ben si esaminano i tratti più sublimi e patetici, ed inspecie quando tratteggia forti e veementi passioni, scorgesi in lui qualche superiorità al suo maestro. La disperata fine del Conte Ugolino, la triste narrazione delle sciagure di Francesca da Rimini, l'ira la compassione l'amore che lo investe ad ogni tratto del suo divin poema potrebbero esser con più arte e naturalezza pennelleggiati al vivo? Qual altra lingua sarà capace d'esprimere con più vivezza tanto artifizio?
E giova notare che Dante ad esprimere gli altissimi nuovi veri che egli meditava, si valse di nostra lingua ancor bambina ed imperfetta, eppure di tanta grazia di tanta nobiltà fin da quei primordii apparve adorna da esser atta ad esprimere mirabilmente tante meraviglie, e da destare la comune ammirazione, mentre il gentile cantor dell'Eneide adoperò un idioma il quale e per opera del gran Tullio, di Giulio Cesare, e d'innumerevoli altri più o meno valenti già toccato avea l'apice del suo perfezionamento.
Vuoi tu osservare quanto la nostra bella lingua sia proporzionata ad esprimere sentimenti entusiastici, pensieri grandiosi con istile rapido ed immaginoso tutto vigoria e forza? Ammira i lirici italiani e fra questi sopra tutti il Petrarca, e n'avrai di vantaggio per esserne convinto; tanta è la varietà, tanto il calore del sentimento, tanta la delicatezza dei concetti che gustasi nelle sue rime, che niuno può invero leggerle, senza rimanerne sorpreso da grandissimo stupore. Delle sue canzoni ed in particolar modo quelle di argomento sacro se ne onorerebbero i migliori lirici greci e latini; e son d'avviso che se Anacronte Pindaro Orazio poetato avessero di simile argomento nel nostro bel idioma, non avrebbero saputo usare stile più splendido, concepire pensieri più sublimi, suscitare nell'animo affetti più grandi.
Andranno sempremai giustamente altiere la lingua greca e la latina d'aver servito ad Omero e a Virgilio a modulare l'epica tromba ai concenti più sublimi ed attraenti, da essere per ogni altra lingua oggetto d'invidia, ma non già per la nostra, ché nel suo Tasso, nobile imitatore di quei grandi, mostrò essa pure quanto sia capace di grandezza e di magnificenza anche nello stile eroico. Da Omero egli apprese a dipingere a vivi colori la natura, da Virgilio lo stile e l'arte rivestendoli di veste tutta sua propria, superando l'uno e l'altro e nella nobiltà del soggetto e nella rettitudine del suo fine.
Ai poeti seguono gli oratori, i quali dando persona al pensiero e colore alla voce, per usare un'espressione del Monti, ben mostrarono quanta sia la forza del linguaggio e quanto potente per insignorirsi dell'altrui volontà e dominarla; ed Eschine e Demostene fra i Greci, e Cicerone fra i Romani a tanto s'innalzeranno da lasciare ai secoli avvenire la vana speranza non solo di superarli, ma sibbene di reggere con essi al paragone. Ma ciò che per lungo volger d'età parve pressoché impossibile, nol fu in realtà, perché in tempi assai sfavorevoli sorse un grande che, emulo dei sovracitati, di novella gloria e di più splendida corona ornar doveva l'edifizio da quelli con tanta maestà innalzato. Questi fu il p. Paolo Segneri, il cui nome vale un elogio. Egli ben mostrò quanta sia la forza del nostro bel idioma, e le sue molteplici orazioni nelle quali a soda ed abbondante dottrina seppe accoppiare la lingua più pura e forbita, e tutti i più sottili artifizii dell'arte oratoria, ce ne sono testimonio illustre e perenne.
In questi non altrimenti che in Cicerone apprenderai la copia e la vigoria colla quale distese le sue prove, l'ordine ammirabile con cui le espose, la concitazione e rotondità del periodare, e sia che dichiari verità importanti di religione, o commendi le cristiane virtù, o tuoni contro del vizio che a queste si oppongono, non potrai non sentirti animare al bene ritrarre potentemente dal male.
Ma quale benché feconda lingua tutte ridir potrebbe le glorie dell'impareggiabile nostra favella, che viepiù mostrerebbero quanto sia grande, ed a nessuna seconda? Non vi è genere di componimento, cominciando dal più tenue salendo sino al più sublime, che non siasi in essa svolto con somma ed ammirabile maestria; e la storia della nostra letteratura va adorna di nomi e di opere di tanti cui tutti enumerare difficil cosa sarebbe, e de' quali glorierebbesi altro idioma o nazione.
Guido Maria Conforti
4) Aspetto del Secolo XVI
Se mai fuvvi secolo in cui le belle lettere e le loro indivisibili compagne l'arti gentili fiorissero a dovizia e si mostrassero in tutto lo splendore di lor bellezza da non potersi desiderare di vantaggio, fu senza dubbio il XVI secolo.
Non può invero un animo amante del bello e del buono ricordarlo, senza sentirsi risvegliare i più dolci sentimenti e le più care rimembranze. In questo secolo vi aveva nella vita non so quale tendenza ed entusiasmo al bello ed al buono, che disponeva gli animi alle più assidue e lodevoli occupazioni, ed alle creazioni dell'ingegno più vaghe e peregrine. Tutto ci si presenta di grandioso e splendido e pare che i costumi siano foggiati sopra i costumi romani.
Direbbesi che il secolo d'Augusto sia nuovamente ritornato, e che Mecenate, Lucullo, Sallustio siano risorti: la stessa sontuosità, la stessa magnificenza lo stesso splendore. Non è a meravigliare che in mezzo ad impressioni così vivaci, gli animi si trasportassero vogliosi al passato, ed emulando in ogni cosa gli antichi, si emulassero anche dai letterati di questa età gli scrittori Greci e Latini, prendendo da essi comparazioni ed immagini. In questo secolo la lingua latina fu obbietto di culto speciale e di minutissimo studio. Si presero a modello precipuamente Cicerone e Virgilio, vennero non pochi chiosati, e si procurò da ognuno imitarne quanto era possibile la cadenza ed il periodare. Le lettere greche non erano meno in onore, varie università d'Italia già vantavano accademie e stamperie, e da' giovani studiosi non erano con minor amore delle latine coltivate e ricercate.
Il favore e la protezione concessa ai letterati ed agli artisti non avea limite, perché non eravi corti di principi, o casa di doviziosi e di nobili che non ponesse suo vanto nell'accogliere e nel favoreggiare qualche uomo di lettere o qualche artista. Ma quelli che maggiormente si distinsero per la generosa protezione conceduta ai cultori degli studii, furono i Romani Pontefici, e fra questi meritano particolare menzione i nomi gloriosi di Giulio II e di Leone X, che meritò come già Augusto che dal suo nome si appellasse il sesto decimo secolo.
La loro assunzione al pontificato, fu con generale applauso da tutti esaltata, e risvegliò per ogni dove tutte le emulazioni artistiche e letterarie. Perciò fu veduto come un nugolo di letterati e d'artisti trarre da ogni parte di Roma sicuri d'esser accolti e protetti, anzi di ricevere condegno premio alle nobili e gloriose loro fatiche.
Non reca quindi stupore se in questo secolo fiorirono i più grandi uomini in fatto di lettere e di arti, da eguagliare e fors'anche superare i trascorsi, e da lasciare al secoli avvenire vana speranza di maggiori e più grandi glorie. Il Bramante disegnava la magnifica ed immensa Basilica di S. Pietro colla grandiosa sua Cupola, che esser doveva lo stupore e la meraviglia di tutti i popoli presenti e futuri. Raffaele d'Urbino dipingeva le sale, e le spaziose loggie vaticane, e i parti del suo classico pennello formavano la più bella meraviglia del suo secolo. Michelangelo rinnovellava i portenti della greca scultura, e le sue immortali opere il rendeano, come tuttora il rendono presso ogni nazione, l'impareggiabile maestro di quest'arte. Il Macchiavelli ed il Guicciardini dettavano quelle loro istorie le quali, nonostante i gravi difetti che le deturpano, possono in molte parti contendere in eleganza e spigliatezza colle Greche e colle Latine. L'Ariosto, con altissima fantasia e istile svariatissimo, cantava di cavalieri, dell'arme e de' costumi de' suoi coetanei; e Torquato Tasso, dando fiato all'epica tromba, celebrava l'arme pietose il Capitano, che il gran sepolcro liberò di Cristo, nobilmente gareggiando con Omero e Virgilio. Il Bembo, il Giambullari, il Salviati, il Pallavicino ripurgavano la lingua nostra dettando opere la cui fama sarà fuor di dubbio imperitura.
A canto dei sullodati, sorgevano in buon altri assai grandi, cui tutti tutti ricordare non breve cosa sarebbe, e de' quali a ragione glorierebbesi qualsiasi secolo della nostra letteratura. Fu in questo tempo che molti scrissero latinamente quasi a paro degli antichi, e che, per opera del Sigonio e del Baronio la face della critica sfolgorò d'insolita luce rischiarando monumenti non prima scorti, togliendo molte ambiguità in questioni importantissime di storia. L'eloquenza sacra fu portata quasi al sommo della sua perfezione dal facondissimo Segneri, che emulando Cicerone e Demostene venne giustamente appellato il Tullio del pulpito italiano.
Possa anche a' nostri dì ridestarsi ne' petti di tutti l'amore delle belle lettere e delle arti gentili, e la patria nostra, che sempre fu feconda di eletti ingegni, che le hanno cinte le tempia di immortale fulgidissima corona, più non avrà a dolersi de' figli suoi ora tanto degenerati.
Guido Maria Conforti
5) Descrizione Oratoria: Morte del giusto, e suo primo ingresso nella gloria
Portatevi collo sguardo dell'immmaginazione vostra a contemplare l'ora estrema del giusto, che, consunto da acerbo malore, con eroica pazienza sopportato, stà per rendere l'anima bella nelle mani del Creatore.
Giace disteso sul letto del suo dolore, e la calma celestiale che dal suo volto sereno traspare, ci è indubbitato testimonio della pace che gli alberga nell'animo, frutto di sua innocenza; ha attorno a sé i domestici, che mesti ed afflitti in lui fissano gli occhi lagrimosi, ma egli è assorto in dolce contemplazione, e l'orror d'imminente morte che al peccatore sì spaventosa appare, nulla il turba, anzi sembra infondergli soave conforto.
Non pertanto risvegliatosi come da estasi amorosa, trova una parola di benevolenza e di consolazione per coloro che men duro gli resero il pellegrinaggio di questo misero esiglio, ed ora con tanto dolore sono spettatori dell'estrema sua agonia:
«Addio congiunti, addio amici, io mi parto ma rimango in mezzo di voi col cuore, non piangete, io vado: dal cielo ove spero mi accoglierà l'infinita misericordia del mio Dio sorriderò ai vostri voti, invocherò sul vostro capo i celesti carismi. Addio, addio»: quindi a guisa di pallido e fioco lume, che per mancanza d'alimento s'estingue, china la faccia e s'addormenta nel bacio del Signore.
Sulle sue palpebre scende grave il sonno della morte, e la sua venerata salma aspetta in pace il clangor delle angeliche trombe, che a novella e gloriosa vita richiaminla.
Ma l'anima sua non è morta, anzi vive nella vita degli immortali. Appena uscita dalla prigione di questo frale che avvinta teneanla a questo basso mondo più splendide e più sublimi regioni apparono al suo sguardo: schiere elette di angioli bianco vestiti, risplendenti d'ineffabile luce, le si presentano la ricevono fra le loro braccia, e festose ed esultanti le arrecano l'invito del loro Signore che la chiama alla gloria; una candida nube la ricinge, l'investe, la colora, la trasforma; graziosa come l'aurora nascente, eletta come il sole, bella come la luna, vestita della candida stola dell'innocenza, s'aderge all'Empireo.
Si aprono i cieli, vengono e sopravvengono schiere di eletti spiriti ad incontrarla; e cento angioletti circonvolitando l'attorniano, e quale diffonde timiami odorosi quale sparge la via d'un nembo di fiori colti in paradiso, tall'altro diposa alie cetre d'oro i cantici della lode, e tutti ripetono in coro festosi: vieni dal Libano, e sarai incoronata; e questo invito ripetono unanimi i principi dell'eternità.
Già l'anima avventurata travarca le regioni dell'aere, e più veloce del pensiero sorvolando, giunge là dove si trapunta il cielo di tremole e lucenti faville; l'iride la cinge di mille variopinti colori, il sole la luna le stelle, sfavillando d'insolita luce, crescono la sontuosità del suo trionfo.
Procede, ed oh! la santa allegrezza che la inebria, al felice incontro di quegli spiriti che in terra le furono sviscerati congiunti od ebbe in luogo di tenerissimi amici, od onorò con culto specialissimo come suoi celesti intercessori quali abbracciamenti, quali trasporti di santo affetto!
Ma chi è quella maestosa e fulgentissima figura, che impaziente di ritardo si leva dall'elevato suo trono; e movendo innanzi tra la folla dei celesti, con ansia amorosa, e le braccia spiegate, anela di stringere l'avventurata anima?
Dalla fiammante aureola di gloria, che le irraggia le tempia, voi già l'avevate ravvisata; ella è l'augusta regina del cielo, che vuole in quel momento solenne contracambiare quell'anima dei suoi fedeli servigi; le s'appressa, e palpitante di gioia, presala per mano, l'adduce a Gesù, l'oggetto de' suoi amori la vita della sua vita, l'anello di congiunzione dell'ardente suo cuore, il quale si strugge dal desiderio di vedere ed abbracciare la sua serva fedele ed imprimerle sul volto il bacio dell'amore.
Già la luce si fa ogn'ora più viva; appare tra il furor della gloria il tabernacolo dell'Altissimo in cui si cela Dio trino ed uno, da cui tanto chiarore spicca che pupilla d'Angelo non può sostenere. L'avventurosa anima si china, tremante esterefatta, al cospetto dell'augusta Triade; e il divin Figlio quasi compiacendosi delle ineffabili attrattive di lei le accenna di accostarsi, e l'adduce ai pie' dell'Eterno che le irraggia le tempia di splendidissimo diadema, e la fa sedere su di un luminoso trono fra le shiere de' beati.
L'anima sopraffatta dal subisso di tanta gloria, non può in se stessa capire, e piena di sacro entusiasmo, intona un inno solenne di lode e di ringraziamento cui accompagnano festosamente le armonie angeliche.
Guido Maria Conforti
6) L'eloquenza e il secolo XIX
Se mai fuvvi tempo in cui la religion nostra santissima, alma figlia dell'incantata sapienza, faro luminoso di verità, genio e balsamo consolatore delle umane miserie, sia stata negletta, vilipesa, combattuta in ogni più straziante maniera, egli è senza dubbio quello in cui viviamo. Essa vien esiliata dagli Atenei, da' Licei, dalle Accademie e dalle Università, e la generazione presente cresce ignara delle verità più elementari, sfrenata e proterva. Che pure alcuna larva di religione professa; ciò perché non impone alcuna stretta credenza, alcun penoso dovere, perché s'accomoda alle passioni più licenziose, tollera tutte le esigenze della corrotta natura, non determina alcuna verità, non esclude alcun errore, anzi tutte le abbraccia; una religione infine che risolve poscia nell'indifferentismo più agghiacciato, e che conduce all'ateismo più assurdo, ed all'empietà più irrefrenabile.
Quindi è che la personale morale vien subordinata a condizioni si capricciose ed effimere, che difficil cosa riesce il determinare i confini che separano il bene dal male, il delitto dall'errore, la perversità dalla follia.
Le più assurde teorie, i dogmi più ostili all'onestà ed alla giustizia, per quantunque stigmatizzati dal Cristianesimo, e contrarii alla ragione stessa, oggi sono proclamati, propugnati strenuamente come vittorie della progredita civiltà e della moderna scienza. La più accanita e ingiusta guerra è mossa da ogni parte alla Chiesa ed all'augusto suo Capo; vengono usurpati i suoi diritti, inceppata la sua spirituale influenza, oltraggiata la divina sua autorità. La scienza ha fatto divorzio dalla fede, ed abbandonata a se stessa ed alla rea sua tendenza, qual cieco ed indomito destriero, è precipitato ne' più profondi abissi dell'errore; ha rinnegato l'anima, la sua libertà, la spiritualità; ripudiò sdegnosamente, come assurdo ed incocepibile, la contingenza del mondo, la provvidenza, l'esistenza stessa di Dio: non havvi delirio per quantunque strano che non abbia trovato qualche sostenitore, non verutà per quantunque luminosa ed inconcussa, che non sia stata offuscata e rinnegata.
E qual sarà dunque la sorte preparata ad un nazione siffattamente corrotta e pervertita? Non si sara dunque alcuna cosa che trattener possa l'irrompente fiumana del vizio e dell'errore che ogni cosa cerca trascinar seco ad irreparabile rovina.
Quel Dio nelle cui mani stanno i destini del mondo e che ogni cosa ordina e governa con ammirabile sapienza e soavità, ha istituita la sua religione a salute delle genti, affinché gli uomini ammaestrati da tanti mali e sciagure che seco porta l'errore e l'empietà, ritornino ad essa per cercarvi salvezza e felicità: questa è l'unico e più salutare farmaco che sanar possa le ulceri schifose della morente umanità; questa l'unico e più sicuro baluardo che affrancar possa la società dallo sfacelo più compiuto e miserevole.
Ma questa religione santissima è in mille guise manomessa e perseguitata, ed ha bisogno di essere difesa strenuamente, ha bisogno di essere difesa strenuamente, ha bisogno di essere ravvivata nell'animo de' suoi figli, resi deboli dalle continue persecuzioni.
Ed a chi spetterà slanciarsi là (ove) più ferve la mischia, ove più presente è il pericolo per combattere le guerre di Cristo, per ampliare il regno de' suoi trionfi, per tener alzato con fronte imperterrita la sua bandiera? Al Sacerdote a cui sono affidati i doveri più solenni, più terribili. A lui spetta propugnare le conculcate verità, a lui sfolgorare gli errori che sempre più vanno infiltrandosi nelle menti, a lui spargere e fecondare in ogni maniera generi di opere virtuose e sante.
Tutto questo egli otterrà agevolmente persuadendo gli uomini alla pratica della verità ed alla fuga del vizio, mediante un caldo e sapiente ragionare che sappia mirabilmente commuovere gli uomini mediante tutti gli artifizii della sacra eloquenza.
Ma quale atteggiamento convien che assuma ogni giorno quest'arte difficilissima ed in pari dl somma importanza, perché non abbia a riuscire sterile ed infruttuosa?
Egli è ormai tempo che ella meni i più sfolgoranti trionfi, deve con mano pronta e pietosa curar le piaghe che straziano l'umana società accasciata sotto il peso di mille sventure e calamità. La crescente generazione giace oppressa dal giogo il più ignominioso e barbaro, cui con frodolenti tergiversioni imposerle i suoi più accaniti nemici; comincia già a sentire il peso, a rilevarne il disonore; ma sente il bisogno di chi la rincori a svincolarsi generosamente da tanto abbassamento per assorgere alla vera libertà e gloria, che la religione sola può apportare. Sente il bisogno di una voce amica che a nome del suo ben essere e della sua prosperità le parla amorevolmente al cuore, solo brama ed abbisogna di chi a nome di Dio, senza insidiose e fraudolenti parole, sotto le quali spesso si nasconde ogni più impudente menzogna, le parli con voce franca, e con quell'accento che fa provare il disinganno e scopre la verità.
Egli è però evidente, che la sacra eloquenza non potrà punto compiere l'alta sua missione che è quella di apportare un salutare rimedio ai mali testé accennati, se non sa tenere intemerata la nobiltà del suo carattere, se non adorna di tutte quelle divise che la facciano conoscere per l'inviata del cielo.
Guai, se non stigmatizzerà colla meritata vergogna il vizio, oppure il farà con perniciosissimi veli che tutta ne asconderanno la bruttezza; guai, se arrossisce di tutte annunciare con apostolica franchezza le verità della fede anche le più tremende, e le più ostili alle umane passioni guai, se invece di adornarsi della cattolica dottrina, o delle sentenze del Vangeio e de' Padri, correrà dietro alle vanità della terra, paga solo di allettare il bramoso uditorio e di sollevare l'aura vana popolare. Simile eloquenza non è quella che ha guadagato tanti seguaci a Cristo, rendendo loro sommo onore la follia della croce; simile eloquenza non è quella di cui abbisogna il povero nostro secolo.
L'eloquenza del secolo decimonono deve essere animata, più che mai animata, dallo spirito di Gesù Cristo, non meno di quanto lo era sul labbro imperterrito di coloro che suggellavano la loro divina missione col proprio sangue, che fulminava ogni vizio ed ogni errore, che minacciava i divini castighi al debole, ed al povero non meno che al più potente monarca lordo di sangue fraterno.
Ma i tempi sono ormai progrediti, si va obiettando, e l'oratore deve pure adattarsi ad essi, quindi gli conviene più che al cuore parlare all'intelletto. Ciò è verissimo: si adorni pure di tutti gli argomenti che scienza progredita agevolmente può somministrare, adoperi pure tutti gli artifizi dell'arte oratoria per convincere l'intelletto; ma sopra tutta campeggi la croce di Cristo ed il suo Vangelo, palladio sicuro della vera sapienza e faro luminoso di verità.
Nella scelta de' soggetti a quelli ei deve principalmente applicarsi, che più gli sembrano profittevoli, e più adattati alle circostanze de' suoi uditori. Non ascende egli il sacro pergamo per discutere qualche punto asstruso, non per illustrare qualche metafisica verità, o per informare gli uditori di qualche cosa che mai non abbiano inteso; ma per rendere gli uomini migliori coll'offrir loro chiare spiegazioni, e fare impressioni persuasive intorno alle verità religiose e morali. Perciò l'astratta e filosofica maniera di predicare, sebbene riscuota ammirazione, è però fondata sopra un falso principio, e si allontana dal vero scopo della sacra eloquenza.
Opposta ad un tale scopo è la vanità che hanno alcuni di farsi vedere istruiti nella moderna filosofia, introducendovi ora la chimica, or la fisica, or la storia naturale. Cura del sacro oratore esser deve mostrare solamente i doveri cui la religione impone, e con tutta la forza dell'eloquenza muovere gli uditori e ben adempirli. Finché l'oratore s'aggira fra le nebbie delle generali osservazioni, senza delineare i tratti particolari degli umani costumi, non isperi già di commuovere l'auditorio o alla pratica delle virtù od alla fuga del vizio. Deve saper penetrare i nascondigli del cuore, scoprir l'uomo a se stesso, in un aspetto, nel quale egli non ha mai prima scorto, il proprio carattere, ed allora otterrà il suo nobilissimo intento.
Deve andar persuaso che la maggior parte degli odierni Cristiani, i quali percorrono le vie dell'errore e dell'iniquità, nol fanno per convinzione, ma sibbene perché sollecitati a ciò dalle ree loro passioni e dai mali esempii; quindi sarà dovere dell'accorto oratore, parlare più che altro al cuore dove han sede tutti i cattivi affetti per purificare gl'intendimenti ed i sentimenti, e tutto sarà ottenuto.
La parola di Cristo che sulle labbra imperterrite degli Apostoli ha soggiogata la superbia dei filosofi, il fasto, l'alterigia dei potenti, le follie delle moltitudini, ha precipitato dal loro trono le bugiarde divinità del paganesimo, ha rinnovato la faccia della terra, saprà oggi pure, qualora rettamente adoperata, muovere qualunque più proterva volontà, riformare qualunque più guasto cuore, salvare la misera società dall'estremo eccidio a cui sta per trascinarla l'errore e l'empietà.
Guido Maria Conforti.
7) Del parlare e dello scrivere sublime
Il Parlare e lo scrivere sublime in altro appunto non è riposto che nel far uso delle parole e dei modi più eletti della lingua, e nel grandeggiare per vigoria d'immagini ed elevatezza di sentimenti che ben mostrano la potenza di fantasia e grande calor di passione, nel sapere cioè rappresentare gli oggetti, gli atti ed i sentimenti in maniera che a chi legge od ascolta appaia di vedere od udire le descritte cose.
Molto varie sono le opinioni de' letterati intorno alle vere fonti d'onde il sublime tragga la sua origine. Chi l'ascrive essere la convenevole applicazione delle figure, chi l'uso opportuno dei tropi e delle belle figure, chi l'armonica struttura e disposizione delle parole, ma la maggior parte de' più riputati ed in queste cose degni della più grande stima sostengono essere l'arditezza e grandezza dei pensieri e la forte espressione e pittura delle passioni: questi veramente appartengono al sublime, gli altri tutti piuttosto che al sublime in particolare, al bello scrivere in generale si riferiscono. Che anzi se ben si considera, il vero sublime sdegna qualunque vano ornamento ed ama d'essere esposto nella sua schietta e naturale grandezza alla maggior semplicità: niente è più sublime di quel «facciasi la luce, e la luce fu fatta». Questo affetto che, esposto nella più semplice maniera, sì altamente colpisce, perderebbe tutta la sua forza, se con rettorici abbellimenti esornar si volesse: lo sfoggio intempestivo degli ornamenti, al dir di un elegante scrittore, innalzando apparentemente lo stile, deprime il pensiero. Or nel pensiero consiste appunto il sublime. Se l'oggetto, se l'atto, se il sentimento che vuolsi esprimere non è grande per sé medesimo, inutile sforzo sarà cercar d'ingrandirlo colle parole. Ma allorché l'oggetto è veramente per sé grande e sublime, non solo vorrà essere espresso con nobile semplicità ma eziandio con molta parsimonia di parole, perché ogni parola superflua potrebbe scemarne la forza.
Né il sentimento medesimo del sublime comunque strettamente e semplicemente espresso può lungamente protrarsi. La mente non può lungamente durare in quella elevazione a cui essa l'innalza, e cerca sempre di ritornare nel suo stato normale, quindi i tratti sublimi, al dir del valente Montanari, debbono essere come i lampi del cielo che altamente risplendono e abbagliano ma scompaiono prestamente.
Oltre la concisione e semplicità con cui debbono esprimersi i concetti sublimi, si richiede principalmente nerbo e robustezza. Se la descrizione è troppo generica, e spoglia affatto di circostanze, l'oggetto poco o niuna impressione potrà fare sull'animo, e se circostanze inutili vi si frammischiano, il tutto cade ed illanguidisce. Una tempesta a cagion d'esempio è un oggetto per sé sublime in natura, ma perché tale rassembri nella descrizione, non basta usare le generali espressioni intorno alla sua violenza descrivendone i comuni effetti facili ad immaginarsi, ma conviensi con tali circostanze dipingerla che empian la mente di grandi e terribili idee. Ciò è stato felicemente eseguito dal nostro immortale Alighieri nel canto IX della cantica dell'Inferno e da Virgilio nel libro I delle Georgiche ove con diversa sì ma pari maestria ci hanno mirabilmente descritto un turbinoso uragano.
Il degradare un oggetto o un sentimento sublime in se stesso con un basso concetto, e con debole e prolungata descrizione, I innalzare un oggetto ordinario e basso al sublime, ed anche oltre tutti i limiti naturali e ragionevoli, nel primo modo rendendosi freddi, e nel secondo ampollosi, è ciò che più principalmente si oppone al sublime.
Di tutti i libri antichi e moderni la sacra Bibbia e singolarmente i libri profetici son quelli che ci forniscono i più splendidi esempii della vera sublimità. Le descrizioni di Dio hanno in quelli una nobiltà mirabile tanto per la grandezza dell'oggetto quanto per la maniera in vero divina di rappresentarlo. Qual folla, a cagion d'esempio, di terribili e sublimi idee non ci si offre in quel passo del Salmo XVII ove descrivesi la comparsa dell'Onnipossente? «Si commosse e tremò la terra: conturbati e commossi furono li fondamenti dei monti perché sdegnato si è Dio con quelli. Piegò i cieli e calò, e la caligine era sotto i suoi piedi. Salì sopra i Cherubini e volò, volò sulle penne dei venti».
Di simili tratti infinito numero s'incontra e nei salmi e nei cantici di Mosè e nei libri dei Profeti specialmente in Isaia e Geremia, il primo dei quali è il più sublime di tutti nel grande e nel terribile, il secondo nel patetico.
Dopo i Profeti, Omero é quello che per sublimità più si ammira. Le sue descrizioni degli eserciti che si affrontano, l'animo la rapidità il terrore che domina nelle sue battaglie, ad ogni lettor dell'Iliade frequenti esempii forniscono della più alta sublimità. Ove tutti gli Dei prendon parte al combattimento, chi in favor dei Greci e chi dei Troiani sembra aver egli posto i suoi sforzi maggiori, e la descrizione si innalza alla più stupenda magnificenza. Giove tuona dal cielo, Nettuno scuote col suo tridente la terra, crollan le navi dei Greci, le mura della città, le montagne, la terra trema insino al centro. Plutone balza dal trono, temendo non siano le sue regioni aperte agli occhi dei mortali.
Sublime nel Tasso è il congresso dei Demonii; grandiose e portentose le avventure del bosco incantato e assai movimento e calore si scorge nei combattimenti fra Argante e Rinaido, Tancredi e Clorinda. Immaginazione sublimissima nella rappresentazione di un mondo invisibile ed astratto il divin Alighieri nella sua descrizione dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, nel primo massimamente in cui, facendo uso de' colori più foschi e tetri, riempie la mente ed il cuore di un sacro terrore, imitato poscia in questo nobilmente da Milton nel suo impareggiabile Paradiso Perduto. Nel Petrarca la finezza e delicatezza dei pensieri ammirasi piuttosto che la grandezza e sublimità, nullameno, quando tratta argomento sacro si solleva e si sublima meravigliosamente.
Guido Maria Conforti

























































